Il garantismo mancato e la maturità inesistente

Parto da una doverosa premessa: il primato di purezza è qualcosa che appartiene o ai diamanti o ai santi. È per questo che non ho mai creduto alla supposta incorruttibilità degli appartenenti al Movimento 5 Stelle, e non ho mai preso per veri i loro annunci di incrollabile superiorità morale. Essendo mediamente persone che non hanno mai fatto politica sono, statisticamente, potenzialmente meno colluse di chi invece fa politica da molto più tempo, ma non sono garanzia assoluta di incorruttibilità. Fatta questa premessa, credo sia doveroso spendere qualche parola sul caso di Quarto, comune amministrato dal M5s in cui è recentemente esplosa una questione destinata a lasciare il segno.

Tutto parte dalla cacciata di un consigliere accusato di voto di scambio camorristico e di tentata estorsione aggravata ai danni del sindaco. Il consigliere è Giovanni De Robbio, già espulso dal Movimento il 14 dicembre, mentre il sindaco è Rosa Capuozzo. Sindaco, ricordo, che la Procura ha definito parte lesa nella vicenda, essendo vittima di una tentata estorsione e non avendo mai ceduto al voto di scambio, come invece è accusato di aver fatto De Robbio. In un normale Stato che si definisce garantista, e che si definisce tale in virtù della propria Costituzione, la posizione della Capuozzo non desterebbe nessun tipo di problema: non è accusata di nulla, è normale che la sua figura venga preservata, protetta dagli attacchi, messa nelle condizioni di poter continuare a fare il proprio lavoro. E invece no.

Sulla Capuozzo si scatena la qualunque. Si scatena il Partito Democratico, come colto dal fuoco di Sant’Antonio, che si mette a chiedere a gran voce le dimissioni del sindaco reo di esser stato eletto con l’appoggio dei voti della camorra. Cosa che può essere vera date le accuse a De Robbio, ma che vede il sindaco in una situazione di innocenza perché non sapeva assolutamente cosa avesse fatto il proprio consigliere. Ma si scatena (anche se un po’ a scoppio ritardato) anche il Movimento 5 Stelle, che arriva a chiedere le dimissioni del suo stesso sindaco come esempio per tutti gli altri: non gli importa se la Capuozzo sia colpevole o no, deve comunque dimettersi, con buona pace dello stato di diritto. Ma la cosa si complica.

Già perché emergono dettagli curiosi su questa vicenda. Prima di tutto che, in realtà, l’M5s sapeva già tutto sulla questione dal mese scorso. Sapevano tutto da metà dicembre ma hanno sempre (e giustamente) protetto il lavoro del sindaco. Ma, colpo di scena, ora dicono che non sapeva nulla, e lo dicono registrando un video di risposta in cui sono presenti Di Maio, Di Battista e Fico. Tutti e tre ora sostengono che la Capuozzo avesse loro mentito. Ma escono delle intercettazioni in cui sembra che effettivamente i componenti del Direttorio del M5s sapessero cosa stesse accadendo, suggerendo di andare avanti tranquilli. Ovviamente ora il Direttorio smentisce, affermando che quei messaggi sono stati travisati, e anzi promettendo querele per chiunque sostenga il contrario. Un approccio puramente partitico dal Movimento che si definisce antipartitico per eccellenza. E reagisce agli attacchi del Pd ricordando come il partito di Renzi sia peggio: un po’ come quei piccoli evasori che si lamentano di esser presi di mira dal Fisco “quando altri evadono milioni di Euro”. Una difesa in po’ infantile.

Il passo successivo di questa vicenda è quasi surreale. Non ottenendo le dimissioni della Capuozzo, il Movimento decide di espellerla in maniera unilaterale: niente discussioni nel merito, niente votazioni, niente approfondimenti. Una decisione che lascia perplesso anche Vittorio Bertola, uno dei nomi storici del M5s, oggi molto critico nel confronti del Movimento stesso:

Personalmente trovo l’espulsione della Capuozzo e la richiesta di sue dimissioni come degli atti di estrema violenza. Perché mai una persona dovrebbe farsi da parte se non è neanche accusata di un reato? Può lo spirito di purezza portare a questi inutili estremismi? Per giudicare le colpe di qualcuno, e per decretarne la caduta da un ruolo pubblico, esiste la magistratura, non serve che un Movimento si erga a giudice improvvisato decidendo chi è o non è colpevole. Ed è un ragionamento che vale per tutti: la Costituzione garantisce il fatto che ogni persona è innocente fino a prova contraria, trattarle invece da colpevoli addirittura quando non accusate di nessun reato è praticamente un atto incostituzionale. Questo il Pd dovrebbe ricordarlo, quando proteggeva la Boschi affermando che non doveva dimettersi a causa delle accuse rivolte al padre: avevano perfettamente ragione a dirlo, solo che si sono dimenticati di applicare lo stesso metro di ragionamento anche alla Capuozzo.

La questione, per gli avversari del Movimento 5 Stelle, dovrebbe essere prettamente politica. Il dato principale dovrebbe essere che nessuno, fatte le debite proporzioni, può ritenersi immune da potenziali infiltrazioni malavitose, ma che delle infiltrazioni malavitose non fanno di un Movimento (o partito) un gruppo composto soltanto da persone conniventi col malaffare. Questa generalizzazione la faceva spesso il Movimento, considerando tutti i partiti come corrotti a prescindere, cosa profondamente sbagliata. Ma è sceso a quel livello anche il Pd che è addirittura arrivato a chiedere l’espulsione del Direttorio dal Movimento stesso perché, se la Capuozzo è stata espulsa perché sapeva e non ha fatto niente, allora le intercettazioni che dimostrano come il Direttorio sapesse rappresenta una medesima colpa da sanzionare allo stesso modo. Un modo di pensare e di fare che ha fatto guadagnare al Pd l’appellativo di “Robespierre sotto metanfetamina” (Stefano Frullini dixit).

Si sarebbe potuto sfruttare questa occasione per dimostrare una maggiore levatura delle persone che fanno politica. Per dimostrare che il garantismo non funziona a corrente  alternata e soltanto per i propri amici, ma è un concetto valido e condivisibile per tutti, nessuno escluso. Invece si è badato più a fare polemica, a usare le intercettazioni come prove inoppugnabili per attaccare il Movimento, con il Direttorio che invece addirittura parla di uso strumentale delle intercettazioni, loro che fino a non molto tempo fa si opponevano duramente a qualsiasi disegno di legge volto a meglio regolare la diffusione proprio delle intercettazioni, onde evitare che si continuino a scatenare processi sulla carta stampata. Anzi, addirittura il Movimento ricorre alla minaccia delle querele, loro che dicevano che la querela viene usata in mancanza di altre argomentazioni per finire sui giornali di regime e fare la figura dell’innocente.

Insomma, una situazione in cui escono male entrambe le maggiori forze politiche del Paese. Esce male il Movimento 5 Stelle che manda il soffitta la partecipazione, il confronto con gli iscritti, la trasparenza, soppiantandoli con il decisionismo del Direttorio, con l’opacità di scelte prese al chiuso di stanze inaccessibili agli iscritti. Ma ne esce male anche il Partito Democratico, che dimentica il proprio garantismo per esibirsi in un manettarismo fra i più sfrenati. A me non resta che osservare e scuotere la testa sperando che non ci si limiti a citare la maturità politica per rinfacciarne la mancanza agli avversari, ma che venga finalmente dimostrata da tutti nelle proprie azioni. Sarà chiedere troppo?

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Categorie:Politica

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