Parigi, l’Isis, il terrorismo, la religione, i dubbi e le domande senza risposta

Le prime pagine dei maggiori giornali francesi

Le prime pagine dei maggiori giornali francesi

Scrivere qualcosa su quanto successo a Parigi è molto difficile. Difficile perché tante parole sono già state spese spesso in assoluta libertà sui fatti accaduti, a volte pure con troppa libertà, e non è certo mia intenzione imbarcarmi ora in un’analisi dettagliata delle azioni commesse dai terroristi nella capitale francese. Sono stati attacchi brutali, estremamente violenti, compiuti con un coordinamento superiore a quanto mai visto in precedenza sul suolo europeo. Il resto, credo, lo sapremo meglio nelle prossime ore dalle indagini che stanno portando avanti gli inquirenti. A me, oggi, più che altro ronzano in testa molti dubbi e molte domande a cui non riesco a dare risposte credibili fino in fondo. Perdonatemi se sarà un riflessione lunga.

Come dicevo anche sull’attentato ho molte domande, ma non credo sia il momento di avventurarsi in dettagliate analisi. Le domande che mi pongono nello specifico attentato vengono molto bene riassunte in questo pezzo di Guido Olimpio apparso sul Corriere della Sera: chi erano esattamente, dove si sono addestrati, come hanno trovato le armi necessarie all’assalto. Alcuni attentatori sembrano in fuga, si stanno facendo indagini anche a Bruxelles dove ci sono stati diversi arresti, e pare che alcuni terroristi del commando fossero proprio della città belga. Sembra collegato all’attentato anche l’arresto di un uomo montenegrino, alcuni giorni fa, fermato in un’auto col bagagliaio pieno di armi. E poi uno degli attentatori era un francese, probabilmente un foreign fighters, altri cittadini del Belgio.

Le prime vere domande me le pongo leggendo questa riflessione di Nicolò Scarano che consiglio a tutti. La domanda centrale che si pone, “che guerra è questa?”, è credo il nodo centrale su cui si deve riflettere per capire come agire successivamente. La riflessione non è banale: se siamo davvero di fronte a uno scontro di civiltà, allora il nemico dell’Occidente rischia di essere tutto il mondo arabo, circa 1,6 miliardi persone che si professano di religione islamica. Se diamo retta chi imputa la colpa di queste violenze alla religione, allora ogni persona che segue quella religione ha potenzialmente in se i germi per diventare un terrorista. Ma se invece la religione, come spesso si cerca di ripetere e come in tanti fanno ancora finta di non capire, fosse soltanto una leva per mascherare una guerra di carattere politico, economico, sociale?

Alcune persone a Hong Kong dopo gli attentati a Parigi (AP Photo/Kin Cheung)

Alcune persone a Hong Kong dopo gli attentati a Parigi (AP Photo/Kin Cheung)

Non sono pochi quelli che, a caldo, hanno detto, scritto, urlato di far decollare gli aerei da guerra per bombardare Isis e cancellarlo dalla faccia della terra. Ma chi e dove esattamente si dovrebbe andare a bombardare? In Siria? In Iraq? In Libia? Gli attacchi di gennaio alla redazione parigina di Charlie Hebdo furono compiuti da persone di nazionalità francese, seppure di origine algerine. Cittadini francesi, cittadini europei.Per assurdo dovremmo pensare di bombardare anche la Francia? Per quanto si facciano chiamare Stato Islamico non hanno un territorio ben definito, e anche se lo avessero non si limitano a trovarsi spazialmente solo in quel luogo. Si ritorna quindi alla domanda, che guerra ci troviamo di fronte? Come dovremmo combatterla? Chi è esattamente il nemico che ci troviamo a dover fronteggiare?

Se guardiamo a questo 2015 c’è da rimanere sgomenti. A gennaio l’attacco, sempre a Parigi, del giornale satirico Charlie Hebdo, in cui muoiono 12 membri della redazione, più altre quattro persone durante la tentata fuga dei due terroristi. Sempre a gennaio, quasi in contemporanea con l’attacco a Parigi, il gruppo dei Boko Haram (affiliato a Isis) getta nello scompiglio la Nigeria, in un attentato che ha raso al suolo la città di Baga e 16 altri villaggi, provocando la morte di centinaia di persone. A Febbraio a Copenhagen si spara ad un convegno su Islam e blasfemia, provocando un morto e tre feriti. A marzo l’attentato al Museo Nazionale del Bardo a Tunisi, in cui morirono 24 persone, fra cui due terroristi. Ad aprile in Kenya, a Garissa, fu assaltato un campus universitario, provocando la morte di 147 persone. A giugno gli attentati ai resort in Tunisia, con dei terroristi che armati di kalashnikov entrano in spiaggia e sparano sui turisti provocando 38 morti. In Francia un uomo viene rapito e decapitato. E poi l’attacco alla moschea sciita a Kuwait City, 67 morti. A luglio un’autobomba viene fatta esplodere davanti al consolato italiano in Egitto, provocando un morto e dieci feriti. Sempre a luglio avviene un attacco suicida nella città turca di Suruç, dove muoiono 28 persone, avvenuta durante la riunione di un’associazione che voleva aiutare i curdi a ricostruire Kobane. Ad agosto su un treno ad alta velocità fra Amsterdam e Parigi un uomo armato di kalashnikov apre il fuoco, venendo fortunatamente bloccato subito e provocando solo 3 feriti. E poi a fine ottobre l’aereo russo partito dal Mar Rosso e esploso in volo provocando la morte di 224 persone. E poi non molti giorni fa l’attacco kamikaze a Beirut, in un quartiere considerato roccaforte di Hamas, che ha provocato oltre 40 morti. E infine Parigi, venerdì sera: 129 morti, 352 feriti.

Scorrendo questo drammatico calendario salta però all’occhio una cosa: Isis colpisce indiscriminatamente persone europee e persone arabe. Questo è uno di quegli aspetti che più andrebbero tenuti in considerazione soprattutto quando si sente qualcuno parlare di scontro di civiltà fra occidentali e arabi. Isis uccide anche gli arabi: loro, di parte sunnita, uccidono senza pietà gli sciiti. Un altro degli aspetti da tenere in considerazione, le lotte interne alla religione islamica, un confronto doloroso e violento che per l’Isis pone gli sciiti sullo stesso piano degli infedeli europei. Ha senso quindi parlare genericamente di scontro di civiltà? Ha senso parlare di scontro fra religioni, quando all’interno dello stesso Islam lo scontro è ai massimi livelli?

Rue Bichat, Parigi

Rue Bichat, Parigi

Un attentato, questo di Parigi, che rischia di incidere profondamente non solo nella vita quotidiana delle persone, ma anche nella scena politica internazionale. La scoperta vicino a uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere nei pressi dello Stade de France di un potenziale passaporto di un rifugiato siriano registrato poco tempo fa in arrivo all’isola di Lesbo in Grecia, rischia di compromettere il piano di accoglienza dei rifugiati che l’Europa vorrebbe applicare. La stessa Polonia, che già aveva ribadito più volte il proprio no a questo piano, oggi è ancora più convinta e risoluta nella sua posizione. E intanto è saltato anche il viaggio diplomatico del primo ministro iraniano Rouhani, che doveva recarsi proprio in Francia e in Italia, dove avrebbe addirittura dovuto avere un incontro con Papa Francesco. Ed è importate, oggi più che mai, evitare che il dialogo avviato con l’Iran non si interrompa, non venga bloccato. Così come è ora di riavviare il dialogo con la Russia di Putin, perché non ci si può più permettere di lasciarla isolata, non in un quadro del genere. Ma allo stesso tempo occorre anche capire di chi ci si può fidare, chi possiamo considerare amici in questa guerra, e chi invece si sta rivelando un falso amico.

David Bidussa fa un ragionamento interessante su Gli Stati Generali. Rileva che l’Isis somiglia al nazismo, e si chiede se noi somigliamo a chi il nazismo lo sconfisse. Sappiamo essere in grado di costruire oggi quell’opposizione che allora sconfisse Hitler? Bidussa scrive che la posizione della neutralità ormai non è più percorribile né praticabile, e purtroppo ha ragione: così come si deve iniziare a capire di chi ci si può fidare o meno, si deve anche iniziare a prendere delle posizioni nette, non negoziabili, e lo devono fare soprattuto quelle nazioni che ancora tentennano nell’incertezza. Sarà possibile farlo? Il G20 che si è appena aperto in Turchia dovrà avere il compito di dare parole nette, precise, su ciò che si vorrà fare. Altre prese di posizione di circostanza rischieranno di essere soltanto l’ennesimo tempo perso verso una situazione che vede il tempo scorrere ormai sempre più veloce.

Ma pone anche un’altra riflessione riguardo al considerare Isis come gli altri movimenti terroristici. Ho letto molti affermare che servirebbe applicare le strategie che hanno portato a combattere, e in alcuni caso sconfiggere, le organizzazioni terroristiche che hanno imperversato per anni nelle nazioni europee. Ma siamo davvero sicuri che Isis possa essere accomunata a organizzazioni come le Brigate Rosse, come l’IRA, come l’ETA, come la Rote Armee Fraktion? Sempre Bidussa osserva che queste organizzazioni sono state debellate o fortemente ridimensionate anche grazie a defezioni avvenute dall’interno, movimenti sconfitti per un processo di rottura interno. Potrebbe accadere anche per Isis? Come l’autore anch’io penso di no, e proprio questo aspetto li rende più simili al nazismo. Scrive: “…Il nazismo non è stato sconfitto da nessuna defezione. I suoi sopravvissuti, non hanno mai intrapreso una strada di pentimento, non hanno mai abbandonato il campo. Hanno attraversato il lungo dopoguerra senza mai aprire i conti con il loro passato, semplicemente perché ritenevano di avere ragione, ma di avere avuto il solo torto di essere sconfitti…” Ma come detto, se loro sono come i Nazisti, noi siamo come gli Alleati?

Un uomo suona "Imagine" di John Lennon al pianoforte vicino al Bataclan di Parigi (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

Un uomo suona “Imagine” di John Lennon al pianoforte vicino al Bataclan di Parigi (KENZO TRIBOUILLARD/AFP/Getty Images)

Una domanda gira continuamente nella mia testa: cosa fare? Perché va bene non farsi intimidire, continuare a vivere come sempre, difendere la propria libertà (anche se questo nuovo attentato limiterà la nostra libertà, anche se qualcuno non vuole ammetterlo), va bene scendere in piazza a manifestare la propria vicinanza a chi viene colpito da questi attentati, vanno bene le veglie di preghiera e i “siamo tutti francesi”, ma poi serve capire come muoversi per affrontare nel concreto questo terrorismo. Serve iniziare a pensare a politiche internazionali, sociali, economiche del tutto nuove e inedite, perché quelle applicate fino a oggi si sono rivelate drammaticamente inefficaci. Non possiamo pensare di continuare ad applicare strategie politiche già usate in passato, riadattandole allo scenario attuale, perché è ciò che abbiamo fatto fino ad oggi ed è quello che ci ha portati fino a questo punto. Serve riflettere e pensare a qualcosa di radicalmente nuovo, serve un approccio radicalmente nuovo. E serve “sporcarsi le mani”, non possiamo più ipocritamente pensare di far risolvere determinati problemi da altri, per procura. Non possiamo più permetterci di ascoltare come tutti dicano di voler combattere l’Isis, ma come ognuno lo faccia con un’agenda di interessi propria, con un approccio proprio, spesso addirittura in contrasto con altri. Giusto per fare un nome, la Turchia, dove oggi inizia il già citato G20: non è un mistero l’ambiguità del governo turco verso la questione Isis, che da una parte dice di volerlo combattere mentre dall’altra bombarda quei curdi che a Kobane lottano praticamente da soli contro lo Stato Islamico.

Quindi, cosa si dovrebbe fare? Un’analisi interessante è questa apparta su Limes, che pone un punto di partenza chiaro: si, siamo in guerra, ma è una guerra che non riguarda principalmente noi dato che parte come interna all’Islam, negli anni ottanta. Uno scontro interno che vede contrapposte concezioni radicalmente diverse della religione, ma che vede coinvolte anche questioni di potere politico ed economico. Isis vuole colpire l’Occidente per spingerlo fuori dalla penisola araba, vuole cancellare il controllo (vero o presunto) che l’Occidente esercita su quei territori perché vuole instaurare il proprio stato, il proprio regno, restaurare ciò che era l’antico Califfato. Isis vuole principalmente imporsi come unico rappresentante del vero Islam, per questo colpisce uccide principalmente i musulmani che provano a intromettersi nella sua scalata al potere. Ma se tutto questo ci offre un quadro forse più chiaro su cos’è Isis e su cosa vuole, non ci dice nulla su ciò che dovremmo fare.

Su questo ultimo punto l’analisi di Limes pone un quesito importante. È una di quelle domande cruciali, una di quelle che rappresenta il crocevia di ciò che potrebbe accadere in futuro: se e come mantenere la presenza Occidentale in Medio Oriente? Sconfessare il nostro modello di convivenza per abbracciare il modello di guerra imposto dall’Isis sarebbe davvero utile? Il nodo centrale, neanche a farlo apposta, resta la Siria. Spegnere quel conflitto toglierebbe molta della forza all’Isis, ma va fatto uno sforzo internazionale per fermarsi, firmare una tregua e pensare collettivamente al dopo. Oppure andarsene, lasciare il Medio Oriente al suo destino: Isis avrebbe gioco facile a costruire il suo Califfato, saldando tutte le varie aree di tensione nella penisola araba e negli stati costieri africani, forse questo metterebbe almeno temporaneamente in salvo l’Europa da altri eventuali attacchi terroristici ma creerebbe in quelle zone un’ulteriore spirale di violenza interna, la resa finale fra sciiti e sunniti.

Alle stesse conclusioni arriva anche l’ISPI con questo articolo. E pone l’attenzione anche su un aspetto che noi europei tendiamo a considerare marginale: i foreign fighters. Secondo dati ufficiale nel 2012 erano circa 3000 i combattenti stranieri arrivati in Siria per combattere a fianco dello Stato Islamico. Oggi si ne contano circa 25.000, di cui ben 1.500 provengono dalla Francia, mentre circa 700 provengono dal Regno Unito e altrettanti dalla Germania. Cosa fare con queste persone? Come approcciarsi con loro, come recuperarli? Ma soprattutto: come è possibile che cittadini europei scelgano di abbracciare questa lotta terroristica portata avanti dall’Isis? Cosa li spinge a scegliere questa strada? Sicuramente dobbiamo guardare alle politiche di integrazione che, dobbiamo ammetterlo, non sono state così di successo con a volte tendiamo a pensare. Ma è anche vero che non tutte le comunità che non si sentono integrate finiscono per abbracciare le realtà di un gruppo terroristico. Qui probabilmente entra in gioco la religione islamica, o meglio quella lotta interna alla religione islamica che la vede nettamente divisa in due. Come ho scritto prima c’è una parte che cerca di accreditarsi come unica interpretazione ufficiale, un’interpretazione violenta e totalitaria, e in un quadro di diritti civili compressi o non riconosciuti e di integrazione assente, è terribilmente facile credere che non si abbia alcuna possibilità se non quella di cedere al lato violento.

Una rosa e un biglietto lasciati in un foro nella vetrina  di un ristorante a Parigi (LOIC VENANCE/AFP/Getty Images)

Una rosa e un biglietto lasciati in un foro nella vetrina di un ristorante a Parigi (LOIC VENANCE/AFP/Getty Images)

In merito c’è questo bellissimo articolo apparso su Gli Stati Generali. Racconta principalmente la storia di Hafez, rifugiato politico in Svezia. Vi riporto le sue parole:

“…In Siria, nel 2011, ci abbiamo creduto. Non lo nego, anche se oggi mi sento un ingenuo. Ho immaginato che una grande onda si fosse sollevata, che milioni di giovani arabi avessero preso in mano il loro futuro. Lo ricordate il discorso di Obama all’università del Cairo nel 2009? In fondo era quello che ci diceva: non faremo più gli errori del passato, non useremo la forza per la nostra agenda, ma vi sosterremo se ci proverete da soli. E lo abbiamo fatto, facendoci massacrare. Le parole d’ordine sono semplici, forse troppo per voi che siete abituati alla filosofia. Per noi era solo immaginare una vita senza corruzione, dove un lavoro lo trovi se sai fare qualcosa e non se tuo padre è nelle grazie del clan al potere. Dove, in un caffé, puoi dir la tua senza sparire nella notte. Dove le risorse dei paesi arabi non siano il conto privato all’estero di famiglie di satrapi, ritenuti grandi statisti, ma vengano distribuite a tutta la popolazione. Ho fallito ancora: nessuno ha appoggiato la rivoluzione siriana dell’inizio, lasciandola sprofondare in un incubo sanguinoso. Ho deciso che non posso più buttare la mia vita, ho colto l’unica opportunità che mi restava: farmi profugo, farmi esule. Perché altre opportunità non me ne hanno date…

[…]

…A voi manca un elemento chiave per capire la situazione: il discorso sociale. La matrice religiosa è forte, di sicuro orienta la leadership. Ma state sicuri che è la questione sociale quella che riesce, più di tutto, ad affascinare una generazione intera. Perché di redistribuir ricchezze, nazionalizzare i proventi della vendita delle risorse, dare servizi di base alla popolazione civile parlano solo loro. I discorsi che io, da giovane di sinistra, facevo all’università sono adesso diventata un’agenda in mano ad altri, per il nostro fallimento e per la vostra incapacità di sostenere le forze progressiste, in Siria come altrove. Guardo il mio Paese morire, attraverso una finestra di Malmoe, mi piove dentro. Sento che si prepara la ‘normalizzazione’ di Assad, ponendo l’eterna trappola a quelli come me: o accetti di vivere in una dittatura o sarai in balia del caos, del fondamentalismo e della violenza. Non doveva andare così, non è possibile che sia stata questa l’unica vita possibile…”

Io continuo a farmi domande e continuo a non riuscire a darmi risposte convincenti. Salvini l’altro giorno su Twitter ha lanciato l’hashtag #iononhopaura, ma io vorrei ribattere che invece di paura ne ho tanta, ne ho davvero tanta. Ma più che paura di eventuali altri attentati terroristici, ho paura di una leadership Occidentale che in larga parte non sa fare altro che promettere pugno di ferro e scontro diretto con l’Isis, in un quadro in cui queste azioni non prevedono assolutamente nulla per l’eventuale dopo. È l’eterno ritorno all’uso delle solita politica: intervenire, colpire duro, e poi si vedrà. Ma è davvero così impossibile pensare ad progetti organici che stabiliscano anche cosa va fatto dopo un potenziale intervento armato? Molti leader Occidentali insistono sullo scontro di religioni, sullo scontro di civiltà, un’ottica che porta a considerare l’essere musulmano come uno stigma e porta i musulmani tutti a sentirti come compressi in una morsa che lascia loro progressivamente sempre meno possibilità di scelta.

I dubbi che mi attanagliano continuano a essere sempre più numerosi delle poche certezze che mi accompagnano. Servirebbe un approccio completamente rivoluzionario. Rivoluzione, una parola spesso abusata, che la Treccani descrive come il “mutamento radicale di un ordine statuale e sociale, nei suoi aspetti economici e politici”. Un atto politico che richiede enorme coraggio e grande lungimiranza, ma anche unione di intenti fra tutti gli attori: per tornare un po’ indietro in questa lunga riflessione dovremmo essere come furono gli Alleati contro i Nazisti. Ne siamo capaci, ne saremo capaci?

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Categorie:Attualità, Riflessioni

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