Sui (mancati) referendum di Possibile

 

In campo militare c’è una cerimonia che si usa fare per rendere onore al valore di un avversario sconfitto. Si dice che gli si rende l’onore delle armi, cioè gli si permette di sfilare “nelle condizioni più prestigiose che le circostanze consentono”, con il diritto di sventolare la propria bandiera di guerra e ricevendo il saluto dallo schieramento vittorioso. Una grande attestazione di stima dovuta a particolari azioni, magari eroiche, compiute dagli sconfitti. E forse tutte le persone che sono state in piazza in questo ultimi due mesi a raccogliere firme per i referendum di Possibile, qualcosa di eroico lo hanno fatto.

Hanno dimostrato un forte spirito di mobilitazione, di concreta voglia di fare, che a sinistra non si vedeva da un po’ di tempo. Certo, tempi e modi di presentazione di questi referendum sono stati a mio avviso sbagliati, ma l’intenzione di fondo era onorevole e l’impegno profuso encomiabile. Portare avanti una campagna di raccolta firme in agosto, quando tutti sono in vacanza e quando praticamente nessuno ha la testa e la voglia di ragionare su certi problemi perché ha solo voglia di staccare per un po’ la spina, è un fatto che merita rispetto.

Il risultato finale però non gli è stato favorevole, e le 500.000 firme necessarie non sono state raccolte. Pippo Civati ha ringraziato gli oltre 200 comitati sparsi in tutta Italia che si sono impegnati in questa raccolta firme, per una mobilitazione che secondo Possibile ha coinvolto circa un migliaio di volontari, numeri non certo trascurabili per un movimento resosi indipendente solo cinque mesi fa. Qualcuno ha storto il naso per il titolo del post con cui Civati annuncia che non sarebbero riusciti a portare le firme in Cassazione, il “Renzi l’ha scampata (ma per poco)”, dicendo che era la dimostrazione di come lui abbia fatto tutto questo solo per risentimento personale. Ecco: è un po’ come quando sento quelli che valutano una dichiarazione di Renzi basandosi solo sull’eventuale battuta sui gufi rosiconi o sui disfattisti. Certamente la comunicazione ha le sue regole e una battuta ha molto più presa di un’articolata spiegazione, ma ridurre tutto solo a quella battuta dimenticando il resto mi fa un po’ ridere. Indipendentemente da chi si stia analizzando.

Non sono mai stato un fan di Pippo Civati. Non ho mai parteggiato politicamente per lui. Probabilmente l’unica volta in cui avrei potuto farlo fu quando si era proposto il suo nome come candidato governatore della Lombardia per le elezioni del 2013, occasione poi sfumata anche perché lui già allora mirava alla segreteria di partito. Ma nonostante questo trovo davvero indigeribili i balletti di giubilo di qualcuno sul fallimento degli otto referendum. Mi trovo d’accordo con Claudio Velardi: Civati non mi sembra tagliato per essere un leader, ma ci ha messo comunque la faccia uscendo dal Pd e cercando una sua strada, intraprendendo una serie di azioni politiche volte anche a definire il proprio campo di azione. Perchè si, un referendum è un’azione politica, volta anche a dimostrare che la maggioranza di un Paese non appoggia più il giverno in carica. Mosse che rispetto alla minoranza interna del Pd (ciao Pigi, ciao Massimino, ciao Speranza) e a quella fuoriuscita verso altri progetti (ciao Fassina), merita davvero l’onore delle armi.

Sarà interessante comunque vedere nei prossimi giorni quali dati ufficiali comunicheranno. Civati ha spiegato che la rinuncia a presentare le firme in Cassazione è stata dovuta anche a ritardi nella spedizione dei moduli compilati, probabilmente per degli errori logistici abbastanza banali. Nulla ha detto sul numero di firme raccolte, demandando questa comunicazione a un secondo tempo. Questo dato darà un’idea maggiore sulle dimensioni dell’area che è riuscita a smuovere Possibile, anche se continuo a ritenere che una loro reale riuscita passi inevitabilmente per l’assorbimento di tutti gli altri micro soggetti di sinistra, spesso inutili anche solo per fare mera testimonianza. Sui referendum anche a sinistra si sono professati tutti scettici, a partire da Sel e dal Movimento Sociale di Landini, e questa potrebbe essere la zavorra peggiore da scaricare per far decollare davvero il progetto di Possibile.

Edit

Civati ha scritto un nuovo post, questo. Dove comunica il dato delle 300.00 firme, e dove si assume (come giusto che sia) le sue colpe. Scrive:

“I potenziali firmatari – se solo fossero stati informati – sarebbero stati molti di più. Colpa nostra e mia non averli raggiunti tutti.

[…]

Di errori ne abbiamo fatti tanti. A tutti i livelli. Il più grande è stato quello di non attivare di più la provincia italiana, come avremmo dovuto fare. E di non crederci (questo non io…) fin dall’inizio. Troppi hanno sottovalutato il carattere strategico dei quesiti e la voglia di partecipare delle persone. Sono partiti tardi e hanno raccolto firme come se piovessero, senza avere il tempo di programmare bene le cose…”

Direi che risponde bene a quanti gli hanno rinfacciato di non sapersi prendere le proprie responsabilità, scaricando invece le colpe sugli altri. Non vorrei esser cattivo ma che questa raccolta firme non abbia avuto copertura mediatica è un fatto, e a poco serve ricordare che pure ai Radicali è capitato di non avere copertura mediatica ma di riuscire comunque a raccogliere le firme necessarie. Confrontare un partito radicato e presente da anni su tutto il territorio con un movimento nato da pochi mesi, è un po’ un confronto impari e improprio. Così come non mi sembrano poche le 300.000 firme che hanno comunicato di aver raccolto: per essere un movimento che contava circa 10.000 aderenti, non sembra affatto un pessimo risultato.

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Categorie:Politica

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