L’insulto fisico come linguaggio politico

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Ammettiamolo: chi di noi non ha mai fatto una battutina su Renato Brunetta? Sulla sua aria sempre nevrotica, sulla sua statura, sul suo modo di fare. Bene o male è capitato a tutti di farci sopra una battuta da usare come rinforzo alle critiche che gli venivano rivolte, è capitato anche a me: faccio outing, in passato mi è capitato di fare delle battute sulla statura di Brunetta. Magari speravo di essere originale, magari pensavo che apostrofarlo in quel modo rendesse più eclatante la mia critica, non so. Ma lo feci, e col senno di poi un po’ me ne pento. Sia chiaro: non mi pento affatto di averlo criticato, solo di averlo apostrofato in malo modo.

Solo che apostrofare in un certo modo gli avversari politici è ormai diventata una consuetudine. Lo racconta molto bene Myrta Merlino in questo pezzo apparso sull’Huffington Post, in cui cerca di riportare l’attenzione sull’eccessivo uso dell’insulto fisico in politica. Per restare a Brunetta possiamo ricordare quel “energumeno tascabile” detto da Massimo D’Alema, oppure i tanti “nano” ricevuti da Umberto Bossi. Venendo ai giorni nostri possiamo la Merlino ricorda i vari “ciccione” lanciati a Giuliano Ferrara, la “gallina De Gregorio” detta da Sallusti, quel “orango Kyenge” di Calderoli che ancora grida vendetta. Fino ad arrivare al “premier tendente alla pinguetudine” di De Bortoli, il “70-80 libbre di adipe ruspante da caviglie, cosce e glutei” di Scanzi rivolto alla Boschi, il “bizzarro omino sferico” sempre di Scanzi appioppato a Filippo Sensi, il “renziano spelacchiato” ancora di Scanzi indirizzato a Luca Lotti. Senza dimenticare il sempreverde “tappone” e il “cainano” usati da Travaglio per Berlusconi.

Una vasta collezione di insulti, non c’è che dire. Un linguaggio che mi porta a riflettere se sia davvero necessario attaccare un avversario sul suo aspetto fisico per attaccarne le idee. A sinistra, quando era Berlusconi a fare battute di cattivo gusto sulla Bindi (“è più bella che intelligente”), si levava un’ondata di scudi sull’inutilità degli attacchi personali nella dialettica politica, sulla povertà delle critiche se queste si riassumevano in battute sull’aspetto fisico. Allora i giornalisti che seguivano e ripetevano certe battute erano da censurare, condannare, oggi i giornalisti che usano gli stessi toni sono da difendere, in nome di una non meglio precisata libertà d’espressione. Offendere una persona è quindi una libertà insindacabile delle persone?

Qualcuno potrebbe dire che la satira permette anche queste cose. Ed è vero, posso comprenderlo, ma allora dovrei considerare pezzi di satira certi articoli pubblicati su importanti quotidiani? Sarebbe interessante: vorrebbe dire che i nostri quotidiani sono pieni di autori di satira che hanno preso il posto dei giornalisti, il che spiegherebbe molto bene perché la qualità della nostra informazione è caduta così in basso, e non accenna a voler migliorare. Certamente non è il solo motivo di questo inquietante declino, ma sicuramente va messo nel novero delle colpe da considerare. Un linguaggio da bar che è passato dai bassifondi di periferia al grande dibattito pubblico, che ha risalito il pozzo per attestarsi in alto, bene in vista.

Mi vengono in mente quelli che invocano ad ogni piè sospinto una maggiore pulizia nel linguaggio. Alcuni di essi, poi, sono gli stessi che indulgono in qualche innocente battutina sul fisico di un avversario, che tanto, che male può fare? Probabilmente nessuno, ma sicuramente non aggiunge nulla alla critica che si vuole esprimere, anzi, ne abbassa il livello. Ma a noi pare piaccia così: indignarci per le battute sulle caratteristiche fisiche di quelli per cui parteggiamo, ma darci di nascosto di gomito per quelle battute che colpiscono i nostri avversari. Del resto pure loro indulgono in battute, si dice, perché non dovremmo rispondere a tono? Una domanda che svela tutta la povertà di pensiero di chi la compie.

Facendo queste riflessioni mi capita sotto gli occhi una frase di Ingrao. Non conoscevo bene quest’uomo politico, non me la sono sentita di seguire il corteo di cordoglio mediatico che ha accompagnato la sua morte, ma questa frase riportata anche dalla Merlino nel suo articolo mi ha fatto un po’ pensare, specialmente su quanti lamentano la qualità delle vecchie classi politiche ormai scomparse. Che hanno ragione a lamentarsene, a patto che poi non se ne infischino dei loro insegnamenti. Una frase molto chiara, molto netta: “Qualsiasi linguaggio che offenda l’avversario è inaccettabile”. Una specie di mantra che in molti dovrebbero stamparsi a ferro e fuoco sulla fronte, per poterselo ricordare ogni mattina. Ma forse, anche così, sarebbero incapaci di comprenderlo.

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Categorie:Politica, Riflessioni

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