Comunicazione, storytelling e “scienze delle merendine”: una piccola rudimentale riflessione

 

“Ah, quindi sei laureato in Scienze delle Merendine, capisco”. Immagino che abbiate già provato a sentire questa battuta, a sentirla talmente tante volte da non considerarla più neanche come una battuta ma come una mezza verità. Del resto, cosa c’è di difficile nel comunicare con le persone? In fondo è un’azione che facciamo ogni giorno, parlando col nostro barista mentre facciamo colazione, col nostro edicolante, coi colleghi, i capi, gli amici, con le persone che conosciamo ma anche con quelle che non conosciamo e incrociamo per strada. Lo facciamo sui social network. Impariamo a comunicare coi primi versi, e quando poi iniziamo a parlare beh, da quel punto sarà un comunicare continuo. Timidi a parte.

Un po’ come cucinare: tutti sanno prepararsi da mangiare (negati cronici che fanno due cose in croce a parte, gruppo di cui faccio parte). È una delle cose che impariamo crescendo, perché non sempre possiamo avere chi ci prepara da mangiare: quando poi si va a vivere da soli non è sano cibarsi solo di pizze a domicilio e di piatti pronti della rosticceria sotto casa. Si impara quindi a cucinare. Ma questo implica che si diventi degli chef? Ecco, senza offendere l’ego di nessuno direi di no. Per questo esistono delle scuole di cucina. Poi certo, insieme agli inabili cronici in cucina (eccomi) ci sono anche quelli autodidatti che da soli riescono a diventare ottimi cuochi, ma certi livelli di preparazione solitamente non si raggiungono da soli, sono più eccezioni. Lo stesso vale per la comunicazione: tutti comunichiamo, o pensiamo di saperlo fare, ma molti comunicano male. Alcuni davvero molto male.

Anch’io spesso ho sfottuto in passato chi ha studiato comunicazione. Poi mi capitò di ascoltare alcuni discorsi fra amici che avevano fatto questo percorso di studi, e rimasi un po’ interdetto. Da allora, ogni volta che sento quella battuta o che sento sminuire la complessità della comunicazione mi viene in mente solo una risposta: semplice un par di ciufoli (versione censurata). Ad esempio mi viene in mente ogni volta che sento qualcuno prendersi beffe della comunicazione politica, ogni volta che la definiscono come un modo per raccontare solo delle falsità. Come nel caso dello storytelling: appena pronunci quella parola ecco orde di persone che storcono il naso e ti guardano storto. Una volta, in una discussione, qualcuno ha definito lo storytelling come la peggiore invenzione della comunicazione. Invenzione?

Come dice Francesco Nicodemo, consigliere alla comunicazione di Palazzo Chigi, non ci si inventa nulla. Né nei modi di comunicare, né nei contenuti da comunicare. O confezionare meglio un contenuto da veicolare all’elettorato equivale a raccontare una frottola? Per molti si, probabilmente perché detestano gli artifici retorici, spesso usati quando si “narra” qualcosa e oggi molto più evidenti di ieri perché costantemente sotto gli occhi di tutti. Ma confondere il cosa con il come è un errore abbastanza grossolano a mio modo di vedere. Oggi siamo bombardati da queste “storie”, perché perennemente connessi a un flusso di informazioni continuo, spesso difficile da gestire e discernere, che a volte porta a un rigetto dovuto a una maggiore sensibilità o più semplicemente a una maggiore disillusione.

Qui rientra anche il basso indice di fiducia nella politica. In un contesto in cui ci si fida sempre meno dei politici, si interpreta questo modo di comunicare come un tentativo di abbellire le fregature che ci vogliono propinare. Associamo lo storytelling al tentativo di mascherare meglio una bugia, e quindi non ci preoccupiamo del contenuto veicolato, lo consideriamo sbagliato a prescindere solo perché viene comunicato in quel modo. Eppure, riprendendo la frase di Nicodemo, non si inventa nulla: basta osservare la foto in alto. Allora non esistevano i social network, né il web, né la televisione, e allora per comunicare si usava anche l’arte. Spaccati di vita quotidiana per raccontare di quanto era bella la vita, di com’era ben organizzata, di come si fosse tutti felici, col leader che si mostra come un uomo qualsiasi, ad esempio mentre gioca coi bambini. Una bella narrazione di come fosse tutto rose e fiori.

Intendiamoci: lo storytelling non è portatore di verità assolute, è semplicemente un modo di comunicare. Che può piacere o no, ma questo non significa che sia una merda che comunica soltanto merda. È solo uno strumento, spesso più efficace di altri. E non è nemmeno semplice usarlo, a dispetto di quanti credono che sia una cosa banale. Comunicare non è mai un’azione banale, lo imparo sempre di più man mano che mi interesso a questo argomento: anche azioni apparentemente semplici spesso celano dietro uno studio articolato in cui vengono considerate un numero molto ampio di variabili, e spesso anche questo non mette al riparo da errori o sfondoni. Probabilmente sulla comunicazione non dovremmo essere così prevenuti, ma su questi temi il dibattito in Italia è ancora agli albori: forse fra qualche anno riusciremo almeno a non mischiare la valutazione del messaggio comunicato con la valutazione sul modo con cui lo si comunica.

Annunci


Categorie:Riflessioni

Tag:, , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: