Il peso e l’importanza dei programmi elettorali

 

Seguo la newsletter di Francesco Costa sulle elezioni americane (che è interessante e ben fatta, potete iscrivervi qui) e qualche settimana fa vi ho trovato uno spunto interessante, una battuta sul peso e sull’importanza che viene data ai programmi elettorali.

“Sapete qual è il problema con i programmi politici, con le cose tipo «il mio piano in 14 punti»? Che il più delle volte poi quando bisogna applicare quel programma, basta la prima ora di trattative per far fuori il piano in 14 punti. Ma magari alla fine del negoziato ne vieni fuori con un accordo migliore. Funziona così. La vita funziona così. Quando devo trovare un accordo con qualcuno non dico «Ecco il mio piano in 14 punti». Non mi siedo a parlare dei miei 14 punti: mi siedo e trovo un accordo. Capisco che la stampa voglia un piano in 14 punti, ma credo che agli elettori non interessi. Gli elettori si fidano di me e sanno che troverò buoni accordi nel loro interesse”

Sono parole che mi hanno fatto un po’ riflettere. Certo, anche a me piace poter leggere un programma politico perché mi aiuta a capire l’orientamento che vorrà prendere un candidato nel caso fosse eletto, ma al tempo stesso sono perfettamente conscio che ogni programma elettorale è più come un libro di sogni che non sempre si traduce in realtà. E non perché chi è stato eletto se ne freghi di quei punti o perché diventi improvvisamente più interessato a conservare il proprio potere, a volte molti buoni propositi non possono essere mantenuti semplicemente perché il mutare di alcune condizioni li rende impossibili da realizzare.

Sopravvalutiamo i programmi considerandoli come leggi scolpite nella pietra, e incazzandoci se poi qualche punto non viene rispettato. “Aveva promesso che sanava questa condizione invece è stata risolta solo a metà”, si sente dire a volte, come se per un governo il risolvere solo parzialmente un problema fosse meglio che risolverlo del tutto. Ad esempio alcuni che sono usciti dal Pd lo hanno detto chiaramente, “Andiamo via perché è stato tradito il programma Italia Bene Comune con cui siamo stati eletti nel 2013”. Cosa che mi fa sorridere pensando al nostro essere una repubblica parlamentare, coi governi suscettibili a maggioranze parlamentari non sempre stabilite dal voto alle urne, ma a volte nati tramite successive alleanze. A quel punto è giocoforza logico immaginare che i programmi elettorali saltino, come spesso è successo nei decenni della repubblica italiana. Ma proprio per la natura del parlamentarismo questi governi hanno medesimo diritto d’esistere di quelli nati da schiaccianti maggioranze uscite dalle urne.

Questo significa che dovremmo arrenderci e non considerare i programmi elettorali quando votiamo? No, affatto. Dovremmo solo imparare a non considerarli come le Tavole della Legge, considerare che non tutto potrebbe essere fatto come dichiarato o che qualcosa potrebbe essere fatto in modo diverso da come promesso. Per questo assume sempre una buona importanza la qualità del candidato: proporre un programma ottimo ma un candidato debole rischia di azzoppare la corsa. Viceversa, l’handicap di un programma non esaltante con un candidato ottimo può essere mascherato, se si riesce a comunicare bene gli obiettivi che ci si pone. Ma perché questo? Perché è difficile stabilire nei dettagli l’azione di un governo nell’arco di cinque anni dato che nessuno può stabilire a priori le condizioni in cui andrà a governare. Un deterioramento o un miglioramento di una condizione (economica, sociale, diplomatica) può incidere molto profondamente su quella che viene definita agenda di governo, fino a modificarla radicalmente.

Facciamoci pure un’idea di cosa vuole fare il nostro candidato leggendo il suo programma, ma ricordiamoci che fra le proposte e la realtà c’è l’enorme campo del compromesso. E rivalutiamo il concetto di compromesso, che non significa tradire il programma elettorale. Diceva Amos Oz: “…Sono un gran fautore del compromesso. So che questa parola gode di una pessima reputazione nei circoli idealistici d’Europa, in particolare fra i giovani. Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà. Il compromesso puzza, è disonesto. Non nel mio vocabolario. Nel mio mondo, la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte…”. La politica è la scienza dell’opportunismo e l’arte del compromesso, diceva Listz, e credo non avesse tutti i torti.

Post Scriptum:
La frase riportata all’inizio l’ha detta Donald Trump, candidato repubblicano con idee molto a destra. Probabilmente la prima cosa che ha detto che condivido anch’io.

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Categorie:Politica

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3 replies

  1. Purtroppo gli slogan demagogici e propagandistici hanno un impatto mediatico e una considerazione popolare dieci volte superiore a piani fattibili e razionali…

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  2. Oggi tutti quelli che vanno da Renzi a Salvini passando per Grillo comunicano molto spesso esclusivamente per slogan… onore a Bersani (nonostante, forse proprio per questo, la sconfitta, o meglio la non vittoria) quando la razionalità e proposte concretizzabili furono il filo conduttore della sua campagna elettorale…

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