I miei dubbi e le vostre certezze

  

Sono sempre un po’ invidioso delle persone che ostentano sicurezza. Sono invidioso perché appaiono come quelle che sanno sempre cosa fare, che sanno sempre cosa dire, che sanno sempre esattamente cosa sta accadendo. Non importa quale sia l’argomento, loro sanno. Punto. E non fate l’errore di pensare che questa mia invidia sia rivolta soltanto al variegato popolo dei social network, nel mondo reale spesso è anche peggio, credetemi.

Gli attentati di Parigi ad opera dell’Isis hanno portato le persone a esprimere tutte le loro certezze, vere o presunte. E la mia invidia è incredibilmente cresciuta nel sentire così tante sicurezze. Quelli sicuri che loro (ma loro chi, esattamente?) ci vogliono morti, quelli sicuri sia uno scontro di civiltà, quelli sicuri sia uno scontro di religione, quelli sicuri che sia colpa degli Stati Uniti, quelli sicuri sia colpa di Israele, quelli sicuri sia colpa di Assad, quelli sicuri di dover bombardare a tappeto (ma, ancora, chi? E dove?), quelli sicuri che servirebbero un paio di testate nucleari per sistemare tutto, quelli sicuri di dover cacciare via tutti i musulmani dall’Europa, quelli sicuri che per proteggerci non si dovrebbero più far entrare né immigrati né profughi, quelli sicuri che la Francia faccia bene, quelli sicuri che la Francia faccia male, quelli sicuri che i bombardamenti di Obama non servono a nulla, quelli sicuri che i bombardamenti di Putin siano taumaturgici, quelli convinti che serva mandare l’esercito per “prenderli a calci in culo”, quelli convinti che gli Stati Uniti stanno sbagliando strategia, quelli convinti che l’Unione Europea stia sbagliando strategia, quelli convinti che si risolva tutto con un processo di pace.

Eppure io non riesco a convincermi di nulla, navigo a vista nel dubbio. Se davvero è uno scontro di civiltà e religioni, perché vengono colpite in maggioranza persone che condividono con loro sia l’una che l’altra? Se davvero la strategia giusta è bombardarli, perché tutti i bombardamenti compiuti fin’ora non hanno risolto praticamente nulla? Se il problema sono gli immigrati che verrebbero qui a compiere attentati, come ci regoliamo quando scopriamo che i terroristi sono cittadini europei? Ammesso e non concesso che si riesca a spazzare via militarmente l’Isis, come pensiamo di sconfiggerne l’ideologia? E poi, se siamo fra quelli che auspicano un’Europa davvero unita (vedi l’utopia degli Stati Uniti d’Europa), come possiamo plaudere all’interventismo francese che quasi “obbliga” gli altri stati europei a doverla seguire in una guerra?

Non vorrei che da governi col coraggio di prendere decisioni importanti si vada a desiderare governi che agiscono senza riflettere. Qualcuno mi ha detto che chi governa non può permettersi dubbi in momenti come questi, ma io al contrario penso che sia proprio in momenti simili che ci si debba fermare un secondo a riflettere a fondo su ciò che si vuole fare per non agire d’istinto. Che l’istinto sarà pure una bella cosa che ci aiuta a mantenerci vivi, ma è anche quella cosa che spesso ci fa fare cose azzardate senza tener conto delle conseguenze. E noi non possiamo più permetterci di agire senza pensare a quali potranno essere le conseguenze dopo.

Ripenso a Hollande annunciare che la Francia è in guerra e non posso che provare un leggero sgomento. La nostra società di oggi è il frutto, nelle sue varie articolazioni politiche, economiche, sociali, di ciò che abbiamo vissuto nella prima metà del novecento. Due Guerre Mondiali, milioni di morti, soprusi, violenze, persecuzioni, odio. Ci siamo ritrovati tutti a promettere che mai più saremmo caduti in una simile spirale di barbarie, eppure oggi ci ritroviamo a sentire chi invoca la Terza Guerra Mondiale. Nella Seconda ci trovammo a combattere contro il Nazismo, allora al potere stabilmente in una nazione. Col senno di poi, e osservando un po’ in giro, possiamo vedere come allora sconfiggemmo il Terzo Reich e abbattemmo l’Impero Nazista, ma non sconfiggemmo l’ideologia nazista che oggi è ancora viva e continua terribilmente a farsi sentire in mezzo a noi. Uno degli obiettivi persi del dopo: non solo sconfiggere il regime ma sconfiggerne anche l’ideologia. E se dichiarare guerra all’Isis portasse allo stesso frutto avvelenato?

Alla fine sono sempre e solo due le domande che mi ronzano in testa: “cosa fare?”, e “come fare?”. Che possono sembrare due domande banali ma che rappresentano il punto di partenza necessario per affrontare lo snodo più complesso, quello che ti può indirizzare verso una buona o una cattiva scelta. Solo che io non riesco a capire quale possa essere quella giusta e quella sbagliata. Quando provo a esporre i miei dubbi mi capita di incrociare alcuni convinti della necessità dell’intervento armato che mi chiedono: “ok, allora tu cosa proponi?”. Bella domanda. Penso se sia davvero necessario bombardare, e mi vengono in mente quegli stranieri residenti in Europa (ma anche quei cittadini europei di origini straniere) che si sentono compressi, a torto o a ragione, nei loro diritti e finiscono fra le braccia del fondamentalismo. Che dovremmo fare con loro, deportarli a forza nei territori di guerra e sparargli contro? Perché non provare a pensare ad un approccio conpletamente nuovo, radicalmente diverso? Perché non ci si riflette, tutti insieme?

Vi osservo mentre state avvolti nelle vostre certezze. Io coi miei dubbi mi sento quasi inferiore, debole, inutile. Certamente queste mie sensazioni sono amplificate da questo clima di ineluttabilità, un clima che sembra suggerire come non ci siano altre scelte, come non ci si possa più tirare indietro dal fare determinate cose. “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra Patria. L’ora delle decisioni irrevocabili”, scandiva Benito Mussolini nel 1940 dal balcone di Piazza Venezia mentre annunciava l’entrata in guerra dell’Italia. E allora niente spazi a dubbi, incertezze, riflessioni. Nessuna debolezza, tanto più contro un nemico che si presenta come violento e sanguinario. Solo sicurezze a cui guardo con un pizzico di invidia, ma anche con malcelata paura.

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Categorie:Riflessioni

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