La tempesta perfetta su Volkswagen

 

Lo scandalo dei motori diesel truccati è ormai di dominio pubblico. In sintesi: negli Stati Uniti Volkswagen avrebbe utilizzato centraline elettroniche con un programma specifico per abbassare le emissioni inquinanti durante i test di omologazione, programma che invece nell’uso comune è disinserito portando le emissioni nocive ad un livello dalle dieci alle quaranta volte oltre il valore stabilito nel test. Una vera e propria truffa che ha colpito in pieno il colosso tedesco, scuotendolo fino alle radici.

Che lo scandalo sia grave ed estremamente delicato lo testimoniano le scuse personali di Martin Winterkorn. Attenzione: non solo scuse ufficiali del board Volkswagen, ma personali del Ceo del Marchio. Segno probabilmente che lui era a conoscenza di questo inghippo, cosa che gli procurerebbe delle responsabilità dirette molto pesanti. Il suo contratto è in scadenza, dovrebbe essere discussa nei prossimi giorni una proroga fino al 2018 nel suo ruolo di Ceo da parte del Consiglio di Sorveglianza, ma questa novità rimette tutto in discussione. Winterkorn, che la scorsa primavera fu protagonista di uno scontro al calor bianco con Ferdinand Piëch, allora Presidente del Consiglio di Sorveglianza di Volkswagen, che portò proprio il Presidente alle dimissioni.

Intanto Volkswagen accusa pesantemente il colpo in Borsa a Francoforte, con un calo delle azioni del 18%. Il Ministero della Giustizia americano potrebbe avviare una procedura penale per violazione delle norme anti smog, mentre si dice che secondo la normativa dell’Epa, l’agenzia per la protezione dell’ambiente, la multa potrebbe arrivare fino a un massimo di 18 miliardi di dollari, una cifra davvero pazzesca anche per il primo gruppo mondiale di automobili. Difficilmente raggiungerà il massimo, ma sicuramente potrà essere superiore a quella che pagò diversi anni fa Toyota per un altro problema, multa che ammontò a 1,2 miliardi di dollari. Intanto l’Epa ha ordinato ulteriori controlli sugli altri motori del Gruppo Volkswagen (accusato per ora è solo il 2.0 TDI), e ulteriori controlli anche sui motori diesel di altre Case: si vuole scoprire se la pratica della manipolazione dei dati sia stata utilizzata anche altrove.

Lo scandalo ora rischia di rimbalzare in Europa. In Germania il Ministero dell’Ambiente ha annunciato di aver ordinato controlli approfonditi su tutti i motori diesel della Volkswagen da parte di esperti indipendenti. Sebbene i parametri delle normative anti inquinamento siano diverse fra Stati Uniti ed Europa, se davvero le centraline contraffatte permettevano emissioni superiori dalle 10 alle 40 volte sarebbe lecito supporre che anche le normative europee siano state violate. E probabilmente anche l’Unione Europea non resterà semplicemente a guardare, e sarà interessante capire come vorrà muoversi: ordinerà controlli i tutti i Paesi dell’Unione? In caso di irregolarità userà il pugno duro come fatto negli Stati Uniti? Dagli Usa rimbalza poi la notizia che l’associazione dei consumatori statunitense starebbe facendo vagliare da uno studio legale la possibilità di promuovere una class action contro il colosso di Wolfsburg, per via del deprezzamento delle auto che montano quel dispositivo software per taroccare le emissioni, una questione che riguarderebbe al momento circa 500.000 vetture.

Il danno di immagine per Volkswagen è enorme. A essere duramente colpita è l’immagine della solidità e dell’affidabilità tedesca, ma viene gettato anche enorme discredito sui motori diesel, da sempre guardati con sospetto dai clienti americani che li considerano sporchi e inquinanti. Questo scandalo non fa altro che alimentare queste loro paure, e colpirà duramente chiunque voglia puntare a commercializzare vetture con motorizzazioni simili. E pensare che tutto è nato da alcuni controlli effettuati dall’International Council for Clean Transportation in collaborazione con la West Virginia University nel maggio del 2014, volti a stabilire in livello di emissioni “on the road”, nel normale utilizzo di tutti i giorni. Per farlo hanno utilizzato un’apparecchio chiamato PEMS, che sarà utilizzato dal 2017 per le omologazioni UE. Durante il test vengono analizzate tre auto: una BMW X5 passa il test ma per una Volkswagen Passat e una Volkswagen Jetta equipaggiate col 2.0 TDI saltano fuori dati molto diversi, l’Epa chiede spiegazioni ma dalla Germania arriva una strenua difesa, scaricando la colpa di quei dati strani sull’utilizzo improprio della vettura. Un muro contro muro che prosegue finché l’Epa minaccia Wolfsburg di non dare il certificato di conformità alle vetture model year 2016 equipaggiate coi motori diesel, e a quel punto Volkswagen capitola: ammette di aver deliberatamente progettato e installato un sistema software in grado di limitare le emissioni inquinanti solo durante i test anti inquinamento. Anche se secondo le ultime voci pare che il software possa non essere proprietario ma di terzi, cosa che allargherebbe lo scandalo.

  
Winterkorn, dopo aver battuto Piëch, rischia a sua volta di essere disarcionato. Una situazione curiosa, ma per capirla occorre fare un passo indietro. Ferdinand Piëch è uno dei nipoti di Ferdinand Porsche, il fondatore dell’omonima Casa automobilistica, nel 1993 divenne Presidente del Consiglio di Amministrazione della Volkswagen, passando poi nel 2002 alla Presidenza del Consiglio di Sorveglianza. Dal 2002 la Presidenza di Volkswagen viene presa da Bernd Pischetsrieder, allora Ceo di BMW, che mantiene la carica fino al 2007, e sotto la sua guida il gruppo di Wolfsburg continua nella sua crescita esponenziale iniziata da Piëch, scalando via via le classifiche di vendita. Il manager è molto amato ma nel 2007 viene messo da parte in favore di Winterkorn, allora Ceo di Audi. Il Consiglio è un po’ spiazzato ma segue il padre-padrone Piëch, e i risultati gli danno ragione. D’altronde è dai primi anni novanta che il nipote di Ferry Porsche guida brillantemente la Volkswagen, dopo aver guidato una profonda ristrutturazione e un rilancio in grande stile: se azzarda, avrà i suoi motivi.

A fine 2014 il Gruppo Vag diventa il primo Gruppo automobilistico al mondo. Da qualche tempo poi si vocifera che quando Piëch dovrà lasciare, fra il 2017 e il 2018, il suo successore probabilmente sarà proprio Martin Winterkorn. Ma poi qualcosa si guasta, fra i due iniziano gli screzi finché Piëch prova la stessa mossa fatta nel 2002 con Pischetsrieder, ma stavolta il Consiglio gli dice picche: per la prima volta gli voltano le spalle, si tengono Winterkorn e sfiduciano lui. Piëch, abituato a gestire il Gruppo come fosse roba sua, viene accompagnato gentilmente alla porta. Di certo i controlli erano già in atto prima di questo scontro, quindi niente complottismi in questo senso, ma gli strascichi di quel confronto possono aver indotto Piëch, uno degli uomini più ricchi di Germania e tra i più influenti e potenti, a lasciare che il pressing della Epa diventasse insostenibile.

Col senno di poi, a voler esser malizioso, potrei dire che aveva visto lungo Piëch quando alcuni mesi fa voleva cacciare Winterkorn. Allora i controlli dell’Epa erano già in corso, e Volkswagen continuava strenuamente a difendersi affermando che nessuno aveva falsificato i dati. Oggi questa ammissione di colpa arriva dopo un anno di menzogne sulle proprie responsabilità. Già mi immagino Piëch scuotere il capo e pensare “io lo sapevo”, magari pregustando una qualche rivincita su quel Consiglio di Sorveglianza che in primavera gli voltò le spalle per la prima volta, costringendolo alle dimissioni. Una tempesta perfetta su Winkertorn e sulla Volkswagen, che sarà destinata a lasciare segni importanti nel mondo dell’automobile.

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Categorie:Motori

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