La Conferenza sul Clima di Parigi e la produzione di energia nucleare

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Si apre oggi a Parigi la XXI Conferenza delle Parti (Cop21) sul cambiamento climatico. Una Conferenza dalla missione molto ambiziosa: quella di decidere come rallentare e magari bloccare l’aumento della temperature a livello globale nei prossimi decenni, con un accordo che dovrà essere vincolante, dopo oltre 20 anni di negoziati. Si inizia oggi con circa 150 capi di Stato e di governo che daranno ufficialmente avvio alla Conferenza, e poi durante la prima settimana sarà il turno dei negoziatori che, riuniti in tavoli di lavoro, cercheranno di mettere a punto un documento condiviso con opzioni precise e chiare. Il 7 dicembre la Conferenza vedrà l’arrivo dei Ministri dell’Ambiente di 196 Paesi, che dovranno raggiungere un accordo entro la fine della settimana.

Al centro della discussione ci sarà la produzione di energia. Sappiamo molto bene come le fonti attuali di produzione energetica siano molto inquinanti: petrolio, carbone, gas, sono ampiamente disponibili e permettono di produrre energia a costi relativamente bassi, ma incidono pesantemente nell’inquinamento dell’aria e di conseguenza sull’aumento delle temperature. C’è da dire che si arriva a Parigi dopo il mezzo insuccesso della Conferenza di Copenaghen del 2009, dove non si raggiunse nessun accordo concreto (se interessati, Il Post fa un piccolo riassunto delle puntate precedenti). Oggi le speranze sono superiori, tanto che sia Stati Uniti che Cina arrivano con impegni precisi che dicono di voler mantenere ad ogni costo. Ma ci sono alcune questioni che dovranno essere affrontare, e io ne vorrei indicare due

La prima riguarda i Paesi in via di sviluppo, che chiedono incentivi e finanziamenti per favore la transizione a politiche energetiche pulite. Il loro principale asso nella manica è uno: ricordare ai Paesi sviluppati che hanno potuto beneficiare per tanti anni delle loro risorse per produrre energia a basso costo, quindi come compensazione vogliono ora un aiuto per convertirsi alla produzione di energia pulita. Una questione spinosa, vista anche la situazione economica mondiale non propriamente florida, ma che necessiterà un accordo per fare in modo che tutti i Paesi operino quel taglio alle emissioni che tutti dicono di voler attuare.

La seconda questione riguarda una cosa di cui ufficialmente non si è ancora parlato fra i temi della Conferenza, ovvero dell’energia nucleare. In molti guardano a questa Conferenza come una enorme opportunità economica, perché passare da economie basate sui combustibili fossili a economie basate sulle energie rinnovabili potrà essere l’occasione per creare milioni di posti di lavoro, aprire nuovi mercati, dare un grandissimo impulso alla ricerca scientifica. Ma per farlo servono ingenti investimenti economici che non daranno risultati nel breve periodo, ma molto più avanti. Ecco allora che qualcuno, a mezza bocca, cerca di infilare il discorso sull’utilizzo dell’energia nucleare. Perché non tornare a puntare su questa fonte di energia che non produce Co2?

Il dibattito “nucleare si – nucleare no” è molto vecchio ormai, e contiene sia pro che contro. Se ne parla molto anche negli Stati Uniti, dove possiamo leggere questo pezzo del New York Times che parla di una nuova era atomica. Anche in Italia si è parlato spesso di energia nucleare, dopo che le politiche nucleari vennero abbandonate in seguito al referendum del 1987, indetto dopo la tragedia di Chernobyl. Nel 2011 un nuovo referendum abrogò le nuove norme che consentivano la produzione sul territorio nazionale di energia elettrica nucleare. Ci sarebbe quindi spazio per riprendere la discussione? Io direi di si, a patto di inquadrare bene la questione e avere perfettamente chiaro quale percorso si vuole perseguire, perché dire genericamente “dobbiamo tornare al nucleare” non ha molto senso, anche solo per il fatto che noi ormai non abbiamo più le conoscenze necessarie per implementare questa tecnologia.

Nel pezzo del New York Times si fa presumibilmente riferimento a reattori di IV generazione. Sono reattori di varie famiglie: i reattori a sali fusi, i reattori ad alte temperature, i reattori ad acqua supercritica, i reattori autofertilizzanti, i reattori refrigerati a gas, i reattori al sodio e quelli al piombo, tanto per citare quelli su cui si è maggiormente concentrata la ricerca. Ma sono tutti reattori pilota, su cui noi in Italia non abbiamo conoscenze perché siamo fermi da 30 anni, e questi modelli sono solo sulla carta e potranno ottimisticamente essere disponibili (salvo inconvenienti) a partire dal 2030, nello stesso periodo in cui dovrebbe entrare in funzione il primo modello di reattore a fusione del progetto ITER, a cui anche l’Italia partecipa. Avrebbe senso portare avanti due ricerche parallele su reattori a fissione e fusione? Per avere energia nucleare dovremmo quindi aspettare il 2030? Nel frattempo cosa potremmo fare? L’unica soluzione sarebbe quella di affidarsi a tecnologie straniere, ai cosiddetti reattori di III+, una via di mezzo fra quelli di terza e quarta generazione. Generano meno scorie ma più radioattive, e sono impianti molto costosi da costruire. Ammettendo di iniziare oggi a costruirli, sarebbero operativi fra 5 anni, risultando utili a “coprire” il buco che potrebbe portare alla realizzazione operativa del progetto ITER o al completo sviluppo di un reattore di nuova concezione.

Tra l’altro di quei reattori di IV generazione molti sono già stati realizzati. Diversi prototipi di reattori simili sono stati costruiti e sono entrati in funzione, e diversi non hanno dato i risultati sperati: è il caso ad esempio del reattore autofertilizzante francese Superphénix, realizzato fra gli anni sessanta e settanta, che non diede i risultati sperati a causa di guasti e incidenti che mostrarono i tanti limiti del progetto. Alcuni in Italia ipotizzano di tornare a sviluppare le conoscenze nucleari necessarie per costruire da soli un reattore di nuova concezione, quindi di IV generazione, ma a me sembra una proposta utopica: servirebbe prima recuperare i decenni persi e poi fare uno scatto avanti di decenni per ipotizzare un reattore di nuovo tipo. Sarebbe come pretendere di prendere una 500 Abarth e pensare di andare più veloce di una Lamborghini. Anche partire dai vecchi studi sarebbe come correre con handicap: il progetto CIRENE ad esempio era molto avanzato negli anni ottanta, oggi invece rappresenta un modello ampiamente sorpassato. Ad esempio dello stesso tipo esistono i CANDU canadesi, tecnologicamente più aggiornati.

Il dibattito comunque è aperto. Lo scorso anno intervistai Chicco Testa proprio sui temi energetici, e affermava come ”…L’opzione nucleare non è la soluzione ma è parte della soluzione per chi vuole realmente percorrere la transizione energetica low carbon…”. Testa che è anche autore di un libro, “Tornare al nucleare”, in cui spiega che anziché battersi contro l’energia nucleare serve impegnarsi per risolvere i problemi per acquisire tutti i benefici di questa fonte energetica. Il rischio di dibattiti simili è però quello di vederli guidati più dall’emotività che dalla razionalità, magari sull’onda delle grandi catastrofi accadute nella già citata Chernobyl o a Fukushima. Incidenti che, serve sempre ricordarlo, avvennero per imperizia umana nel primo caso e per una catastrofe naturale imprevista nel secondo caso. Certamente anche in quello dobbiamo migliorare, come si deve proseguire nella ricerca scientifica per cercare reattori sempre più puliti. Ma noi ci sentiamo pronti ad affrontare un dibattito simile, senza farci dominare dalle paure? La politica saprà considerare anche questa carta, oltre a quelle delle energie rinnovabili, senza scadere nel populismo e della demagogia?

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Categorie:Attualità

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