Si allarga lo scandalo Volkswagen sui motori diesel

Torno doverosamente subito a parlare del caso Volkswagen perché lo scandalo assume ormai dei contorni molto ampi. Da martedì molte cose sono successe, la più clamorosa ieri sera: Martin Winterkorn ha rassegnato le sue dimissioni da presidente del Consiglio di Amministrazione. La più importante Casa automobilistica tedesca, e anche mondiale, continua ad accusare pesantemente il colpo in uno scandalo di cui non si riescono ancora a vedere bene i contorni e i limiti dimensionali. Per capire come “funziona” Volkswagen, ecco un’utile infografica:

  
Winterkorn si è dimesso sottolineando la sua estraneità a questa vicenda: lui, dice, non ne sapeva nulla. Ma come poteva non sapere che per ben 5 anni sono state prodotte delle auto con una centralina manomessa per falsificare il risultato nei test di omologazione sulle emissioni? Se è vero che non sapeva niente, e con lui non sapeva niente tutto il Consiglio di Amministrazione e quello di Sorveglianza, beh, dovrebbero rassegnare tutti le dimissioni perché per ben 5 anni non si sono accorti di qualcuno che sabotava le loro vetture. Ma se invece Winterkorn sapeva? In quel caso sarebbe il protagonista di una delle più grandi bugie e delle più grandi mistificazioni mai esistite. Parimenti, si può supporre che se lui ne fosse stato a conoscenza allora anche il CdA e il CdS avrebbero dovuto saperlo: e anche qui dovrebbero rassegnare comunque tutti le dimissioni per aver retto questa menzogna per anni. Affare spinoso perché da come vediamo nel CdA siedono, fra gli altri, anche il sindacato dei lavoratori e il governo del Land della Bassa Sassonia. Governo che esercita un grosso potere, perché tramite una legge tedesca (nota proprio come Legge Volkswagen) detiene il diritto di veto sulle decisioni strategiche dell’azienda.

Un potenziale coinvolgimento della politica che viene confermato dal quotidiano tedesco Die Welt. Secondo quanto rivelato, pare che quel giornale sia in possesso di un documento che prova come il governo centrale tedesco fosse a conoscenza di questo problema. Si tratta di un’interrogazione presentata a luglio dai Verdi dove si chiedeva conto dell’argomento emissioni inquinanti, a cui il Ministero dei Trasporti rispose di essere al corrente che i costruttori di auto alteravano i dati sulle emissioni con alcuni software installati nelle centraline. Addirittura pare che la notizia fosse arrivata fino a Bruxelles, ma questi coinvolgimenti sono ancora tutti da provare. Semmai la risposta del Ministero apre uno scenario preoccupante: usando il plurale (le Case automobilistiche) lascia supporre che Volkswagen non sia stata l’unica ad aggirare i test per stabilire le emissioni dei motori, ma che anzi sia una prassi usata più o meno da tutti. Il Ministero ha comunque smentito di esserne a conoscenza, bollando le accuse come false e inopportune.

  
In merito a questo è interessante scoprire anche una cosa sui test che hanno scoperchiato questo vaso di Pandora. Nella prima parte del test le auto controllate erano 15, 12 controllate in base ai limiti europei e 3 in base ai limiti americani, ma oltre alle due Volkswagen e alla BMW controllate coi limiti americani nulla si sa delle altre auto coinvolte, nemmeno di che produttore fossero. L’ente che ha effettuato i test ha dichiarato che mediamente quasi tutti i 12 modelli rispettavano i limiti stabiliti dalla normativa Euro6, ma probabilmente molte non erano nei limiti europei e non avrebbero passato i ben più stringenti limiti statunitensi. Da molti anni si discuteva dell’efficacia o meno di questi test, e l’Unione Europea ha già detto che modificherà quei test rendendoli più stringenti anche grazie all’uso del macchinario usato durante queste verifiche, il cosiddetto PEMS, un macchinario da posizionare nel bagagliaio mentre si usa l’auto per strada. Resta il fatto che altre Case potrebbero presto essere coinvolte in questo scandalo.

Intanto Volkswagen inizia a muoversi per tutelare i propri interessi. Si dice abbia già accantonato un fondo di 6,5 miliardi di euro per far fronte a tutti i futuri costi diretti dello scandalo (multe, campagne di richiamo, modifiche alle auto, eventuali class action), e Bloomberg ha comunicato come si siano rivolti allo studio legale Kirkland & Ellis LLP per avere consulenza e aiuto. Lo stesso studio legale che difese BP nel 2010 dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon che causò il disastro ambientale del Golfo del Messico. Un argomento che rischierà di entrare anche fra quelli della campagna elettorale americana, con Hillary Clinton che definisce oltraggioso che un’azienda anteponga i profitti alla salute delle persone.

  
I rischi all’orizzonte per Volkswagen e per la Germania sono ampi. Furono le stesse Case automobilistiche tedesche a premere sulla Merkel per aprire ai migranti perché bisognose di nuova manodopera che, visti i bassissimi tassi di disoccupazione, scarseggia in Germania, ma una grossa crisi del comparto automobilistico rischia di rimettere in discussione anche questo piano. E colpire troppo duro la prima azienda d’auto al mondo rischia di creare una crisi molto profonda e di riverberarsi anche in Italia, dove molte aziende sono fornitrici della Volkswagen. Gli Stati Uniti su reati come quelli di truffa o inquinamento ambientale non sono affatto teneri, e potrebbero usare questa vicenda anche per lanciare un duro avvertimento al governo tedesco, che ultimamente su molte questioni si era un po’ smarcato dalla posizione americana, tipo sulla guerra in Siria o sulla questione in Ucraina.

Ferdinand Dudenhoffer, esperto tedesco di automobili, è stato molto duro con Volkswagen. Ha dichiarato che i meccanismi di manipolazione di questa natura possono essere autorizzati solo dalle divisioni centrali dell’azienda, il cui supervisore era appunto Winterkorn. Di conseguenza, se lui sapeva allora anche tutto il board doveva esserne a conoscenza. A meno che Winterkorn abbia mentito pure a loro, ma appare molto difficile da credere. Almeno in Borsa il titolo ha avuto un rimbalzo dopo le dimissioni di Winterkorn, ma comunque le prospettive nell’immediato non sono affatto rosee. Anzi. È notizia delle ultime ore che l’Epa ha messo ufficialmente sotto la lente d’ingrandimento anche il V6 TDI della Volkswagen, utilizzato sui modelli alto di gamma di tutte le aziende controllate dal Gruppo di Wolfsburg. Se dovesse emergere che anche su quei motori esiste lo stesso software trovato sui 2.0 TDI, allora la posizione della Volkswagen diverrebbe quasi disperata.

Intanto si parla del sostituto di Winterkorn. Secondo molte voci il suo posto potrebbe essere preso da Matthias Müller, il Ceo di Porsche, che per ironia della sorte viene definito come uomo molto vicino all’ex presidente Ferdinand Piëch, dimissionato in primavera dopo essersi scontrato proprio con Winterkorn. Un intricato gioco di potere che si era sopito solo alla fine di questa estate riportando la calma in azienda, che ora viene destabilizzata nuovamente da questo scandalo. Finisco sottolineando come la stampa tedesca non sia stata affatto morbida, parlando anche della variabile degli azionisti Volkswagen che stanno perdendo soldi a causa delle continue flessioni del titolo azionario. Anche se è un’opzione remota, se dovessero rivalersi sul management ne verrebbe fuori uno scontro pericolosissimo per l’esistenza della stessa azienda. Un quadro che per il Gruppo Volkswagen diventa sempre più complesso.

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Categorie:Motori

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  1. Il Dieselgate continua ad allargarsi | Iperattivo Categorico

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