A che gioco sta giocando Cameron?

 

Leggevo l’altro giorno le quattro richieste fatte da David Cameron all’Unione Europea in vista del referendum sulla permanenza del Regno Unito nella UE. Richieste molto precise e, oserei dire, dettagliate, che non lasciano molto margine per dubbi o interpretazioni di sorta. Ne parla Il Post in questo articolo, mentre a questo link potete leggere la lettera originale inviata a Donald Tusk. Il referendum si terrà a fine 2017, quindi il tempo per eventuali trattative sulle proposte rischia di essere molto risicato.

Quattro proposte che lasciano a Cameron ampi margini di manovra politica. Margini che potrà sfruttare per posizionare il governo britannico dove più gli conviene in questo referendum: del resto continua a dire che lui vorrebbe restare dentro l’Europa ma che comunque anche fuori da essa la Gran Bretagna starà benone. Cameron afferma chiaramente di credere a un principio che va in contrasto al progetto di sempre maggiore integrazione dei Paesi UE: “Ammettiamo che la risposta a ogni problema non è sempre più Europa, a volte è meno Europa”. Una posizione che è in netto contrasto con il principale asse europeo, quello fra la Germania della Merkel e la Francia di Hollande, entrambi intenzionati a rafforzare l’euro e a dare maggiori prerogative al Parlamento Europeo. Intanto vediamo brevemente queste quattro richieste.

Uno: proteggere i Paesi che non usano l’euro. In sostanza la Gran Bretagna ha paura che le nazioni della UE che usano la moneta unica (sono 19 su 28) possano fare cartello per far passare le riforme (soprattutto economiche e finanziarie) che interessano loro, a discapito di chi l’euro non lo usa. Chiedono quindi che la Gran Bretagna abbia un modo per stoppare riforme che non le piacciono, o che tali riforme non valgano per le nazioni che non usano l’euro. Ad esempio chiedono che le nazioni senza l’euro siano libere di decidere se aderire o no alle riforme del settore bancario. Ma questo andrebbe a intaccare dei principi contenuti nei trattati fondamentali dell’Unione, e i tempi per una loro modifica appaiono già ora disperati. Si potrebbero però ottenere qualcosa di simile con alcune deleghe, anche se ciò sancirebbe la nascita di un’Europa a due velocità.

Due: aumentare la competitività dell’Unione Europea. In sostanza si vorrebbe rendere ancora più facile e meno burocratica la circolazione interna di merci, capitali e servizi. Una sorta di potenziamento del mercato interno che prevederebbe immagino lo stabilire poche regole ma uguali per tutti, tanto da rendere tutta la UE un mercato economico coerente e non un insieme di mercati dove ognuno cerca di favorire le proprie merci. Obiettivo tra i più facilmente ottenibili da Cameron, su cui non dovrebbe trovare grossi problemi.

Tre: mantenere la sovranità del Regno Unito. Questo è uno dei mantra preferiti dai no euro di ogni latitudine, la sovranità degli Stati nazionali. È come se chiedesse di poter avere una pistola con un proiettile d’argento in grado, con un sol colpo, di sciogliere la Gran Bretagna da ogni impegno assunto. Vogliono infatti la possibilità di recedere da ogni impegno incluso il Trattato di Roma, quello firmato nel 1957 e considerato l’atto istitutivo della Comunità Economica Europea, per poter eventualmente lavorare a un’unione più stretta con gli altri Paesi UE. Vogliono dare la possibilità ai Paesi membri di potersi coalizzare per bloccare norme decise dal Parlamento Europeo, e vogliono un potenziamento del principio di sussidiarietà. Il loro mantra è “Decida l’Europa dove necessario, decidano le nazioni dove possibile”. Ma come si potrà conciliare questa richiesta con la già citata strada che vede l’Europa avviarsi verso una maggiore integrazione, con relativo depotenziamento dei poteri delle nazioni?

Quattro: controllare meglio l’immigrazione e limitare eventuali abusi della libertà di movimento. Forse il punto più difficile da ottenere: Cameron infatti vuole poter approvare una legge che permetterà alla Gran Bretagna di far accedere al welfare solo gli immigrati che già risiedono da almeno quattro anni sul suolo britannico. Chiede inoltre che ogni nuovo Paese che aderirà all’Unione non possa godere subito delle libertà di movimento in vigore per ogni membro, ma che le acquisisca solo quando la sua economia si sia allineata a quella della UE. E tanti saluti alla libera circolazione di cose e persone che sta fra i principi base dell’Unione Europea. Inoltre chiede maggiore rigidezza nei matrimoni fra cittadini UE e cittadini extra UE, spesso concordati per permettere ai secondi di raggiungere l’Unione. Le spinte europee però sono rivolte a cercare di garantire maggiori diritti, non a intaccarli o negarli. Paradossalmente questo potrebbe essere il punto di maggiore attrito e maggiori divergenze.

Ora avrete chiaro, credo, tutte le difficoltà delle trattative che si apriranno fra Europa e Gran Bretagna. E non basterà soddisfare tutte e quattro le richieste britanniche, sebbene alcune appaiano inconciliabili con l’Unione Europea, per garantire che la Gran Bretagna resti nella UE, perché la parola finale l’avranno gli elettori con il referendum. Dice Cameron, rivolgendosi ai propri cittadini: “Sarete voi, il popolo britannico, a decidere. In quel momento avrete in mano il destino del nostro paese. Questa è una decisione fondamentale per il nostro paese, probabilmente la più importante che avremo modo di prendere nell’arco delle nostre vite. E sarà una decisione definitiva”. Va da se che il risultato del referendum sarà profondamente influenzato da come il governo britannico deciderà di schierarsi, se contro o a favore della permanenza nella UE, e questo dipenderà dalle trattative su questi quattro punti. Il governo conservatore farà campagna per il sì solo se tutte le condizioni saranno accettate.

Fluide, al momento, anche le posizioni degli altri partiti inglesi. Quello laburista, guidato da Jeremy Corbyn, ha affermato che prima vorrà constatare se e come Cameron riuscirà a modificare le condizioni di permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Lo UKIP, il partito di destra guidato da Nigel Farage, ha già ribadito la posizione tenuta sempre dal suo partito, ovvero quella di uscire subito dall’Unione. Invece i Liberaldemocratici, i Verdi e i movimenti indipendentisti di Scozia e Galles hanno comunicato che voteranno per restare dentro l’Unione. Cameron che al momento pare intenzionato a continuare a giocare su entrambi i tavoli, quello di chi vuole restate nella UE e quello di chi ci vuole uscire. Del resto le richieste formulate alla UE sembrano quasi scritte in modo da essere respinte, fornendo l’alibi per appoggiare che vuole uscire dall’Unione. C’è da dire anche che il fronte degli euroscettici è in netto aumento anche all’interno dei due maggiori partiti, quello conservatore e quello laburista, cosa che non fa altro che far aumentare d’importanza il referendum, facendogli assumere i tratti di una scelta che rappresenterà un bivio epocale: quale Gran Bretagna vedremo a partire dal 2018?

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Categorie:Politica

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