Sul referendum greco

 

Nel dibattito sulla Grecia una larga parte è stata dominata dal referendum organizzato da Tsipras per domenica 5 luglio. La divisione di chi osserva gli eventi sulla proposta è stata netta: o meraviglioso esempio di democrazia, o chiarissimo esempio di ignavia politica del primo ministro greco. Io stesso ho pensato che questo gesto fosse un lavarsi le mani da una grande responsabilità, ma non è solo questo ad avermi fatto guardar male verso questa scelta.

Indubbiamente quando votiamo qualcuno, scegliamo in base a un programma che viene presentato. E ci aspettiamo che, se eletto, il nostro candidato faccia quello che ha promesso. Ora, è evidente che nessuno di Syriza in campagna elettorale avesse mai parlato di uscita dall’Euro, ma era altresì evidente che chiedere la fine dell’austerità e la rinegoziazione del debito voleva dire entrare in rotta di collisione con l’Europa e con il Fmi, prevedendo quindi anche uno scenario simile. Sta di fatto però che nel programma non si faceva menzione di questa opportunità, e in questo senso il chiedere un referendum potrebbe avere un senso.

Ma ascoltando lo stesso Tsipras questo senso viene subito meno. Dice che non è un referendum per decidere se uscire o no dalla moneta unica, ma che anzi è un referendum per acquisire maggior potere negoziale per trattare nuove condizioni. Più saranno i no, dice, più potete avremo per sederci al tavolo a partire da lunedì prossimo. Ma se allora è un referendum sulla mera valutazione di un programma di tagli e nuove imposte, a che serve concretamente il referendum? Per sgravarsi nel caso la popolazione scelga il si? Senza contare, e continuo a ribadirlo, che in entrambe le proposte di vere riforme non ce n’è traccia: sono solo tagli e nuove tasse. Ma questo referendum contiene altre anomalie.

Prima di tutto è un referendum in cui la popolazione dovrà esprimersi alla cieca. Come viene raccontato in questo blog, l’informazione ai cittadini è scarsa, molti non conoscono i piani di riforma dell’Eurogruppo, non capiscono cosa implichi votare si o no, non hanno chiaro quali possano essere le conseguenze in entrambi i casi. Chiedono che il proprio governo li rassicuri, che l’Europa li rassicuri, ma entrambi sono ormai impegnati in una campagna referendaria in cui non vige l’informazione ma la polemica, la strategia e l’interesse particolare.

Un referendum che non tiene conto neanche dei requisiti per essere considerato conforme agli standard minimi per questo tipo di consultazioni, come ci racconta Il Post:

  
Senza contare anche il pesante condizionamento di chi voterà senza adeguata infirmazione, come se avesse una pistola puntata alla tempia, o che voterà sull’onda dell’emozione e non di una posizione critica e informata. Un po’ come organizzare un referendum pro o contro il nucleare subito dopo un incidente al reattore di una centrale: sarebbe un po’ poco corretto farlo, no? Ops.

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Categorie:Attualità

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