Turchia, Russia, Siria: prove generali di guerra

 

Osservando attentamente l’abbattimento del jet russo da parte dell’aviazione militare turca, si possono scorgere molte questioni, una legata all’altra. Un combinato di situazioni che non è ormai più possibile sciogliere singolarmente, ma che dovranno essere gestite tutte assieme, in parallelo: il doppiogiochismo della Turchia, la situazione dei curdi, il complicato panorama della Siria, la lotta all’Isis, i rapporti con l’Arabia Saudita, le trattative sul nucleare con l’Iran, lo scongelamento dei rapporti con la Russia, giusto per citarne alcuni.

Come sempre in questo periodo, tutto muove dal teatro di guerra siriano. Dovessimo raccontare oggi chi combatte chi, rischieremmo di fare molti errori: c’è ad esempio il governo siriano guidato da Assad che combatte contro i ribelli e contro l’Isis; ma ci sono anche i ribelli che a loro volta combattono contro Assad, contro l’Isis ma anche fra loro stessi. Perché? Perché questi ribelli ormai sono divisi in gruppi, bande. Dell’originario FSA, l’esercito libero siriano, è rimasto solo il nome e poco più, oggi bui a parte delle milizie è organizzata in piccole bande che operano quasi in autonomia. Lo stesso FSA è ormai ampiamente infiltrato da guerriglieri dell’Isis, tramite le brigate Al-Nusra. Come hanno raccontato alcuni profughi siriani riparati in Europa, di quell’originale movimento che voleva battere Assad ormai non c’è quasi più traccia.

Ma gli attori in scena sono molti di più. C’è la Russia, che mira a mantenere Assad per preservare la propria influenza e il proprio potere nell’area. C’è l’Iran, che grazie ai negoziati sul nucleare e all’abolizioni di alcuni embarghi spera di far ripartire la propria economia e di aumentare il proprio peso politico. C’è la Turchia, che non vede di buon occhio l’aumento di potere iraniano perché metterebbe in discussione il ruolo di leader dell’area che vorrebbero prendersi, senza scordare che il governo di Ankara vorrebbe veder cadere Assad per conquistare i territori curdi di frontiera. Per fare questo si servono anche di milizie turkmene che combattono appunto Assad e in seconda battuta l’Isis, quelle stesse milizie che hanno aperto il fuoco contro i due piloti russi che scendevano col paracadute dopo che il loro jet era stato colpito dai turchi.

Se vi sembra complicato fin’ora, sedetevi e fate un bel respiro. Perché poi ci sono poi i curdi che combattono contro l’Isis, e cercano nel contempo di lottare per un proprio Stato indipendente. Per questo vengono bombardati sia da Assad che dalla stessa Turchia, che non hanno nessuna idea di lasciar loro quella terra. C’è poi la Russia che cerca di proteggere Assad e la propria sfera di influenza sulla regione, bombardando sia Isis che tutti o gruppi di ribelli. In questo Assad è aiutato anche dall’Iran, nazione governata dagli sciiti, per evitare che anche la Siria finisca sotto il controllo sunnita. E questo attira l’attenzione di Arabia Saudita e Qatar, che invece sottobanco finanziano l’Isis anche in funzione anti iraniana e anti sciita. Ci sarebbe infatti un piano studiato fra Arabia Saudita, Turchia e (purtroppo) Stati Uniti che prevede una specie di spartizione dell’area oggi interessata da questa guerra, con lo smembramento e la ridefinizione dello stato siriano. Immaginate la gioia di Russia e Iran.

E tutto questo è solo una piccola parte, anche se la più succosa, della questione. Un intreccio di interessi in cui si fa sempre più difficile capire chi considerare amico e chi nemico. La Francia ha provato, sta provando a coinvolgere la Russia in un’unica coalizione contro Isis, ma il fatto di ieri pone degli ostacoli enormi. Putin ha dichiarato che l’azione turca è stata “una pugnalata alle spalle”, ribadendo che “questa azione avrà delle ripercussioni tragiche sui rapporti fra Russia e Turchia”. Come potrebbero allearsi contro i terroristi? Contando che la Turchia, ormai è risaputo, finanzia in modo occulto l’Isis soprattutto comprando da loro il petrolio di contrabbando. Turchia, membro NATO, che ieri ha incassato l’appoggio americano, con Obama lesto a dichiarare “la Turchia ha il diritto di difendere i propri confini”. Per uno sconfinamento di pochi chilometri e pochissimi secondi?

  
Perché, tornando alla questione del jet russo abbattuto, di questo parliamo, uno sconfinamento di pochi secondi. Lo Stato Maggiore turco afferma di aver avvisato più volte l’aereo russo del rischio sconfinamento, avvisi che sono stati ignorati. Ma appare evidente come questo atto fosse stato premeditato dalla Turchia, che già aveva avuto molti screzi con i russi anche riguardo gli sconfinamenti aerei. Se ricordiamo poi che Putin, nell’ultimo G20 proprio in Turchia, ha ammonito la NATO di fare attenzione a quegli stati loro membri che sono falsi amici e finanziano il terrorismo, si comprende come la Turchia cercasse solo un pretesto per scatenare un incidente diplomatico e rispedire la Russia nel suo isolamento diplomatico.

Sullo sfondo a tutto questo c’è anche il Caucaso. Da lì molti miliziani sono partiti per combattere nelle file dello Stato Islamico, e la Russia vorrebbe spazzarli via per evitare che ritornino in patria e accendano anche in Russia la miccia del fondamentalismo islamico. Ricordo che la zona del Caucaso è molto fertile per assoldare miliziani fedeli ai precetti islamici.

E l’Europa? Come detto, mentre era in visita negli Stati Uniti il presidente francese Hollande ha dichiarato di voler andare a Mosca per coinvolgere la Russia nella coalizione internazionale contro il terrorismo, ma allo stesso tempo ha dato una senza alla Turchia affermando la sua importanza nella gestione dei flussi migratori dalla Siria. Ma come potranno coesistere Turchia e Russia nella stessa coalizione? È impensabile. In più Obama non vede di buon occhio un riavvicinamento dell’Europa alla Russia: teme un allentamento delle sanzioni e una sostanziale riabilitazione di Mosca, dopo la prova di forza che Putin fece proprio contro Obama riguardo alla crisi in Ucraina. Longa manus della strategia americana che mira a lasciare isolata la Russia è proprio la Turchia.

Erdogan mira a riproporre su scala internazionale le tattiche che usa nel suo Paese. Scatenare il caos, portare la situazione sull’orlo di una guerra per poi presentarsi come unica soluzione possibile per il mantenimento della pace. Un rischio grandissimo quando si parla di politica interna dove il tuo consenso è già abbastanza alto, che però diventa incalcolabile e incontrollabile in uno scenario internazionale, in cui sono più le cose che non puoi controllare di quelle che hai sotto controllo. Se questo, poi, portasse a un nuovo deterioramento anche nei rapporti con l’Iran? Che fine farebbe la trattativa sul nucleare iraniano? Ricordo come anche l’ascesa iraniana sia vista male dalla Turchia, al contrario il suo isolamento favorirebbe Ankara nel suo obiettivo di prendere il ruolo di leader nell’area mediorientale.

L’abbattimento di quel jet non è un semplice atto di difesa, o di forza. È la dichiarazione esplicita di una strategia politica talmente rischiosa da apparire quasi folle. È il prodromo di qualcosa che rischia di essere incontrollabile, e al momento dobbiamo ringraziare la Russia se sta scegliendo di non andare a uno scontro di muscoli contro la Turchia: sarebbe l’inizio di una escalation difficilmente controllabile, la fiammata che potrebbe incendiare tutto il medioriente e l’Europa dell’est. In questo la prudenza italiana e l’equilibrio mostrato da Renzi potrebbero essere decisive per cercare di calmare le acque, e ricordare agli Stati Uniti che non è più tollerabile accettare certe ambiguità turche. Ma come potranno capirlo se in realtà discutono di come spartirsi l’area? Servirebbe una specie di Pace di Vestfalia in cui coinvolgere tutti gli attori in scena per decidere il futuro del Medio Oriente, non una spartizione decisa da pochi e da imporre a tutti. Sarebbe soltanto l’ennesimo errore.

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Categorie:Attualità

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