L’involuzione della comunicazione del Partito Democratico

 

Durante le primarie del 2013 si era molto discusso sull’inefficacia della comunicazione del partito, del suo essere vecchia, inadeguata, poco interessante. Si sottolineava come si andasse a veicolare messaggi importanti in modo poco efficace, col risultato che tutto ciò che veniva fatto di buono passava in secondo piano. Renzi, considerato e conosciuto come ottimo comunicatore promise di cambiare le cose, e la nomina di Francesco Nicodemo come responsabile della comunicazione diede avvio a un profondo ripensamento del modo di comunicare del partito. Un progetto ambizioso che si rese necessario al fine di rilanciare l’immagine di un partito che viveva delle grosse difficoltà.

L’idea era apparentemente semplice ma vincente: creare una comunicazione integrata, in cui tutti i canali potessero interagire fra di loro. Lo raccontava lo stesso Nicodemo in questa intervista sull’Huffington Post, in cui tracciava a grandi linee il progetto che aveva in mente. Diceva:

“La sfida è riuscire nella comunicazione integrata. Il sito web non può limitarsi a essere istituzionale. Deve diventare la casa degli elettori: il luogo della trasparenza, dove chi vota sa chi sono i deputati che sceglie, quanto guadagnano e quali le loro proposte. Un partito “open polis”. Poi serve un maggiore utilizzo della web tv: bisogna passare da You dem a You dem reporter. Non può limitarsi al ruolo di megafono della voce del padrone, piuttosto deve diventare la comunità dove l’elettore è proattivo e non soltanto di spettatore”

Si stava traccia di una nuova strada, a tratti inedita per la comunicazione politica italiana. Si stavano gettando le basi per la nascita di quella che è stata chiamata “Pd Community”, una comunità di influencer, attivisti e simpatizzanti del Pd destinata a riscrivere le regole della comunicazione politica. Luca Alagna, nell’articolo “Verso la Pd Community” apparso nel gennaio 2014 sul sito del Partito Democratico (rintracciabile a questo link http://www.partitodemocratico.it/doc/264235/verso-pdcommunity.htm ma ahimè non più disponibile), scriveva:

“Si tratta di un nuovo processo di partecipazione politica in linea con lo spostamento di ruolo del partito nella società, che vede il passaggio dalla propaganda e dalla semplice persuasione, all’ascolto e alla proposta, per arrivare a influenzare gli stessi leader. I partiti non devono essere smantellati in favore di una caotica democrazia diretta, al contrario sono ancora indispensabili ma devono abituarsi a non essere più l’unico terminale del processo politico, bensì un tessuto connettivo in grado di filtrare le istanze dei cittadini e trasformarle in proposta costruttiva.”

Partecipazione, ascolto, proposta, condizionamento. L’obiettivo di fondo era quello di aumentare il livello di partecipazione delle persone, anche attraverso delle “storie” che colpissero l’immaginazione delle persone, l’ascolto delle idee e delle proposte degli iscritti e degli elettori, la formulazione delle proposte da veicolare agli eletti e ai media, per cercare di far sapere loro quelle che erano le esigenze delle persone, per influenzare infine le loro decisioni. Un esperimento di successo che contribuì all’incredibile risultato delle Elezioni Europee del maggio 2014, come fu ben raccontato da Teresa Cardona su Europa. Quel famoso 40,8% fu figlio anche del nuovo modo di fare comunicazione, di quella Pd Community “…esempio virtuoso di come il partito, quando si muove unito e in armonia, possa essere efficace e vincente…”

Si era ormai convinti di aver svoltato definitivamente pagina, ma a quel punto qualcosa dev’essersi inceppato. Dopo quell’incredibile risultato politico, passata l’estate, la comunicazione del Partito Democratico ha ripreso a involversi. Anziché proseguire in avanti sulla strada che era stata tracciata, è come se avesse scelto di tornare indietro sui suoi passi. Ma cosa è successo per generare questo arretramento? Che il passaggio di Nicodemo ad incarichi maggiori abbia tolto forza e incisività alla comunicazione del partito? Può essere, ma stento a credere che chi ci sia oggi abbia, magari involontariamente, sottovalutato le potenzialità di questo nuovo modo di fare comunicazione.

Eravamo arrivati ad osservare un Pd in grado di imporre frame narrativi, capace di rilanciare idee imponendole all’attenzione dei media. Una comunicazione che era addirittura in grado di ribaltare le campagne di comunicazione negativa degli avversari, ribaltandole a proprio favore. Oggi invece queste capacità sembrano quasi scomparse, e spesso anche i frame che vengono lanciati dal partito finiscono per essere preda degli avversari politici e ribaltati contro il Pd. Una situazione quasi surreale. A partire dal gennaio di quest’anno poi la situazione si è fatta quasi paradossale: in un momento in cui era fondamentale un’ottima comunicazione per raccontare bene le riforme del lavoro e della scuola, e la nuova legge elettorale, il Pd sui social network e sui media ha sostanzialmente preso dei grossi schiaffi, faticando a reagire come avrebbe fatto l’anno precedente.

Per usare le parole di Matteo Renzi, speravo che il vecchio modo di fare comunicazione del Partito Democratico fosse stato definitivamente rottamato. Invece, mio malgrado, mi vedo costretto ad osservare che si è compiuto un gran percorso che tanto ha fatto sperare ma che è stato fatto ritornare al punto di partenza. Cecilia Mussini, in questo pezzo apparso su Gli Stati Generali a maggio di quest’anno, chiedeva che la Pd Community facesse un salto qualitativo in avanti, segno che anche lei aveva notato una battuta d’arresto nell’implementazione di questo progetto. Ma il problema, a mio modo di vedere, è che prima di fare quel salto in avanti serva tornare a recuperare il terreno perso in questo 2015, anno in cui la comunicazione del partito è tornata direttamente al 2013. L’avvento di Renzi aveva dato il via alla metaforica scalata della montagna della comunicazione, ora invece nel partito paiono solo intenti a ruzzolare a valle a grande velocità.

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Categorie:Politica

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