Le dimissioni di Enrico Letta e l’assenza del vincolo di mandato

 

Era aprile quando Enrico Letta annunciò le proprie dimissioni da parlamentare. Disse che non lasciava la politica ma solo questo Parlamento, aggiungendo che avrebbe rinunciato alla propria pensione da parlamentare e sarebbe andato a fare il rettore dell’Institut d’Etudes Politiquesde Paris-Sciences Po, a Parigi. Un incarico prestigioso e molto importante, che contribuirà sicuramente al prestigio di Enrico Letta. Ma non è di ciò che andrà a fare che voglio parlare.

Le sue dimissioni hanno dato spazio alla prima persona non eletta nelle liste del Pd, ovvero a Beatrice Brignone. A onor di verità, la Brignone sapeva da mesi che sarebbe subentrata a Letta, e sempre da mesi aveva comunicato che non avrebbe aderito al gruppo parlamentare del Pd ma avrebbe aderito al Gruppo Misto. Fatto sta che attorno alla scelta della Brignone, che oggi si colloca politicamente in Possibile, il movimento fondato da Pippo Civati, si è scatenato un piccolo dibattito soprattutto fra i sostenitori del Partito Democratico.

In sostanza, in molti hanno trovato fuori luogo e inaccettabile che la Brignone, appena entrata in carica, abbia scelto di iscriversi ad un altro gruppo parlamentare e non al Pd. Dicono che, essendo stata eletta nelle file del Pd, avrebbe dovuto aderire al loro gruppo parlamentare. Qualcuno ha detto che sarebbe una questione di stile, di etica: se ottieni un posto da parlamentare con un partito dovresti (secondo loro) sentirti obbligato a far parte di quel gruppo politico, una specie di obbligo o di debito nei confronti del partito. Ma è giusto questo obbligo? È giusto questo vincolo morale?

Il punto è delicato, perché il ruolo dell’eletto viene definito anche grazie all’assenza del vincolo di mandato. Recita infatti l’articolo 67 della nostra Costituzione: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si rappresenta la nazione nella sua interezza, e non un singolo partito. E non esiste il vincolo di mandato, per cui un qualsiasi partito non può disporre a proprio piacimento dei propri eletti, non può obbligarli né esplicitamente né implicitamente a sottostare al loro volere. Questo implica che ogni eletto, una volta entrato in carica, può prendere liberamente ogni decisione ritenga opportuna per il bene della nazione, anche in spregio del partito con cui è stato eletto. Addirittura i più “integralisti” di questa libertà affermano che anche i gruppi parlamentari stessi rappresentano una violazione di questa libertà, ma questo è un altro discorso.

Ma torniamo alla Brignone e alla sua scelta. Questa, come detto, è stata accolta da molti iscritti e simpatizzanti del Pd come un’onta, come una mancanza di stile, qualcuno si è addirittura spinto a dire che fosse un atto illegittimo, sebbene invece sia una libertà specificatamente espressa dalla nostra Costituzione. Addirittura ho letto anche persone che hanno avanzato l’idea di rivedere questa norma per limitare la libertà d’azione concessa (in nome di un miglior funzionamento della democrazia), e qui la cosa si fa curiosa: in che modo sarebbe possibile limitare una libertà pur continuando a definirla come tale? Se vado a intaccare l’assenza del vincolo di mandato introducendo delle eccezioni per cui l’eletto deve sottostare al volere del partito, allora viene meno il senso di questa libertà. Non ha senso una assenza di vincolo di mandato eccetto per. O non c’è il vincolo di mandato, e quindi si lascia libertà agli eletti, oppure questa libertà non esiste. Condivido che non è bellissimo vedere uno che, eletto col partito X, appena entrato in carica scelga di aderire non al gruppo di X ma di Y, ma è purtroppo (se vogliamo) l’altro lato della medaglia di questa libertà.

Per altro, nota curiosa, quando fu Beppe Grillo a criticare l’assenza del vincolo di mandato fu ampiamente criticato. Anche da quella parte di Partito Democratico che oggi richiede a mezza voce una “revisione” dell’articolo 67 della Costituzione, la stessa cosa chiesta nel 2013 da Grillo. Scusate, ma come: allora questa assoluta libertà era un baluardo democratico da difendere a tutti i costi, mentre oggi è diventata improvvisamente un errore, un problema da risolvere? Mi pare un difendere la norma se questa va a “danneggiare” un avversario, ma criticarla se invece la suddetta norma viene a proprio svantaggio. A casa mia questo si chiama doppiopesismo, non democrazia.

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Categorie:Politica

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6 replies

  1. Bell’articolo!! Io sarei contrario alla revisione dell’assenza del vincolo di mandato visto che spesso i partiti non rispettano i programmi con cui sono stati votati, quindi è condivisibile che Civati e Fassina non si sentano più rappresentati dal loro stesso partito ed escano, e questi casi non hanno niente a che fare con il “mantenere la poltrona”, anzi nella situazione specifica la mettono a rischio (in altri può accadere il cambio per interesse, a livello etico è discutibile ma deve comunque una libertà poter cambiare gruppo…)

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  2. Pensavo anche tu fossi progressista non propriamente renziano…

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