Dobbiamo pensare non come individui, ma come specie

 

Il titolo è una battuta di un film, Interstellar, in cui l’umanità di trova di fronte a una grandissima crisi. In quel caso la crisi riguarda il pianeta, che sta diventando inabitabile a causa di una “piaga” che si nutre di azoto è che consuma progressivamente tutto l’ossigeno. Ci sarà una missione spaziale che dovrà cercare un nuovo pianeta abitabile, ed è qui che il professor Brand, scienziato della NASA, dice a Cooper, pilota della navicella spaziale, quella battuta: “Inoltrandoci nell’universo dobbiamo affrontare la realtà del viaggio interstellare. Dobbiamo arrivare molto al di là della nostra personale esistenza. Dobbiamo pensare non come individui, ma come specie”.

Andare al di là della nostra personale esistenza. È praticamente un monito a essere comunità, a non guardare semplicemente al proprio destino o al proprio ombelico, ma di volgere lo sguardo all’insieme delle persone che vivono insieme a noi sulla terra. Sacrificare la propria persona per il bene della specie. Per un certo verso è lo stesso filo conduttore del ragionamento condotto da Luca Sofri sui migranti e sul come affrontare quel problema. Certo, nel film si chiedeva un sacrificio che poteva costare la vita, sul problema dei migranti invece non si arriva a questo estremo.

“…Non siamo preparati a pensare che si debba sacrificare quello che abbiamo ottenuto (o trovato) finora, soprattutto in una prospettiva duratura: al massimo a fare sacrifici momentanei in attesa di ripartire. Quello che stiamo percependo ora, cioè la prospettiva che quello che abbiamo sia in futuro diviso con più persone, sacrificandone parti, complicando le cose, ci è difficile da concepire: prima ancora che per egoismo (molti tra noi lo sono molto poco, egoisti), perché non ci è mai successo. Pensavamo di esserne fuori non facendo più guerre nei nostri paesi, stiamo scoprendo di non poter ignorare quelle degli altri paesi…”

Sacrificare qualcosa che abbiamo per aiutare chi ha più bisogno: mi guardo attorno e mi chiedo se ne saremmo mai capaci. Siamo in grado di rinunciare a qualcosa di nostro da dare a chi ha meno? Siamo in grado di condividere la nostra ricchezza con altre persone? Siamo davvero capaci di questa generosità? Facciamo sacrifici perché magari per un periodo guadagniamo meno, ma abbiamo la convinzione che prima o poi la crisi finirà e i guadagni torneranno a salire. Facciamo sacrifici per accumulare del denaro che ci servirà per acquistare una casa, una macchina, per pagare una vacanza, e raggiunto l’obiettivo cesseranno anche i sacrifici. Siamo abituati a compiere sacrifici finalizzati a un obiettivo che deve essere raggiunto, un obiettivo che si pone quindi su un orizzonte a noi visibile. Siamo abituati a pensare che ad ogni problema esista una soluzione. Dice Sofri:

“…L’altro ostacolo psicologico è la diffusa inclinazione a pensare che i problemi abbiano «una soluzione», nel senso di un’unica soluzione: una rassicurante trovata, o politica, o progetto, o intervento, che risolva la questione – anche con un costo – così poi possiamo tornare a occuparci d’altro. Mentre moltissimi problemi non hanno una soluzione di questo genere – certi poi non ne hanno proprio una – ma possono essere attenuati solo con una disponibilità continua e stabile ad affrontarli ogni giorno in modi diversi e inventati ogni giorni a seconda dei contesti, delle necessità, delle possibilità. Approccio disarmante per molti, perché corrisponde all’idea che non ci si liberi mai, del problema: che si debba «vivere col terremoto» come si diceva in una illuminante metafora di anni fa…”

  

Non c’è una soluzione per la questione dei migranti, perché (per dire) ci sono diversi tipi di migranti. E non mi riferisco alle distinzioni che alcuni fanno fra buoni e cattivi, ma fra chi scappa da una guerra, chi scappa da una persecuzione, chi scappa da un tiranno, chi scappa dalla povertà, chi scappa da condizioni climatiche sempre più proibitive, chi scappa semplicemente per cercare un’opportunità migliore per le e per la propria famiglia. Trovare un’unica soluzione che risolva il problema di gente che emigra per ragioni diverse è utopico. Non esistono panacee, non esistono formule magiche che risolvono tutto d’incanto. Certo problemi possono solo essere affrontati, come fa notare Sofri, giorno per giorno, caso per caso, imparandoci anche a convivere.

Molti oggi dicono “Non possiamo accoglierli tutti!” perché partono dal presupposto della crescita continua: pensano cioè che si possono accogliere fino a un certo numero di persone che poi ci saranno utili per continuare a generare ricchezza e crescita, e che questa andrà poi anche a loro vantaggio. Non considerano, come si diceva all’inizio, la possibilità del sacrificio. Sareste disposti a fare dei sacrifici per un problema che non ha una soluzione, che non ha un orizzonte raggiungibile? È una domanda che lascia spiazzato anche me. Ti ritrovi a pensare a tutti i sacrifici e agli sforzi che hai fatto per raggiungere qualcosa, e ora ti viene chiesto di farne di nuovi a fondo perduto. Come se vi dicessero “Ti sei sforzato per raggiungere 100? Bene, ti do comunque 80”. Se ve lo dicessero sul lavoro vi sentireste presi in giro, pensereste a un’ingiustizia. Sareste portati a chiedervi perché sforzarsi così tanto se poi il vostro sforzo non viene interamente riconosciuto.

Questi saranno argomenti per le sfide del futuro. I Paesi occidentali invecchiano rapidamente e hanno tassi di natalità molto bassi, al contrario dei Paesi poveri dove i tassi di natalità sono molto alti, banalmente anche solo per questo pensare di bloccare questi flussi è quasi assurdo. Non si tratta più soltanto di redistribuire la ricchezza o cancellare il debito dei Paesi più poveri o dargli fondi da investire, si tratta di un cambiamento radicale della concezione di società e socialità, un dibattito che presumibilmente non sarà destinato ad esaurirsi a breve ma che dovrà trovare in futuro un punto di sintesi. Noi sapremo per allora convivere con questo problema? Saremo capaci di rinunciare a qualcosa?

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Categorie:Riflessioni

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