Le stampanti 3D si sono ridotte (per ora) a un grande bluff?

  

Chiariamolo subito: la stampa 3D è una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria. Ma la domanda sulla sua attuale condizione di bluff non riguarda le sue potenzialità in prospettiva, quanto le potenzialità che ha oggi. Tradotto in soldoni: la stampa 3D può permetterci oggi di cambiare il modo di produrre oggetti e beni? La risposta è no, a dispetto di quanti continuano ad affermare che la rivoluzione è già qui.

Se guardiamo alle stampanti 3D in commercio vediamo solo dei macchinari lenti e in grado di lavorare con un solo materiale alla volta. Fateci caso: sono macchine che per stampare una cover di uno smartphone richiedono anche ore, un processo produttivo assolutamente incompatibile con le prospettive rivoluzionarie promesse. Senza contare che ciò che stamperete sarà soltanto monomateriale, oggetti composti da più materiali non possono essere fatti in un’unica stampa ma creati con singole stampe diverse, ognuna per il proprio materiale, e poi assemblati a parte.

Che questa rivoluzione sia ancora molto lontana ce lo ricorda Il Post. A parte alcune applicazioni industriali, per il resto sono ancora un divertissement per gente che crea piccoli oggettini. Un campo in cui posso testimoniare il loro uso è quello audioprotesico, ma sono usate per stampare il guscio esterno grezzo dell’endoauricolare, la parte circuitale interna e la rifinitura viene fatta ancora a mano da un tecnico. In generale nell’industria vengono usate per creare piccoli oggetti o parti di qualcosa, lasciando tutto il resto al metodo di produzione tradizionale: anche per questo la stampa 3D viene per ora più considerata come un’evoluzione della seconda rivoluzione industriale, e non come la promessa terza rivoluzione.

Dove si possono vedere i maggiori progressi sono i campi sperimentali universitari. Ad esempio le università di Napoli e Pavia stanno creando delle travi in cemento armato, un procedimento che potrebbe portare a un risparmio del 50% dell’anidride carbonica sprigionata nel tradizionale processo produttivo. Ma anche il MIT (Massachussets Institute of Technology) ha ottenuto un risultato interessante: la creazione di un dispositivo in grado di stampare con dieci materiali contemporaneamente. Dopo aver creato una stampante in grado di utilizzare il vetro al posto della plastica, questo è un altro significativo passo verso il futuro.

Ma, come detto, resta ancora tutto relegato alle sperimentazioni di laboratorio. Per vedere queste tecnologie implementare nelle produzioni industriali (ma anche successivamente casalinghe) occorrerà ancora molto tempo. Al momento, come ci ricorda Agenda Digitale, in campo industriale l’utilizzo di queste stampanti si divide in quattro campi: la prototipazione, cioè lo sviluppo di modelli di pre serie; la produzione indiretta, cioè la creazione di strumenti utili per la costruzione di prodotti; la produzione diretta, cioè la creazione di parti del prodotto; la produzione di parti di ricambio, cioè di quei pezzi dei beni di consumo durevole esposti a usura. Ma creare interamente un prodotto nella sua complessità (anche di materiali) è un obiettivo ad oggi irrealizzabile.

Basti pensare alla situazione di MakerBot, azienda pioniera nella stampa 3D. Come ci raccontava Wired a maggio, questa azienda nata nel 2009 e cresciuta in modo esponenziale spinta dal grande entusiasmo per questa nuova tecnologia ha dovuto chiudere tutti e tre i suoi negozi fisici, ha chiuso alcune divisioni interne e ha tagliato del 20% la sua forza lavoro, ridimensionando le prospettive per il futuro. Certo, ha influito il fatto che la riorganizzazione è stata dovuta anche all’essere stati acquisiti da un’altra azienda del settore, la Stratasys, ma anche questa seconda azienda presenta conti pressoché stagnanti con prospettive di crescita fortemente ridimensionate. Solo qualche anno fa si pensava che il mercato della stampa 3D si sarebbe attestato sui 20 miliardi di dollari entro il 2019, ma oggi si attesta sui 5 dopo che lo scorso anno era sui 3,3 miliardi: una crescita decisamente rallentata.

Insomma, la rivoluzione tanto promessa non c’è e resta ancora soltanto una prospettiva da rincorrere per il futuro. Futuro in cui credo davvero che la stampa 3D occuperà un ruolo rilevante nelle produzioni industriali e anche in quelle casalinghe, ma che al momento è ancora ben lontano dall’essere raggiunto. Forse un giorno potremo davvero crearci ogni cosa in casa, magari addirittura sfruttando il nostro smartphone, ma sarà una prospettiva che potranno avere i nostri figli, se non i nostri nipoti. Per noi la rivoluzione può (deve) ancora aspettare.

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Categorie:Attualità

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