Europa e indipendentismo

immagine dell’articolo di Limes linkato all’interno

 

È passato un oltre un anno e mezzo dal controverso referendum in Crimea. Un referendum che ha sancito l’indipendenza della regione dall’Ucraina, segnando un precedente importante nel campo delle rivendicazioni nazionaliste. Già, perché per quanto fu controverso e osteggiato, quel referendum ebbe luogo e vide la schiacciante vittoria del fronte favorevole all’indipendenza e all’annessione alla Russia. Cosa ovvia si dirà, visto che quel territorio è di fatto abitato praticamente soltanto da persone russe o di discendenza russa, ma ciò costituisce comunque un precedente.

Difatti dopo quel referendum se ne tenne un altro in Gran Bretagna, promosso dagli scozzesi per chiedere la propria indipendenza. Stavolta finì male, votarono no il 55% degli elettori accorsi alle urne rimandando i loro sogni di libertà da Londra a data da destinarsi. Quasi in contemporanea ne venne richiesto un altro pure dalla Catalogna, ma in questo caso il governo spagnolo decise proprio di non ammettere quel referendum, che infatti non si tenne. Il suo posto però è stato preso in qualche modo dalle recenti elezioni regionali in Catalogna, che hanno visto trionfare la coalizione di partiti indipendentisti. La coalizione mirava ad ottenere oltre il 50% dei voti per rivendicare una specie di investitura democratica sui loro progetti di secessione da Madrid, ma purtroppo hanno ottenuto “solo” il 47,8%, sufficiente per avere la maggioranza nel parlamento catalano ma non la tanto agognata maggioranza assoluta.

In compenso la coalizione indipendentista catalana ha già fatto sapere di voler proseguire nel suo cammino. Hanno dichiarato che ne prossimi mesi riavvieranno la discussione sul l’indipendenza della regione, sebbene El Paìs abbia scritto un editoriale post elezioni in cui si afferma che senza la maggioranza assoluta per gli indipendentisti il risultato è fallimentare. Fallimentare o no, il popolo catalano si è di fatto spaccato in due, un risultato delicato che dovrà essere ben gestito non solo dai vincitori alle urne, ma anche dal governo centrale di Mariano Rajoy: darà maggiori concessioni ora che la crisi economica è meno forte, per attenuare le spinte secessioniste? Questa affermazione elettorale comunque ha già dato un risultato tangibile: ridare nuovamente fiato alle altre spinte indipendentiste.

Su questo tema Limes fa un interessante approfondimento. Si sottolinea ad esempio come l’esempio catalano potrebbe dare nuovo slancio ai movimenti indipendentisti baschi, anch’essi desiderosi di staccarsi dalla Spagna. Ma si pone anche l’accento sul fatto che i trattati europei non prendono in considerazione l’eventualità di secessione in uno Stato membro, e che un’eventuale secessione porrebbe l’eventuale Stato indipendentista fuori dall’Europa Unita. E qui si innesterebbero tutti i discorsi di chi è favorevole ad uscire dall’Euro, vedendo in questo una maggiore prospettiva di crescita. Ma i movimenti indipendentisti catalano e scozzese in realtà vorrebbero far parte dell’Europa: una volta distaccati dalla rispettiva nazione dovrebbero quindi chiedere nuovamente di essere ammessi nella UE, ma sicuramente si scontrerebbero col voto contrario della nazione che hanno abbandonato. Divisioni che sicuramente non sarebbero bene all’Unione Europea.

Unione che deve fare i conti anche con le divisioni in Belgio, da sempre diviso fra fiamminghi e valloni. Una divisione che le recenti crisi economiche hanno contribuito ad acuire, facendo riaccendere una strisciante voglia di secessione. Non per nulla negli ultimi anni si è assistito ad una forte ascesa della Nieuwe-Vlaamse Alliantie (N-Va), il partito indipendentista fiammingo. Anche loro guarderanno con interesse ai prossimi mesi del nuovo governo catalano, per capire fin dove potranno arrivare con le loro richieste di indipendenza.

Come scrivevo già nel 2014, le forze centrifughe interne di molti Paesi potrebbero in alcuni casi diventare insostenibili. Dopo tutto, uno dei concetti spesso difesi dalla stessa Unione Europea è quello dell’autodeterminazione dei popoli, come accadde ad esempio per la questione del Kosovo, altro spinoso precedente che potrebbe essere usato dai movimenti indipendentisti per giustificare le proprie spinte secessioniste. In un momento di profonda crisi identitaria e di coesione dell’Europa Unita, vedasi ad esempio i continui litigi sulla questione delle quote dei profughi da redistribuire su tutto il territorio europeo, queste spinte potrebbero rappresentare un colpo mortale per tutta la UE. Uno dei tanti tasselli che porterebbero all’implosione di tutto il sistema.

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Categorie:Politica

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