A che punto è il Dieselgate?

 

Diciamo subito che le ultime notizie sul Dieselgate non sono affatto confortanti per la Volkswagen. A partire dai bilanci, visto che il terzo trimestre si è chiuso con una perdita operativa di 3,5 miliardi di euro, primo effetto di questo scandalo su cui ha influito pesantemente anche il primo accantonamento di oltre 6 miliardi per far fronte ai richiami delle automobili da sistemare. È il primo trimestre in perdita da 15 anni a questa parte. Ma oltre ai risultati finanziari, che si potranno saggiare più concretamente nei prossimi mesi, è l’evoluzione stessa dello scandalo a farlo apparire sempre più vasto e importante.

Ci sono nuove notizie di un allargamento dei motori coinvolti. Dopo l’ammissione che oltre ai 2.0 anche i più piccoli 1.6 e 1.2 TDI sono coinvolti nello scandalo, la Volkswagen ha lasciato trapelare che oltre ai motori con codice EA189 potrebbero essere coinvolti anche quelli con codice EA228. Si tratta sempre di unità turbodiesel Euro 5 ma più recenti, prodotte a partire dal 2012. Ma Volkswagen ha prontamente smentito l’indiscrezione affermando che i motori EA228 sono assolutamente sicuri ed esenti da software truffaldini. A questo si aggiunge la notizia delle massicce sospensioni di dipendenti Volkswagen, da tecnici di laboratorio a ingegneri di basso livello fino a risalire a membri del consiglio di amministrazione. Ciò non significa che tutti siano colpevoli, molte sospensioni sono state decise in via puramente cautelativa, ma questo sicuramente comporterà un contraccolpo nelle capacità produttive dell’azienda tedesca.

Ma restando sui motori, l’EPA ha rilasciato un nuovo documento ufficiale. All’indomani dello scoppio dello scandalo, l’ente americano disse di voler proseguire i test anche su altri tipi di motore del Gruppo Volkswagen. A finire sul banco degli imputati fu il 3.0 V6 TDI su cui iniziarono una nuova serie di test, e in questi giorni sono arrivate le prime notizie: pare che anche su questi motori siano presenti software truffaldini. E si tratta di modelli recenti, prodotti fra il 2014 e quest’anno, con Audi coinvolta addirittura con i model year 2016. Volkswagen ha prontamente smentito, ma il documento ufficiale dell’EPA resta: se fosse confermato il coinvolgimento anche di questo motore, allora la posizione del gruppo tedesco sarebbe davvero critica.

Intanto sbuca un primo studio sugli effetti del maggiore inquinamento dei motori truccati. A rivelarlo è il MIT di Boston, che stabilisce come le maggiori emissioni di NOx siano responsabili di 60 morti premature, calcolando anche un aggravio di spese sanitarie pari a 450 milioni di dollari. In questo pezzo Il Post fa un discreto riassunto, tra l’altro ipotizzando la cifra che potrebbe costare a Volkswagen questo scandalo: si oscilla fra i 20 e i 78 miliardi di euro, una cifra davvero monstre che potrebbe colpire molto duramente una delle più grandi aziende mondiali. Anche per questo alcuni ipotizzano la possibilità di un cambiamento nell’assetto societario della Volkswagen, fino a pensare addirittura a una sua fusione con qualche altra grossa azienda automobilistica. Nomi non se ne fanno, e del resto è solo una speculazione e sarebbe comunque troppo presto, ma in generale i nomi che potrebbero imbarcarsi in un’impresa simile sono davvero molto pochi e non si sa quanto disponibili.

E poi si rischia di avere uno scandalo nello scandalo. Come scrive il Financial Times in questo articolo riportato sempre da Il Post, pare che la Commissione Europea sapesse dal 2013 di queste pratiche: sapeva che alcune Case truccavano i motori per renderli idonei ai test di omologazione. Citando addirittura documenti interni della Commissione dice che una lettera di Janez Potocnik, allora Commissario UE per l’ambiente, avvertiva l’omologo Commissario per l’industria e l’imprenditoria Antonio Tajani di questi trucchi. Si cita anche un’altra lettera del ministro danese per l’ambiente, Ida Auken, che lamentava l’eccessiva lentezza della Commissione riguardo l’approvazione dei test di omologazione su strada, che vennero stabiliti solo a partire dal 2017, questo perché le questioni economiche erano preminenti date le condizioni diffuse di crisi, dando adito al fatto che l’inerzia fosse proprio dovuta alla volontà di non intaccare un comparto industriale, in particolare quello automobilistico, che avrebbe potuto trainare la ripresa economica.

Intanto il nuovo Ceo, Matthias Mueller, delinea i futuri piani industriali di Volkswagen. Sostanzialmente si abbandona il famoso piano Strategia 2018 per il nuovo piano Strategia 2025, che imporrà non più la spasmodica ricerca della massima produzione possibile per diventare la Casa che vende più auto, ma un diverso approccio per ogni singolo aspetto. Decentralizzare il Gruppo, dare più libertà ai singoli Marchi, revisione degli oltre 300 modelli nei vari listini con analisi per ognuno dei costi e dei ricavi, maggiore collaborazione diminuendo la distanza con la piramide dirigenziale. Un cambiamento radicale che servirà loro per dimostrare tutta la profonda voglia di recuperare la fiducia persa.

In tutto questo Volkswagen continua ad ostentare sicurezza. I vertici della Casa tedesca sono fiduciosi del fatto che sapranno brillantemente passare questa tempesta, e che ne usciranno sicuramente più forti di prima. Ma la scure delle multe e dei ricorsi per danni sono come un’enorme nuvola nera sopra le loro teste, una nuvola che minaccia di scatenare una tempesta dagli effetti imprevedibili. Sicuramente nei prossimi mesi saranno più chiari i primi costi che Volkswagen dovrà sostenere, anche alla luce dei risultati delle indagini avviate dalla procura della Bassa Sassonia e delle minacce di denuncia di una parte degli azionisti.

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Categorie:Motori

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