I migranti, le guerre, l’impotenza

 

“Fermate la guerra e non verremo in Europa”. Sono queste le parole che si sono sentite da alcuni siriani in Ungheria alcuni giorni fa, parole riportate in questo video. Sono siriani che fuggono dal loro Paese, da una Siria martoriata da una guerra ormai indefinibile in cui non sono più del tutto chiari né gli schieramenti in campo, né tutte le motivazioni della lotta. E questa richiesta getta una luce sulla radice di una delle cause dei flussi migratori, lo scappare da una guerra.

Le crisi in Medio Oriente continuano a mietere vittime e distruzione. Il Post ci ricorda le sette maggiori crisi dell’area: la guerra in Siria, l’espansionismo dell’Is, la guerra in Yemen, gli scontri fra Turchia e Pkk, l’instabilità in Egitto, la decennale questione fra la Palestina e Israele e, in generale, l’estesa corruzione che grava su molti governi, come per esempio quello del Libano o dell’Iraq. Situazioni complesse in cui l’Europa pare aver abdicato al suo naturale ruolo di interlocutore privilegiato con quei Paesi, anche solo per una questione di vicinanza, di fatto creando un buco nelle politiche verso il Medio Oriente. Negli ultimi anni ci siamo limitati ad avallare o organizzare direttamente degli interventi armati, sperando che una scarica di bombe potesse in qualche modo velocizzare un ipotetico processo di democraticizzazione.

In Europa siamo addirittura al punto di litigare sul decidere dove destinare le persone che possono godere dello status di rifugiate. Il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, ha proposto un piano per distribuire nei vari Paesi europei ben 120.000 rifugiati, ma diversi Stati hanno rifiutato questa imposizione. Juncker ha addirittura annunciato delle sanzioni per cui rifiuterà di ospitare questi rifugiati, ma Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Ungheria non vogliono saperne. Litighiamo sul dove e sul come accogliere dei rifugiati, figurarsi se avremmo la forza per stabilire una politica comune per affrontare quegli scenari di crisi, che per altro per molti versi abbiamo contribuito a creare.

Senza contare i veti incrociati nelle varie guerre. Prendiamo la Siria: c’è la Russia che spalleggia il presidente Assad nella battaglia contro Is e contro i ribelli siriani, ma i ribelli siriani sono spalleggiati dagli Stati Uniti e, in ordine sparso, dagli stati europei, che forniscono loro supporto per combattere il regime di Assad e i gruppi dell’Is. E poi ci sono i curdi che a nord della Siria combattono l’Is, ma che devono guardarsi dagli attacchi della Turchia, che attacca loro e, con un po’ di riluttanza, anche Is. Tutti però, nessuno escluso, dicono di voler combattere lo Stato Islamico: peccato non siano d’accordo sul come farlo. Nel frattempo, quattro anni di battaglie hanno già provocato oltre 300.000 morti e ben 11 milioni di sfollati.

  
“Fermate la guerra e non verremo in Europa”, sento riecheggiare in testa. E mi sento frustrato, impotente nel continuare a sentire questo bambino che lancia un appello che non sarà raccolto da nessuno. Tutti i capi di stato scuoteranno il capo dicendo che ha ragione, che si deve fare qualcosa, che non si può più restare fermi a guardare, ma poi nessuno avrà la minima idea di cosa fare. O se ne avranno una, sarà in contrasto con quella di qualcun altro. Per molti aspetti ha ragione Luca Sofri quando afferma che dovremmo imparare a convivere con la questione dei flussi migratori, ma è anche vero che su alcune cause primarie del problema si potrebbe intervenire, quantomeno per eliminare alcune condizioni che generano questo fenomeno.

“Fermate la guerra e non verremo in Europa” è il grido di chi ha perso tutto, di chi rischia di perdere anche le proprie radici. Il grido di chi è costretto ad abbandonare tutto, di chi si ritrova a solcare il mare su imbarcazioni di fortuna, spesso rimettendoci anche la vita, di chi poi viene considerato reietto e non rifugiato. “Aiutiamoli a casa loro” dice qualcuno, ma come fai ad aiutare qualcuno che la casa non ce l’ha più? Che magari non ha più neanche una città dove vivere, perché completamente distrutta? Guardate le foto di Damasco per esempio, chiedetevi se restereste a vivere li, sotto le bombe, dove ormai non esiste più niente. Di fermare la guerra ne parla anche Patrick Kinsgley, giornalista del Guardian, che in una lista di dieci proposte per la crisi dei migranti considera appunto la necessità di far cessare questi scontri. Un’opzione che lo stesso Kingsley ammette non essere perseguibile nel breve periodo.

E noi Europa cosa stiamo facendo, oltre a litigare fra di noi? Vogliamo imporci come soggetto politico autorevole ma non riusciamo neanche ad accordarci su come affrontare una crisi umanitaria che ci arriva praticamente fin dentro casa. Sembra paradossale, ma è anche in questi momenti che si capiscono tutti i gravi limiti di un’Unione che si è (parzialmente) concretizzata solo dal punto di vista economico, ma che risulta sfilacciata e litigiosa su tutto il resto. Ed è in questi momenti che andrebbe sospinta con ancor piu forza quella bellissima utopia degli Stati Uniti d’Europa, la nascita di uno Stato federale veramente unito in ogni suo aspetto, capace di avere un’unica voce e un peso decisivo nelle questioni più importanti. Sperando non resti un sogno irrealizzabile.

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Categorie:Attualità

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1 reply

  1. Bell’articolo.
    Metto l’accento sulla necessità di uno Stato Federale europeo che non sia solo un’accozzaglia di idee contrastanti.
    Buona giornata.
    Quarc

    Liked by 1 persona

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