Guardiani o esploratori?

 

“Eh, e adesso che quella sonda ha raggiunto Plutone noi cosa ne guadagniamo? Niente. Sono soldi sprecati”. È una delle frasi che mi è capitato di sentire in questi giorni mentre chiacchieravo sulla missione della sonda New Horizons, un sentire popolare direi anche discretamente diffuso. Stesse identiche critiche che ho potuto sentire per la missione Rosetta che ci ha portato su una cometa, oppure per le varie missioni sulla Stazione Spaziale Internazionale. Si chiedono, perché spendere tutti questi soldi per cose inutili sulla Terra?

Mi ero già interrogato su queste cose alcuni mesi fa, quando presi spunto da alcune parole di Stephen Hawking. In sostanza, lo scienziato affermava con un certo grado di sicurezza che non potremo resistere ancora molto tempo sulla Terra senza andare altrove, ricordando che saranno proprio questi viaggi nello spazio a garantire il futuro dell’umanità. Ecco allora che esplorare il nostro Sistema Solare diventa importante per conoscere l’ambiente spaziale, i pianeti a noi vicini, per capire meglio anche come funziona la Terra e per cercare ambienti compatibili con la nostra vita.

Facevo l’esempio di Interstellar (se non lo avete ancora fatto, guardatelo) in cui Cooper, il protagonista, afferma deciso che noi non siamo semplicemente dei guardiani della terra, ma siamo esploratori. Un amico con un semplice esempio mi ha convinto ancor più di questa cosa. Mi disse, “Osserva i bambini: se gli dici di non fare qualcosa loro la fanno comunque. Vogliono esplorare, scoprire, è come se il mondo attorno a loro, che noi già conosciamo, fosse per loro il nostro spazio. È l’ignoto, e non possono fare a meno di spingersi a scoprirlo”. Esattamente come per noi. E qui si potrebbe inserire tutto un discorso filosofico sul desiderio di conoscenza, che cito soltanto per non dilungarmi eccessivamente (e per non ferrata conoscenza della materia).

Cosa saremmo oggi senza questa spinta a scoprire l’ignoto? Cosa saremmo oggi senza quello stimolo ad andare oltre, a scoprire cose nuove, a provare ad alzare sempre di più l’asticella del limite e del possibile? Probabilmente non avremmo tutta la tecnologia di cui disponiamo oggi, non avremmo nemmeno in generale tutta la conoscenza di cui oggi disponiamo nella cultura, nelle arti, nelle scienze. Il nostro progresso si basa sull’esplorazione di campi sempre nuovi, sull’elaborazione di teorie che hanno il compito di spiegarci cose che fino a un momento prima non conoscevamo, o di cui ignoravano il funzionamento.

Certo, poi leggo questo pezzo di Vincenzo Salemme e mi cascano un po’ le braccia. Riguardo alle missioni spaziali scrive:

“…Abbiamo forse sconfitto il raffreddore? No. Abbiamo forse sconfitto le zanzare? Nemmeno. È finita la Salerno Reggio Calabria? Figurarsi! E allora?!?! Ripeto, entusiasma anche me l’avventura dell’uomo (e della donna, diciamolo, grazie a Cristo/Foretti) nello spazio, però stiamo attenti a non farci ingannare dalle false speranze.

[…]

Quindi mi sento di fare la seguente riflessione: continuiamo pure ad esultare di fronte allo spettacolo dell’universo, ma cerchiamo sempre di tenere i piedi per/sulla Terra.

Andiamoci piano con le spese, soprattutto in questo momento infinito di crisi economica.
Cerchiamo di non perdere la nostra capacità di immaginazione che ha fatto grande la nostra cultura, la nostra filosofia, la nostra scienza e sopratutto la nostra fisica tutta fondata sulle teorie di geni visionari…”

  

Poi qualcuno mi spiegherà l’autorevolezza di una stroncatura simile scritta da un attore. Che, per carità, ognuno è libero di poter esprimere le proprie idee e le proprie opinioni, ma almeno che questo accada da una posizione un minimo informata: sfoderare il più bieco luogo comune tipo le missioni spaziali non hanno curato il raffreddore è una cosa talmente stupida da apparire surreale. E allora per rispondere a Salemme non c’è nulla di meglio che rispolverare questo articolo de Il Post del 2012, che riporta la risposta che diede nel 1970 Ernst Stuhlinger, direttore scientifico della NASA, a una lettera di una suora attiva in Zambia che lamentava proprio gli alti costi delle missioni e la loro effettiva utilità, proprio mentre sulla terra milioni di persone soffrivano la fame. E lo fa usando anche una storia che vi riporto:

“Prima di spiegarle come il nostro programma spaziale possa contribuire alla soluzione dei problemi qui sulla Terra, vorrei raccontarle una storia che pare sia vera e che potrebbe aiutarla a comprendere l’argomento. Circa 400 anni fa, in una cittadina della Germania viveva un conte. Era uno di quei nobili buoni ed era solito dare buona parte dei propri guadagni ai suoi concittadini poveri: erano gesti molto apprezzati, perché c’era molta povertà e le ricorrenti epidemie causavano seri problemi. Un giorno, il conte incontrò uno sconosciuto. Aveva un banco di lavoro e un piccolo laboratorio nella sua abitazione, lavorava sodo di giorno per avere qualche ora ogni sera per lavorare nel suo laboratorio. Metteva insieme piccole lenti ottenute da pezzi di vetro; le montava all’interno di alcuni cilindri e le utilizzava per osservare oggetti molto piccoli. Il conte fu affascinato da ciò che si poteva vedere attraverso quegli strumenti, cose che non aveva mai visto prima. Invitò l’uomo a trasferire il suo laboratorio nel castello, diventando un incaricato speciale per la realizzazione e il perfezionamento dei suoi strumenti ottici.

La gente in città, tuttavia, si arrabbiò molto quando capì che il conte stava impegnando il proprio denaro in quel modo senza uno scopo preciso. «Soffriamo per la peste», dicevano, «mentre lui paga quell’uomo per i suoi passatempi inutili!». Ma il conte rimase fermo sulle sue posizioni. «Vi do tutto quello che posso», disse, «ma darò sostegno anche a quest’uomo e al suo lavoro, perché sento che un giorno ne verrà fuori qualcosa di buono!».


E in effetti qualcosa di buono avvenne, anche grazie al lavoro di altre persone in diversi luoghi: l’invenzione del microscopio. È noto che questa invenzione ha contributo più di molte altre idee al progresso della medicina, e che l’eliminazione della peste e di altre malattie contagiose in molte parti del mondo sia stata possibile in buona parte grazie agli studi resi possibili dal microscopio. Dedicando parte del proprio denaro alla ricerca e alla scoperta di nuove cose, il conte contribuì molto di più a dare sollievo dalla sofferenza umana rispetto a ciò che avrebbe potuto fare dando tutto i propri soldi ai malati di peste.”

Oggi però per molti questa sete di conoscenza appare come inutile, come uno spreco di risorse e denaro. Soldi che queste persone probabilmente vedrebbero meglio impiegati per risolvere i problemi contingenti della società, magari per combattere la crisi, abbassare le tasse, aiutare i poveri. Risorse che secondo queste persone dovrebbero essere usate per conservare la vita qui, non per cercare nuove frontiere altrove. E allora resta senza risposta quell’osservazione posta da Cooper: “È come se ci fossimo dimenticati chi siamo, Donald: esploratori, pionieri. Non dei guardiani”. E noi, come ci sentiamo?

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Categorie:Riflessioni

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