Quale futuro Possibile?

 

Ieri su Twitter ho trovato questo tweet di Paolo Cosseddu, da sempre braccio destro di Pippo Civati. Riguarda un post che parla di quello che sta facendo Possibile in questo periodo, e quanto invece stanno facendo gli altri soggetti politici di sinistra. Una breve disamina su dove ha intenzione di andare Possibile, in un contesto politico che vede l’intera area di sinistra abbastanza incasinata e frammentata.

Cuore di ciò che stanno facendo ora è la raccolta firme per i referendum che hanno lanciato. Otto quesiti referendari che abbracciano diversi temi: la democrazia, la sovranità popolare, la riconversione ecologica dell’ecologia, la tutela dei diritti dei lavoratori e la tutela della docenza e dell’apprendimento. Referendum che in buona sostanza non condivido, ma su cui mi auguro ci si possa esprimere. Ma tornando alla disamina di prima, leggo:

“…Per la prima volta in Italia, dopo 123 anni, un soggetto a sinistra che non nasce né da una fusione né da una scissione ma dal basso, dalle persone che scelgono di associarsi…”

Ammetto che ho dovuto leggere questa frase un paio di volte prima di metabolizzarla. Possibile nato dal basso, da persone che scelgono di associarsi e non da una scissione? Quel Possibile che prima di essere movimento (e in futuro partito?) era un’associazione interna al Pd, che già poteva contare su un piccolo database di circa 50.000 iscritti fra tesserati ed elettori del Pd? Quel Possibile i cui primi fondatori e aderenti erano ex iscritti al Pd usciti in polemica col partito? Va bene il voler rimescolare l’uso delle parole al fine della propria narrazione e il voler dare un carattere popolare e di democrazia orizzontale a questo nuovo soggetto, ma non esageriamo.

Ha ragione però quando dice che il primo ministro Matteo Renzi rischia di uscire indebolito dai referendum. Qual ora riescano a raggiungere le firme necessarie per ottenere il via libera agli otto quesiti, la vittoria anche di uno solo di questo significherebbe un grosso problema per tutto il governo, che dovrebbe far fronte a un’opinione pubblica contraria ad alcune delle riforme strombazzate come “attese da tutta Italia”. Ecco, a quel punto più che attese diverrebbero subite da tutta Italia, con tanti saluti alle continue corse in avanti di Renzi.

  
Trovo condivisibile con questa analisi anche la critica ai movimenti di Fassina e di Sel. Il primo reputo ormai stia prendendo una china un po’ pericolosa, sull’onda di battaglie contro l’Euro e contro l’Europa che sono più vicine ai gruppi di destra e non a quelli di sinistra. Per questo mi auguro che Possibile non abbia nulla a che spartire con lui. Quanto a Sel, immaginavo anch’io una maggiore disposizione al dialogo e all’unirsi in un cammino comune, ma come viene fatto ben notare la divisione che vive il partito di Vendola è forte, e spinge una parte degli iscritti verso il Pd. Stupisce anche me come la parte di Sel più vicina a Possibile sia così tiepida sui referendum e sul lavoro fatto dal movimento di Civati, ma probabilmente è la solo l’ennesima dimostrazione di quanto negli anni sia stato velleitario e intangibile il progetto di Sinistra Ecologia e Libertà.

Chiudo con un’ultima osservazione sulla cosiddetta “unità a sinistra”. Nel pezzo si citano le richieste di molti elettori che dicono “…Non abbiamo più tempo da perdere e non vogliamo vivere l’ennesima delusione: se pensate che possa nascere da un accordo a tavolino, tra presunti leader, ditecelo subito perché noi non ci stiamo…”. Vero, verissimo, ma non solo per la nascita di soggetti politici pilotata da unioni decise a tavolino. È vero anche per quella tendenza a costruire movimenti-bonsai frutto di continui distinguo: quando qualcuno non è d’accordo finisce per fondarsi il proprio movimento, col risultato di trovare un elettorato che potrebbe essere in buona sostanza unito, diviso su più partitelli piccoli o piccolissimi, piccoli feudi di ambizioni spesso sproporzionate.

Anche di questo gli elettori si sono stancati, del dover sempre e solo fare testimonianza. Possibile si pone come obiettivo quello di diventare grande e plurale, cosa che io gli auguro di tutto cuore. Ma non posso far finta di vedere anche il rischio di restare troppo piccoli per poter incidere davvero sulle grandi partite elettorali, o quello di restare marginali per ribadire un’opposizione da tenere “sempre e comunque” contro il Pd. Una domanda ben posta su questo pezzo de Gli Stati Generali, domanda che potrebbe valere anche per Cagliari, oltre che per Milano. Sull’altare di questi netti distinguo sarà tutto sacrificabile, anche le esperienze positive?

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Categorie:Politica

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