Leggendo Dabiq, la rivista dell’Isis

 

Se ci si imbatte per la prima volta in questa rivista, sembrerà di sfogliare un qualsiasi magazine occidentale di musica, moda, architettura o costume. E non è un caso se la veste grafica sia così estremamente curata: la rivista viene infatti pubblicata su internet in diverse lingue (inglese, russo, turco e francese) proprio con l’obiettivo per creare proseliti in giro per il mondo. Mostrare il volto buono del Califfato. Avvicinare e convincere i musulmani residenti fuori dal Medio Oriente della bontà delle loro lotte, della necessità di sostenerle, di prendervi parte. Un vero e proprio servizio di propaganda a tutti gli effetti.

Nell’ultimo numero, ad esempio, si celebrano gli ultimi attentati compiuti a Parigi e l’abbattimento dell’aereo di linea russo partito dal Mar Rosso. In particolare per il secondo episodio di mostra quella che loro presentato come la bomba fatta esplodere sull’aereo, una semplice lattina di Schwepps con un piccolo innesco e un piccolo detonatore. Non saprei dire se effettivamente una bomba simile può provocare dei danni tali da far spezzare in due un aereo di linea e farlo precipitare, ma comunicativamente il messaggio che cercano di far passare è molto importante: vogliono farci credere di essere in grado di creare armi devastanti con oggetti semplici, banali, di uso quotidiano, vogliono comunicarci che sono in grado di colpirci duramente con oggetti comuni, quasi innocenti, per amplificare il senso di paura generato dagli attentati. Vogliono farci capire che loro possono colpirci ovunque, senza che nessuno se lo aspetti.

  
Parlano poi anche delle operazioni compiute da Al-Qaida in Yemen. Ma perché lo fanno? Forse per cercare di presentarsi come una specie di “internazionale del terrore” in grado di raccogliere le istanze di tutti i movimento terroristici? La rivista offre poi selezioni dei video dello Stato Islamico, riprese di combattimenti, video in cui vengono giustiziati dei prigionieri, vari corsi di battaglia anche con l’uso di carri armati. E poi interviste, i suggerimenti su quali account seguire sui social network, l’esaltazione per ogni singola conquista opportunamente incastonata in un vero e proprio storytelling più ampio che ha il compito di esaltare al massimo le prospettive e la vita sotto il sedicente Califfato Islamico.

Come ad esempio il welfare. Non è un mistero se diversi profughi siriani raccontano come i programmi sociali portati avanti dai movimenti di sinistra oggi siano stati fatti propri dall’Isis, che promette la gratuità di molti servizi, dall’assistenza agli anziani, ai trattamenti sanitari, dalla pulizia delle strade alla distribuzione di energia elettrica in ogni casa. Viene descritto e promesso un mondo migliore per tutti i musulmani, un boccone prelibato soprattutto per quelli che hanno vissuto fino ad oggi in condizioni di emarginazione o di mancanza di libertà. Si fa leva sulla vocazione millenaristica che alberga in molte persone e sulle loro rivendicazioni sociali che, sotto i regimi di vario tipo e nelle periferie delle città occidentali, restano sostanzialmente inascoltate.

  
E poi c’è la parte dedicata al modo in cui si parla del Califfato in Occidente. Vengono riportate parole, valutazioni, analisi compiute in Europa o negli Stati Uniti, si rammenta ai lettori cosa gli occidentali conoscono del Califfato, cosa sospettano, cosa non si immaginano neanche. Un prodotto creato da professionisti in modo professionale, in cui l’aspetto patinato è quasi funzionale ad attutire la brutalità delle cose che vi sono contenute. Così facendo i terroristi che uccidono persone innocenti, quelli che si fanno esplodere, vengono descritti come dei martiri, diventano delle specie di celebrità rispettate da tutti. E poi c’è spazio anche per le stoccate agli avversari, quelle varie coalizioni che cercano di combattere l’Isis, contro cui viene pubblicato un pezzo dal titolo molto eloquente: “You think they are togheter, but their hearts are divided”. Si punta il dito sulle debolezze e sulle divisioni dei nemici, ribadendo al contrario la presunta unità d’intenti di tutto il mondo islamico riuniti sotto il Califfato.

  
Curiosa è anche questa specie di pubblicità. È di carattere economico, presenta il ritorno al Dinaro d’Oro, l’antica moneta usata nei Califfati islamici secoli fa. Anche in questo nulla è lasciato al caso, tutto è organizzato e programmato nei minimi dettagli. Una semplice pagina che sottintende un grande cambiamento economico: la nascita di una nuova moneta per uno stato che dovrà essere molto esteso e dalle ingenti risorse economiche. Un modo per porsi politicamente al livello degli Stati riconosciuti, dato che il sedicente Stato Islamico è una nazione autoproclamata e non riconosciuta da nessuno.

  
In questa narrazione sono funzionali anche gli articoli scritti da John Cantlie, un giornalista americano catturato nel novembre del 2012 insieme al collega John Foley, che invece verrà successivamente sgozzato il 19 agosto del 2014. Cantlie invece viene costretto a fare propaganda, a trasmettere l’entusiasmo di vivere in una nazione simile, in un modo simile. Tutto studiato quasi maniacalmente per far credere alle persone di religione islamica che quello che loro propongono sia una specie di paradiso in terra, quel paradiso tanto promesso e mai concretizzato. Ma Cantlie viene usato anche per mandare un messaggio all’Occidente:

”Se le nazioni Occidentali vogliono una tregua, ci pensino tre volte prima di buttare all’aria questa opportunità”

Quindi un negoziato potrebbe non essere un tabù. Ma a che pro mandare questo messaggio? È un segnale di debolezza dell’Isis? È una reale offerta di pace? Ma quale prezzo dovrebbe avere questa potenziale pace? Si tratterebbe di lasciare tutto il Medio Oriente in mano loro? Intanto il sasso è stato gettato nello stagno, difficilmente provocherà qualche reazione a breve termine, ma potrà essere riconsiderato in prospettiva. Se si dovessero verificare altri sanguinoso attentati in Europa, qualcuno potrebbe farsi tentare dall’opportunità di sedersi a trattare con questi terroristi? Anche in questo lo Stato Islamico gioca d’anticipo, rinforzato la narrazione che lo vede come Stato effettivo, reale, riconosciuto, un soggetto politico esistente a tutti gli effetti.

Ampio spazio hanno delle specie di monografie. Nell’ultimo numero di possono leggere quella di un giovane ragazzo di origini marocchine cresciuto in Germania, e quella di un giovane cittadino dello Sri Lanka. E poi c’è un’intervista a Abu Muharib, combattente di stanza in Somalia. Un modo per mostrare l’internazionalità di questa organizzazione, per mostrare come le sue ramificazioni raggiungano ormai ogni angolo di mondo. “Non sentitevi al sicuro” pare riecheggiare in ogni pagina di questa rivista, “non sentitevi al sicuro”. Perché è questo il loro primo obiettivo: creare un diffuso senso di precarietà, di pericolo, di insicurezza latente in ogni cosa. Tra l’altro, curiosa la scelta di parlare di un combattente cresciuto in Germania: un segnale per il Paese guidato da Angela Merkel?

  
Dabiq, un nome importante per la religione islamica. È il luogo dove, secondo il Corano, dovrebbe avvenire lo scontro finale fra musulmani e cristiani. Una profezia che l’Isis ci tiene a mantenere viva, per questo richiama tutti i musulmani in giro per il mondo a tornare in Siria, ad unirsi alla battaglia. Per questo cerca, tramite gli attentati in Europa, di spingere le potenze Occidentali a intervenire direttamente in questa guerra, per farli passare ancora una volta come aggressori, come colonizzatori che vogliono mantenere il controllo sulle terre del Profeta. Provocano la nostra reazione rabbiosa per presentarsi agli occhi dei musulmani come loro protettori, e ce lo raccontano loro stessi su questa rivista luccicante.

Forse dovremmo preoccuparci anche di questo. Oltre che al pensare di andare a bombardare lo Stato Islamico in Siria e in Iraq, dovremmo seriamente iniziare a pensare a come combattere la loro propaganda, a come contrapporci a questo loro racconto patinato e invitante della Guerra Santa. Non possiamo pensare di sconfiggere l’Isis senza combatterne l’ideologia, senza mostrarne i limiti e contraddizioni. Sconfiggere lo Stato Islamico solo dal punto di vista militare potrà risolvere (temporaneamente) il problema in Siria, ma non spazzerà via la loro ideologia. Per quella, ancora non abbiamo elaborato nessuna strategia.

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Categorie:Attualità

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