Riforme costituzionali: i litigi della politica, l’indifferenza degli elettori

 

La riforma del Senato: quella cosa così appassionante che, politici a parte, non ne discute nessuno. È un pensiero un po’ qualunquista ma è vero, le persone parlano di altro quando discutono di politica: principalmente lavoro, tasse, immigrazione, sanità, scuola. Argomenti che toccano più da vicino la vita delle persone, che hanno ricadute maggiori sulle scelte di ogni persona. L’architettura dello Stato, invece, a chi vuoi che importi? E invece dovrebbe, e pure molto. Uno Stato che sa intervenire in modo rapido sui problemi è uno Stato che è anche efficiente, non gravato da procedure farraginose. Eppure nessuno ne parla.

Solo i politici in questi giorni stanno parlando, o meglio litigando, su questa riforma. Ma a che punto è? Della riforma del Senato se ne parla da un anno e mezzo, ma più in generale di una riforma dell’architettura dello Stato se ne parla da decenni, addirittura dai tempi di Enrico Berlinguer, non proprio da poco tempo. Un dibattito che sarebbe quindi maturo per arrivare a conclusione ma che si scontra con l’ostruzionismo, spesso strumentale o di interesse personale, di alcuni senatori. Eliminazione del bicameralismo paritario, revisione delle funzioni del Senato, eliminazione dell’elettività diretta, nessun voto di fiducia al governo (che verrà dato solo dalla Camera). E poi abolizione del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e il Lavoro, e modifica del Titolo V della Costituzione, la parte che riguarda i rapporti fra Stato e Regioni. Una riforma, come si suol dire, corposa e importante.

Riforma che ha già avuto una prima approvazione al Senato e una alla Camera, anche se alla Camera sono state apportate alcune modifiche. Ed è su una in particolare che monta lo scontro, soprattutto interno al Partito Democratico. Una piccola modifica che può introdurre o meno il concetto di elettività del Senato. E dato che la minoranza Dem si è intestata come primaria battaglia quella di riottenere l’elettività del Senato, ecco che questo punto diventa assolutamente dirimente. L’articolo 2 della riforma, quello che norma la questione, era uscito dal Senato con questa formulazione: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti”. Alla Camera ci fu una piccolissima ma sostanziale modifica: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti”. Al Senato restava aperta l’opportunità dell’elettività diretta, alla Camera venne chiusa.

Quindi scontro al calor bianco con tanto di (nuovi) ultimatum. Un refrain già visto soprattutto da parte della minoranza Pd, ormai abituata a minacciare mari e monti per poi limitarsi a partorire il più classico dei topolini. Il Governo ricorda poi che reintrodurre l’elettività del Senato vorrebbe dire dover rivedere la legge elettorale già approvata, oggi valida soltanto per la Camera, riportando indietro le lancette delle riforme all’inizio del governo Renzi. Praticamente sarebbe un gettare (di nuovo) al vento tutto il tempo speso fin’ora. Ogni tanto mi domando se certe minoranze politiche ispirino la loro azione alla famosa “Tela di Penelope”: trattare per un mese alcune riforme che poi chiedere di modificarle pesantemente il mese successivo. Non c’è quindi da stupirsi se è dagli anni settanta che si parla di rivedere il bicameralismo perfetto e non si è mai giunti ad approvarlo.

Tutto questo innestato su una maggioranza al Senato che è abbastanza ballerina e risicata. Intendiamoci: se i numeri del governo Renzi fossero solidi la discussione politica probabilmente neanche esisterebbe, ma dato che spesso serve conquistare la maggioranza voto dopo voto, convincere più senatori possibile diventa vitale. Altrimenti il rischio è quello di una potenziale crisi di governo, con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Comunque sia, ora la riforma è al vaglio della Commissione Affari Costituzionali e dal 15 settembre inizierà la discussione sugli emendamenti presentati: quelli cruciali per la minoranza Pd sono 17, firmati da circa 28 senatori. Nel frattempo campo libero ai litigi, alle ripicche e alle velate minacce, con l’elettorato che guarda e scuote la testa, per un argomento che li appassiona meno di una partita di biliardo in tv.

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Categorie:Politica

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8 replies

  1. Sarei dell’idea che sarebbe ora che si decidessero a lavorare un po’ come si deve.
    Per gli italiani sarà importante, non lo discuto… penso però che anche la vita di tutti i giorni possa essere importante come la sicurezza e i gabinetti puliti sui treni.
    Buon pomeriggio.
    Quarc

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  2. Gli spazi per lavorare decentemente ci sono. Manca la volontà e l’onestà… oltre al rispetto e all’educazione.
    Ciao.
    Quarc

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