Richetti e la rottamazione mancata: è davvero solo colpa di Renzi?

  

L’altra settimana ha fatto molto scalpore l’intervista rilasciata da Matteo Richetti a La Stampa. Un’intervista in cui si parla chiaramente di rottamazione fallita, in cui si critica la gestione del partito, che avrebbe portato il Partito Democratico al suo massimo smarrimento nel momento del suo massimo consenso.

Un argomento non nuovo per il sottoscritto. Ne parlai già a maggio, sottolineando come dietro a Renzi, nel partito, non c’è nessuna reale nuova classe dirigente ma solo molti riciclati che mirano a mantenere il proprio potere. Lo ribadii a inizio giugno, parlando esplicitamente di quei capibastone locali che, nei fatti, continuano a decidere e a determinare le candidature, di fatto rappresentando un solido argine a quell’ondata di rinnovamento che era stata promessa. Ne parlai ancora a metà giugno, quando lo stesso Matteo Renzi affermava che doveva ricominciare a fare il rottamatore anche nel partito, non solo nel governo: il cosiddetto “Renzi 2”, più istituzionale, avrebbe dovuto cedere di nuovo il passo al vecchio “Renzi 1”, il rottamatore. Un (ri)cambio di passo che personalmente sto ancora attendendo.

Matteo Richetti da quindi voce e corpo a un malessere che già da tempo serpeggia nel Pd. Stento a dare torto a Richetti, ma è pur vero che un appunto andrebbe fatto alla sua richiesta di una maggiore forza rottamatrice di Renzi: non affronta chiaramente quello che è il problema delle piccole cricche di potere locale e il punto delle tante indecisioni di molti giovani politici nel candidarsi contro i vecchi dirigenti di partito. La tanto vituperate primarie dovrebbero servire anche a questo, a far emergere nuove figure per far sì che si coagulino attorno a loro le spinte di rinnovamento che l’elettorato del Pd continua a chiedere a gran voce. Ma queste cose non possono essere imposte dall’alto, devono necessariamente partire dai territori. Solo dopo essere partire possono ricevere una sorta di “protezione” dai livelli alti, ma non prima. Guardiamo ad esempio a Bergamo, dove Giorgio Gori ha dovuto sgomitare per farsi largo e dove oggi è un sindaco molto apprezzato da tutto il centrosinistra. Non è stato imposto, ha fatto (e vinto) la sua battaglia.

Ha ragione quando dice che la segreteria del Pd spesso è latitante. Il ruolo di punti di riferimento del partito viene quindi assunto dai ministri di governo, oscurando quei responsabili interni che dovrebbero porsi in un piano di dialogo con l’esecutivo e non apparire invece come semplici figure di sfondo. Più che la forza del segretario, dovrebbe essere la forza della segreteria a imprimere quella forza necessaria a svoltare e cambiare una classe politica passata che continua a restare aggrappata al potere. Dovrebbe essere la segreteria, in accordo col segretario, a ricoprire quel ruolo di detonatore per le nuove energie ancora compresse che non riescono a esprimersi.

Comunque dopo l’intervista Richetti cerca di chiarire meglio il suo pensiero. Lo fa in seguito alle polemiche che hanno suscitato le sue parole, lo fa soprattutto per mettere a tacere certe insinuazioni cresciute sulla stampa secondo cui Richetti vorrebbe sfidare Renzi per la segreteria. Affida le sue parole a un post su Facebook, dove sottolinea il dovere non di imporre, ma di supportare quei cambiamenti nei territori che tanto sono stati promessi in passato. Dice:

“…Hai portato il Partito Democratico ad un consenso insperato e inaspettato. Si può arretrare solo se adesso non siamo all’altezza delle aspettative. I nostri elettori, le persone che spendono energie e passione nel partito, i tanti bravi amministratori locali sono pronti a fare la propria parte nella costruzione del nuovo: nuova classe dirigente, nuovo orizzonte, nuovo linguaggio, nuova idea di politica e servizio. Non basta gettare tutto in pasto alle primarie, che non hanno poteri taumaturgici in sé. Noi abbiamo l’onere di sostenere il cambiamento. Farlo sedimentare. Renderlo forte e duraturo. In politica non sempre vincere significa avere ragione. E tu lo sai meglio di chiunque altro…”

Non sempre vincere significa avere ragione, dice Richetti. Un riferimento importante, che non va confuso con quel concetto simile espresso dalla sinistra più radicale che ribadisce come sia meglio perdere che cambiare le proprie idee. No, qui Richetti fa in riferimento molto più preciso e circostanziato, ricorda implicitamente quel discorso tenuto da Matteo Renzi alla fine delle primarie del 2012, quelle che l’allora sindaco di Firenze perse contro Bersani, un discorso da sconfitto che lo fece brillantemente apparire come il vero vincitore di domani. Un discorso che trasmise quella passione politica che molti allora andavano cercando, e probabilmente è da quella grande carica di passione che Richetti, ma non solo, vorrebbe veder ripartire il Pd.

Di indiscutibile resta un punto: occorre mettere le mani dentro al Pd per rimetterlo in sesto. Occorre rimboccarsi le maniche e infilare le mani in ogni meccanismo per rendere tutto nuovamente funzionante e efficiente, occorre immergersi nella realtà dei circoli per liberare quelle potenzialità inespresse e soffocate dai piccoli gruppi di potere locale. E lo deve fare tanto il segretario e la segreteria, quanto tutto gli iscritti che vogliono questo cambiamento, non si può soltanto lamentarsi con Renzi della mancata rottamazione, servirebbe semmai parlare con Renzi per creare spazi per permettere alla rottamazione di avanzare. Il 2016 presenterà diverse sfide elettorali amministrative: quale Pd si presenterà ai blocchi di partenza?

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Categorie:Politica

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  1. Siamo alla fine del sogno rottamazione nel Pd? – Iperattivo Categorico

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