NonRecensione – 86: Inside Out

 
Resistere alla Pixar è per me molto difficile, anche perché i loro film d’animazione (sarebbe ingeneroso chiamarli semplicemente cartoni animati) sono delle vere e proprie piccole opere d’arte. E mostrano, tra l’altro, livelli di complessità tali da non farne sempre prodotti esattamente indicati per i bambini più piccoli. In questo, Inside Out è forse uno di quelli più orientato verso il pubblico adulto. Intanto i voti: Mymovies gli assegna un 4,13/5; Comingsoon un 4.1/5; Imdb un 8,5/10.

È un film che impersona le, chiamiamole così, “voci di dentro” di una ragazzina, Riley, che cresce spensierata fra amici, giochi e due genitori adorabili. Nella sua testa, dietro un’attrezzata console emozionale, ci sono Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura, le cinque emozioni che guidano Riley nel suo percorso di crescita. Un percorso felice e spensierato che però viene turbato dal trasferimento della famiglia a San Francisco, e da un pastrocchio nel “centro di comando” nella testa di Riley, che vedrà Gioia e Tristezza finire nella zona della memoria a lungo termine con i ricordi base felici della bambina. Ma come farà Riley senza queste due emozioni? Come farà a sopravvivere solo con Rabbia, Disgusto e Paura? E Gioia e Tristezza, riusciranno a tornare con i ricordi base felici di Riley?

I veri protagonisti di questo film sono le cinque emozioni, rese reali e tangibili nella forma di questi cinque personaggi che si arrabattano per guidare Riley nella crescita. È un modo per rendere reale ciò che per noi è irreale e immateriale, ovvero il mondo delle emozioni, un modo brillante per mettere in relazione emozioni e coscienza, per sondare in modo solo apparentemente semplice il subconscio di questa bambina. Se vogliamo, per certi versi Inside Out è il rovescio del lavoro fatto in Up, dove a partire dal meraviglioso e toccante riassunto iniziale si parlava della parte finale del percorso di vita di una persona, un modo per descrivere la grazia e la crudeltà stessa della vita, mentre Inside Out parte dalla fanciullezza di una bambina, ne costruisce la vita attraverso dei centri di interesse come la famiglia, gli amici, l’hockey, rendendo visibili i suoi ricordi nella forma di sfere colorate.

A rimarcare la complessità del film c’è anche Bing Bong, l’amico immaginario di Riley che Gioia e Tristezza incontrano quando finiscono nella memoria a lungo termine, il posto dove vengono stoccati tutti i ricordi e dal quale, ogni tanto, alcuni ricordi vecchi vengono “aspirati” per finire nell’oblio. Bing Bong, un mix fra un gatto, un elefante e un delfino, di color rosa e dalla consistenza dello zucchero filato, che quando piange al posto delle lacrime gli escono caramelle, guiderà le due emozioni nel loro cammino per tornare al centro di comando, scegliendo deliberatamente di scivolare nell’oblio per aiutare la sua bambina a diventare grande. Un processo di crescita che fino al trasferimento a San Francisco era guidato da Gioia, rendendo Riley una bambina sempre felice: una condizione quasi artificiale e finta, che si intuisce tutte le volte che la stessa Gioia confina Tristezza lontano dalla console di comando, come se Riley non dovesse mai essere triste.

Ma, come apprenderà proprio Gioia al suo ritorno al centro di comando, sarà necessario che Riley trasmetta e viva la sua tristezza perché anch’essa necessaria al superamento di un ostacolo e alla costruzione della persona che dovrà diventare. È quasi un inno a vivere le proprie emozioni, anche quelle che oggi consideriamo come negative, quelle da cui ci dicono di rifuggire per restare alla costante ricerca e alla costante espressione della felicità. “E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale, diventa tristi se noi piangiam, cantava Gaber, ed e ciò che ci insegnano oggi: essere sempre felici, sempre sorridenti, sempre positivi. Mica vorremmo far intristire chi ci vuole bene, no? Ma è davvero possibile esserlo sempre e costantemente, anche da piccoli? È auspicabile esserlo sempre a discapito di altre emozioni che vengono invece represse?

La regia è affidata a Pete Docter, che tra l’altro diresse proprio il citato Up, mentre le musiche sono di Michael Giacchino, che ha collaborato a diversi lungometraggi Pixar fra cui (anche lui) Up. In conclusione posso dire che il film è solo apparentemente semplice, ma che racchiude in se diversi piani di visione semplici da vedere ma di natura complessa e articolata. Non proprio un film da bambini, anche se mantiene molte caratteristiche comiche e divertenti di un classico cartone animato. Il mio voto finale è un 8,5/10.

Post Scriptum:
Non perdetevi il finale, dove ci saranno rapide escursioni nei centri di comando di altri esseri, fra cui un cane e un gatto. E attenzione al cortometraggio in apertura del film: racconta la storia di un vulcano che si sente solo, è una storia un po’ triste e tragica (ma vi spoilero che finirà bene), ma soprattutto ha una musichetta in stile hawaiano che giuro, vi si infila nella testa, ci mette radici e non se ne va via più.

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