Ode alla (mia) indipendenza

 

La cosa che per certi versi più mi diverte quando parlo con qualcuno è la domanda “si ma tu con chi stai?”. Come se fosse un obbligo capitale schierarsi sempre e comunque con qualcuno/qualcosa, come se fosse imprescindibile dover sempre prendere le parti di qualcuno/qualcosa. Che tu possa restare in un relativo distacco da tutti non viene considerato, o al più viene inteso come una sorta di inqualificabile menefreghismo.

Ecco, no: vorrei tranquillizzare tutti che il mio non schierarmi sempre apertamente e totalmente per qualcuno/qualcosa non è indice di menefreghismo. Semplicemente a volte valuto che l’offerta delle scelte di campo da poter fare è talmente povera o poco interessante che preferisco restare ad osservare. Mi capita quando capita l’argomento sport, arriva sempre la domanda fatidica: ma tu per che squadra tifi?, sottinteso che si parli esclusivamente di calcio. A volte rispondo semplicemente “per nessuno”, altre volte rispondo semplicemente “per l’Olimpia” (amo la pallacanestro), ma comunque sua ogni volta le mie risposte generano quello sguardo misto fra il perplesso, il sorpreso e il preoccupato, come se avessi un problema. Ma per seguire uno sport è obbligatorio tifare una squadra?

Il culmine si raggiunge parlando di politica. Lì se non dimostri di essere appartenente a qualche partito o movimento vieni subito bollato come ignavo, come un peso per la società, uno che la danneggia, pure in un quadro odierno dove la e-democracy sta riscrivendo le regole e ridisegnando i confini. Molte persone giudicano questo distacco come la voglia di non occuparsi di queste cose, come se fosse una tessera di partito o l’appartenenza a un movimento a certificare il tuo grado di coinvolgimento col mondo della politica. Penso che questo giudizio derivi anche dalla necessità di incasellare l’interlocutore, posizionarlo correttamente in un posto definito all’interno dell’arena politica. Se so per chi parteggi posso più facilmente attaccarti e criticarti, posso più facilmente sapere in anticipo le tue posizioni, anche perché si da per scontato siano incontrovertibilmente sempre le stesse espresse dal partito.

È una cosa divertente da osservare. Quando parlo con amici che votano tendenzialmente destra o centrodestra io passo inevitabilmente per un piccolo comunista. Se invece parlo con amici che votano a sinistra vengo bollato come appartenente al campo del centrodestra, tendenza liberista. Poi random c’è anche qualcuno che mi da del simpatizzante del Movimento 5 Stelle: me lo disse una volta su Facebook una signora milanese del Pd solo perché condivisi una proposta dei Cinque Stelle. Sostanzialmente per lei tutte le persone del Movimento erano incapaci che propongono idee insensate e irrealizzabili, e quindi dato che mi ero mostrato interessato a una di queste divenni pure io un folle senza cervello che sosteneva idee bislacche. “Tu sei come loro”, mi disse, come se dovesse indicare una categoria inferiore di persone, ribadendo una sua presunta superiorità.

Io purtroppo (o per fortuna) tessere di partito non ne ho, e al momento non mi sento spinto ad averne. Per chiarire: non critico chi ne ha una, chi si sente orgoglioso di averla, è diritto di ognuno far parte di un movimento politico e fare propaganda per attirare nuovi iscritti. È un diritto sancito dalla Costituzione. Ma, appunto, è un diritto e non un obbligo: se scelgo di non aderire a nessun partito/movimento vorrei non esser tacciato di essere nemico della democrazia, delle istituzioni, quasi un nemico pure delle libertà individuali. Un Nemico Pubblico in piena regola. Vorrei poter ribadire la mia libertà di potermi interessarmi di politica ma senza parteggiare per nessuno. Non mi interessa diventare un “ultras della politica”, distorsione che vede coinvolte un numero sempre maggiore di persone.

Tra l’altro in passato mi è capitato di schierarmi a favore di qualcuno. Sostenni Renzi alle primarie del 2012 e a quelle del 2013, e questo per qualcuno farebbe di me un renziano di ferro. Eppure non mi sono mai fatto scrupolo di dire per me è stato un errore l’abolizione delle provincie, che la riforma del Senato mi soddisfa a metà, che la legge elettorale (pur migliore delle precedenti) non mi piace, che non condivido l’abolizione della tassa sulla prima casa, che non condivido affatto la timidezza sui diritti civili che ha portato Renzi a lasciare libertà di coscienza sul ddl Cirinnà, che non condivido alcuni piani sul dissesto idrogeologico che il governo ha avallato, che non mi piace come il Pd ha trattato Marino, non mi piace che si pensi di abolire o restringere il campo delle primarie. Giusto per dirne qualcuna. Alla luce di queste critiche mi hanno anche dato del gufo: ormai dovrei vivere in una perenne crisi d’identità.

Ma non mi sento affatto in crisi, anzi. Cerco solamente di restare fedele a me stesso, a quello che penso, anche se questo mi spinge a ribadire che del Renzi che sostenni nel 2012/2013 oggi ritrovo ben poco. E vedo ben pochi (se non nulli) miglioramenti nel Pd, da cui ricevo continuamente inviti ad iscrivermi. Al momento mi sento più legato alla mia indipendenza, alla mia possibilità di sostenere le idee che trovo sensate anche se vengono da schieramenti differenti, piuttosto che sostenere solo le idee di una parte. Che non è esattamente il comportamento di chi si disinteressa di questi argomenti.

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Categorie:Riflessioni

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