Ancora sul referendum greco e sull’affluenza alle urne

  

È ormai l’una e mezza di notte, i risultati del referendum greco sono definitivi e ha vinto nettamente il no. Al di là di quello che potrà (o non potrà) accadere ora, una cosa è certa: non tutto in Europa resterà come prima. Invariabilmente qualcosa dovrà cambiare, ma al momento non saprei dire se in meglio o in peggio.

Non mi va di fare riflessioni e ipotesi su ciò che accadrà ora. Per le mie scarse conoscenze economiche sarebbe puramente un tirare a indovinare senza grande senso, e sarebbe soltanto un aggiungere altro rumore alle tante chiacchiere in merito che sono state fatte e che verranno inevitabilmente fatte da oggi in poi. Prima pensavo che questo referendum avrebbe portato con se degli strascichi, indipendentemente dal risultato finale, ed è l’unico pensiero che mi sento di confermare.

L’unico, brevissimo, ragionamento che voglio fare riguarda l’affluenza. Con il 98% dei voti scrutinati, l’affluenza si attesta al 62,45%, poco meno dei due terzi degli aventi diritto al voto. Un dato che è possibile leggere da due angolazioni differenti che però risultano antitetiche: o una grande prova di democrazia, o un grande fallimento. Ma quale delle due visioni è quella corretta? Per assurdo, sono corrette entrambe.

È una grande vittoria perché, secondo chi lo dice, è il popolo ad aver deciso cosa fare. Al di là dei dubbi che avevo espresso l’altro giorno, è indubbio il valore democratico di un referendum. Chiediamo spesso che le istituzioni promuovano un maggiore coinvolgimento delle persone, non dovremmo poi lamentarci se questa cosa accade.

È però anche un gran fallimento perché alcune scelte di questo referendum le trovo sbagliate. Dalla mancanza di una completa informazione verso chi votava al poco tempo per organizzare adeguate campagne d’informazione, fino a una mancanza di analisi sugli scenari possibili del dopo voto, per entrambe le scelte. Far votare milioni di persone senza averle adeguatamente informate sulle ricadute del loro voto lo trovo un bel po’ folle.

Resta il fatto che a votare sono andati circa i due terzi degli elettori, un risultato per me non esaltante visto la portata del referendum. In altri contesti molti avrebbero parlato di “vittoria mutilata”, di “democrazia in pericolo”, insistendo sul fatto che il famigerato partito degli astenuti avrebbe potuto cambiare il risultato. Alcuni fanno notare che in quasi tutte le democrazie i dati di affluenza non sono più alti da tempo, ma non per questo tutti gli avversari parlano di “agonia della democrazia” o di “risultato illegittimo”.

Io penso che chi vota, decide, e lo fa anche per quelli che (legittimamente) scelgono di non votare. Indipendentemente dall’affluenza che poi si registra: se è bassa il problema non è la legittimità del voto, ma lo scarso interesse dei cittadini, due questioni per me differenti e distinte. In questa chiave toglierei anche i quorum ai referendum per cercare di invogliare le persone a partecipare. Un po’ come chiedono quelli che, a fasi alterne, considerano uno stesso dato in due modi opposti.

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Categorie:Politica

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3 replies

  1. Bell’articolo… che però dimentica di dire una cosa molto importante: Il fallimento dell’Europa.
    Può ancora salvarsi e dimostrare di esistere come “Unione”.
    Circa l’affluenza, devo dire che nella democraticissima Svizzera, dove vivo da un po’ di anni, raramente si raggiungono percentuali superiori.
    Buon pomeriggio.
    Quarc

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