Leopolda 6: una manifestazione che non ha convinto fino in fondo

  

La Leopolda6 si è conclusa domenica, e io devo farmene ancora un’idea precisa. Mi sento un po’ frastornato nel dover scrivere di qualcosa che non ho inquadrato bene fino in fondo, qualcosa che a differenza degli anni passati non mi ha lasciato completamente soddisfatto. Nulla di grave, sia chiaro, ma l’aria che si respirava non era esattamente quella solita: non l’aria di festa del ritrovarsi fra amici, del ritrovarsi come in una grande famiglia, ma quella del sogno politico, dell’immaginazione, dello sguardo lungo verso il futuro.

Potremmo dire che il cambiamento della Leopolda era un po’ scritto nel cambiamento di condizione del suo leader, quel Matteo Renzi che da due anni guida il Partito Democratico e da quasi due governa il Paese. Ma questo non può bastare a giustificare quell’aria dimessa è un po’ grigia dell’edizione 2015, una “Leopolda Istituzionale” che non riesce a soddisfare molte di quelle persone che la frequentano fin dalle sue prime edizioni. Per essere pratici: la Leopolda è sempre stata conosciuta per essere quella manifestazione che imponeva l’agenda, che stabiliva di quali argomenti parlare, era un po’ la manifestazione che tutti dovevano inseguire per non restare indietro. Questa edizione no, è stata spesa più a difendersi in vario modo dagli attacchi piuttosto che a esser quella che dettava l’agenda. Calcisticamente parlando, è stata un’edizione in cui si è giocato in difesa col catenaccio, rispetto a edizioni passate giocate con moduli spettacolari e offensivi.

Alcune cose hanno funzionato bene, come sempre. L’energia espressa da tante persone che si sono ritrovate in quella che considerano ormai come una grande famiglia, la possibilità di confrontarsi dal vivo fra persone che magari interagivano solo in virtuale, l’opportunità di rilanciare ambizioni e visioni che potremmo definire utopiche, ma che ben incarnano quel sogno di rivoluzione renziana che voleva (o vuole) travolgere tutto per cambiarlo in meglio. Un’atmosfera un po’ alienante per alcuni, ma che porta con se una grandissima carica energetica difficilmente riscontrabile in qualsiasi altra manifestazione politica. Su questo piano la Leopolda 6 si è confermata nei suoi tratti distintivi che tutti conoscono e che tutti le riconoscono.

Alcuni interventi sono stati davvero ottimi. Su tutti mi preme segnalare quello di Cristiana Alicata, una renziana della prima ora e per molti incarnazione reale di quello che vorrebbe dire essere renziani, che parla con un trasporto e una forza d’animo raramente riscontrata in altri oratori. Soprattutto parla con una lucidità e una forza davvero uniche. Ma ottimo è stato anche l’intervento alla prima sera di una sindacalista, Teresa Bellanova, che ha parlato con cognizione e passione di lavoro e di quello che si sta cercando di fare per migliorarlo. O come quell’intervento utopico e sognatore in cui, parlando di infrastrutture di collegamento, si parlato del Corridoio ferroviario che dovrebbe correre a Berlino alla Sicilia, ma che idealmente si potrebbe protendere verso le coste africane per continuare a correre verso il Sudafrica. Ma anche l’intervento delle Famiglie Arcobaleno è stato molto bello e condivisibile, ricordando tra l’altro che sarebbe ora che il governo approvi il ddl Cirinnà senza indugi, tentennamenti o stravolgimenti di sorta, quindi compresa la stepchild adoption.

Altre cose invece hanno funzionato abbastanza male. A partire dai question time con i ministri: soprattutto in un’edizione in cui sono stati (secondo me) erroneamente aboliti i tavoli di confronto, i question time erano un’incredibile opportunità di confronto ma sono finiti per essere una specie di piccolo teatrino con domande abbastanza piatte e risposte altrettanto scialbe. Nessun vero sussulto, nessuna vera scossa, nessuno spunto diverso da quello che viene giornalmente ripetuto in tutti i telegiornali e in tutti i talk show politici. Nessuna colpa ai ragazzi che hanno posto le domande, ovviamente, ma almeno chi li ha selezionati poteva quanto meno sforzarsi per cercarne alcuni che avrebbero potuto porre domande più stimolanti. Così come alcuni interventi dal palco sono stati abbastanza anonimi, poco interessanti, privi di quel sogno di cui l’epopea renziana si è sempre riempita.

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Come dice bene Marco Esposito, direttore di Giornalettismo, di veramente innovativo resta (purtroppo) ben poco. Resta soprattutto l’annuncio della fondazione di Volta, un think thank con un orizzonte europeo che dovrà avere l’obiettivo di formare e sviluppare le future classe dirigenti, una delle principale sfide del futuro della politica non solo italiana, ma appunto europea. A guidarlo sarà Giuliano da Empoli, fedelissimo renziano, e già si sa che ne farà parte Alec Ross, già consigliere di Obama durante la sua campagna elettorale e successivamente incaricato da Hillary Clinton di svecchiare la diplomazia americana, facendo entrare il Dipartimento di Stato nel mondo di attivisti e blogger che oggi influenzano appunto le politiche estere. Su questo rimando a questa intervista di Giuliano da Empoli e anche a questa spiegazione apparsa su L’Unità, che per altro ci fa scoprire che oltre ad Alec Ross vi faranno parte anche David Milliband, leader della corrente blairiana del Labour inglese, e Matthieu Pigasse, banchiere vicino al partito socialista francese e co-editore di Le Monde.

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Altra cosa che non ha funzionato è stato il concorso sul titolo di giornale peggiore. Va bene il non prendersi sul serio, va bene il voler fare ironia, va bene il voler scherzare, ma questa scelta è stat un po’ una fesseria, e soprattutto la dimostrazione plastica del fatto che questa Leopolda si è dovuta impegnare molto più a inseguire che a farsi inseguire. Quando mai, negli anni passati, si sarebbe concesso il privilegio di dare una vetrina simile a chi attacca a tutto spiano Renzi e la sua kermesse politica? Si sarebbe fatta qualche battuta, anche salace, ma si sarebbe tirato dritto col sorriso, imponendo l’ennesima fuga in avanti che avrebbe messo a tacere ogni polemica imponendo agli altri le cose di cui parlare. Questo concorso ha invece invertito i ruoli, con la Leopolda che ha inseguito i giornali più critici verso Renzi. Tra l’altro, come dice giustamente Fabio Chiusi, vi immaginate cosa sarebbe successo se un “concorso” simile lo avesse proposto Grillo o Salvini? Si sarebbe scatenata una polemica gigantesca su conformismo e libertà di stampa, polemica molto più grande e vasta di quella che si è scatenata contro la Leopolda.

Il discorso finale di Matteo Renzi è stato, come sempre, energico ed energizzante. Potente, capace di toccare le giuste corde di sentimento e sogno che sono sempre state proprie di tutte le Leopolde, ma anche segno più tangibile di una pesantezza di questa formula che, quest’anno, appariva quasi sorpassata. Ed ecco allora l’annuncio a sorpresa, il guanto di sfida lanciato personalmente da Renzi: creare per l’anno nuovo mille Leopolde, mille luoghi di incontro e dibattito dove raccontare quello che stanno facendo, quale rivoluzione si vuole portare avanti, quale visione di Paese di vuole promuovere per il futuro, il tutto partendo dalla necessità di vincere il prossimo referendum costituzione che dovrà convalidare le grandi riforme sull’impianto dello Stato. E l’ulteriore annuncio che l’anno prossimo, qui, alla Leopolda numero 7 si potranno e dovranno verificare gli effettivi avanzamenti sugli impegni del governo sul sud, sulle infrastrutture, sugli investimenti, sull’inversione di un’economia che deve tornare a crescere e di una disoccupazione che deve continuare a scendere.

Alla fine, questa Leopolda porta principalmente una conferma: che Renzi è ancora l’unico politico in Italia ad avere una marcia in più. E questo indipendentemente da Leopolde varie, la ha proprio da se, personalmente. Soprattutto ha questa marcia in più rispetto ai suoi competitori nazionali, cosa che lo pone ancora in una condizione di netto vantaggio rispetto a tutti gli altri. Spavaldamente nel suo discorso Renzi si dice sicuro che, se si andasse a votare oggi, il Pd prenderebbe anche più di quel 40,8% conquistato alle Europee del 2014. Previsione forse azzardata, ma non del tutto campata in aria. Il problema è che questo risultato sarebbe ancora possibile in larga parte solo grazie a Renzi, e non grazie a un partito solido e coeso. E si ritorna alla maggior critica a cui Renzi deve rispondere, quella di non essersi ancora adeguatamente occupato di ricostruire il Pd: la pars destruens è stata avviata, ora sarebbe il caso di avviare la pars costruens, prima che restino soltanto le macerie della rottamazione.

Il mio bilancio di questa Leopolda 6 è quindi un po’ in chiaro scuro. Positivo il ritrovare vecchi amici e il conoscerne di nuovi, bello il confrontarsi con l’energia di tanti che si stanno facendo strada nei territori, come amministratori locali o come dirigenti locali di partito. Meno bello il constatare come l’organizzazione generale dell’evento abbia prodotto mediamente interventi meno interessanti rispetto all’anno passato, ma soprattutto mancanti di quel guizzo, di quello scatto bruciante che è sempre stato proprio di una manifestazione più dedita a guardare oltre che a guardarsi indietro. E invece, fra difese da polemiche odierne e necessità di autopromozione dell’operato del governo, la corsa quest’anno si è fatta con lo sguardo rivolto all’indietro. Ma questo, a chi sogna il futuro e sa che non può fermare il vento con le mani, di certo non può bastare.

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Categorie:Politica

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