Di Maio e il Made in Italy

 

Ripeto spesso che Luigi Di Maio è un bravo politico. Preparato, intelligente, sa farsi capire quando parla e sa come non apparire estremista, come capita invece ad alcuni altri esponenti del Movimento 5 Stelle. Insomma, è uno che può aspirare ad arrivare in alto, non per nulla viene indicato come futuro leader del Movimento e come potenziale candidato Primo Ministro. Lo reputo uno che è piacevole da ascoltare, a cui dare credito in un dibattito o mentre espone un’idea. A parte quando esce con robe simili (rilanciate successivamente anche dal blog di Beppe Grillo):

   
   
Ora, a parte il fatto che le imprese private vendono a chi ritengono meglio e a chi vogliono e a parte questa virata nazionalistica che trovo sempre curiosamente divertente, la cosa che ho trovato più delirante è stato il piano di riportare in Italia il Made in Italy sfruttando il Fondo Strategico Italiano di Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui, a ulteriore specificazione occorre dire che molte aziende passate in mano straniera non solo hanno mantenuto le proprie produzioni in Italia, ma hanno espanso qui le produzioni delle aziende acquisite, di fatto arricchendo l’Italia con aumenti di occupazione e retribuzioni.

Ma torniamo alla Cassa Depositi e Prestiti e al Fondo Strategico Italiano. La prima al 2010 aveva un capitale investito di 250 miliardi di euro, un patrimonio netto di quasi 14 miliardi e un utile di quasi 3 miliardi. Il secondo è stato istituito nel 2011 con un fondo di 4 miliardi, successivamente allargato a 7 miliardi. Ad oggi, il capitale disponibile è di 4,9 miliardi di euro. Bastano per ricomprare le aziende italiane in mano estera? Ho fatto qualche ricerca:

Ducati -> Audi: 900 milioni
Pirelli -> ChemChina: 7 miliardi
Italcementi -> Heidelberg: 1,7 miliardi
Lamborghini -> Audi: 150 milioni (1998)
Bulgari -> Lvmh: 4,3 miliardi
Loro Piana -> Lvmh: 2 miliardi
Indesit -> Whirlpool: 750 milioni
Ansaldo STS -> Hitachi: 800 milioni (+1 miliardo per acquisto restanti azioni)
Valentino -> fondo Qatar: 700 milioni
Alitalia -> Etihad 560 milioni (+600 milioni di investimenti)
Telecom -> Telefonica 320 milioni (per il 22% del capitale)

Questi sono i prezzi di vendita delle società italiane riportati da varie testate giornalistiche. Tutti dati facilmente reperibili scorrendo i vari articoli dei periodi delle varie cessioni. Con un rapido calcolo si può notare come solo per le aziende citate sopra si arrivi a circa 19 miliardi di euro, quasi il quadruplo della dotazione del Fondo Strategico. Ciò vuol dire che già così il Fondo da solo non basta, occorre rimpinguarlo in qualche modo: ma come? La risposta più logica sarebbe spostando denaro dalla Cassa Depositi e Prestiti, e guardando questi grafici interattivi si legge che lo stock di disponibilità liquide per il 2014 ammonta a 181 miliardi di euro. Ma quei soldi sono sostanzialmente i risparmi degli italiani, derivano dalla raccolta postale, ovvero sostanzialmente da libretti postali e dai buoni fruttiferi. Davvero vogliamo prendere i soldi dei risparmiatori per acquisire grandi aziende? Trasformiamo ogni risparmiatore, anche il più piccolo, in un azionista di qualcuna di queste società?

Se Di Maio invece avesse parlato di cercare un modo per far emergere una nuova classe imprenditoriale capace, non come quella che ha creato problemi a molte delle aziende sopra citate portandole a esser vendute, mi avrebbe trovato perfettamente concorde. Perché un grosso limite dell’Italia è la mancanza di una classe manageriale all’altezza delle sfide attuali, capace di guardare oltre o di osare soluzioni innovative. Tranne rare eccezioni, i manager italiani si contraddistinguono (ancora) per conservatorismo e scarsa lungimiranza, persone più orientate a creare il massimo profitto nel breve che a investire per pianificare una crescita costante dell’azienda nel lungo periodo. Si fosse parlato di questo ne sarei stato entusiasta, ma su una sparata del genere non posso che dissentire.

Poi una volta acquisite queste società ci sarebbe la questione della proprietà: sarebbero rivendute a privati italiani o mantenute pubbliche? Nel primo caso servirebbe trovare qualcuno disposto a pagare almeno lo stesso prezzo sborsato dalla Cassa, onde evitare perdite di denaro nell’investimento fatto, sperando successivamente che i nuovi acquirenti italiani possano dimostrare capacità manageriali ed economiche per condurre bene queste aziende. Il precedente della cordata italiana per far si che Alitalia non finisse in mano ad Air France è largamente negativo, sotto ogni punto di vista. Nel secondo caso si tratterebbe di dover mantenere questa moltitudine di nuove aziende in mano pubblica, con relativi costi e investimenti decisamente notevoli per uno stato con bilanci già ampiamente asfittici, senza contare il doversi trovare a gestire aziende senza avere un adeguato background.

Già in passato Corrado Passera propose di usare i soldi della Cassa Depositi e Prestiti per spericolate azioni di investimento pubblico. La Cassa non è esattamente un forziere a cui si può liberamente accedere per prendere fondi da destinare a qualsiasi tipo di azione, specialmente acquisizioni industriali volte soltanto a ristabilire il controllo nazionale delle aziende e senza uno straccio di idea industriale e di sviluppo. A voler essere realisti si dovrebbe dire che operazioni simili rischierebbero soltanto di mettere in pericolo le stesse aziende che si vorrebbe riportare sotto il controllo nazionale, che non finirebbero per arricchire l’Italia ma che rischierebbero di diventare pesanti zavorre dal futuro molto negativo. Il protezionismo e questa maldestra voglia di “autarchia aziendale” sembrano più un sogno utile per solleticare una parte della pancia del Paese, ma questioni simili non si possono affrontare con arditi e fantasiosi voli pindarici.

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Categorie:Politica

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  1. Caprotti, Esselunga e il solito discorso sull’italianità svenduta delle nostre aziende – Iperattivo Categorico

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