Crisi Grecia: una disperata corsa contro il muro

 

Ciò che sta accadendo nei negoziati fra Grecia e Europa ha un non so che di delirante. È come un dialogo fra sordi: ognuno mira a portare a casa il proprio risultato senza preoccuparsi dei problemi altrui. In mezzo a tutto questo resta il popolo greco, sballottato e vessato come se fosse l’unico responsabile dello sfacelo.

Scorrendo le due proposte, quella della Grecia e quella dell’Eurogruppo, ci si accorge di come si sia arrivati alla rottura per piccole cose. Due proposte pressoché simili, ma differenti su alcuni dettagli per cui nessuno vuole transigere. Vengono riassunte da Il Post in modo efficace, tanto che leggendole sembra ancora più assurdo questo muro contro muro che rischia seriamente di portare alla rovina. E appare sempre più chiaro come questa trattativa assuma sempre più una valenza politica e non economica, tanto che Tsipras ha rilanciato annunciando un referendum per il 5 luglio sulle proposte europee: una mossa giustificata con il “dare potere al popolo di decidere del proprio futuro” che non mi convince per nulla. Proposta formalmente bocciata dall’Eurogruppo che non concederà dilazioni agli aiuti oltre il 30 giugno, senza alcun accordo sulle manovre da attuare.

Ma lasciare al popolo una decisione così complessa e delicata la vedo come l’ennesima decisione folle. Una follia che si aggiunge a tutte le altre follie già commesse sia dalla Grecia che dall’Eurogruppo. Alle elezioni di votano dei partiti per quello che propongono, che promettono, per la visione e le idee che portano. Chiedono il nostro voto, la nostra fiducia, sulla base di un programma che vogliono realizzare. E noi li votiamo affinché questo programma venga attuato, affinché abbiano le capacità di affrontare e risolvere i problemi. Se le decisioni le demandiamo ai referendum, allora a che pro presentare dei programmi, se la linea te la detto io corpo elettorale passo per passo?

Senza contare che, personalmente, considero un mito il chiedere al popolo qualsiasi cosa, anche le decisioni più complesse. Immaginate demandare a un referendum questioni sanitarie, come ad esempio l’adottare o meno cure come Stamina: se il popolo dovesse dire si, ci sentiremmo tranquilli? O pensate di lasciar decidere al popolo su questioni come l’immigrazione o i diritti civili: siamo sicuri che sarebbero la scelta migliore? Pensate se per combattere il segregazionismo gli Stati Uniti si fossero affidati a un referendum: sarebbe stato sconfitto? È un po’ come quell’altro mito, quello di sentirsi esperti su tutto e di sentirsi autorizzati a decidere su tutto. Ma no, non lo siamo, non siamo attrezzati per fare scelte così complesse di cui non capiamo e non conosciamo la maggior parte dei dettagli. Guardo SkyTg24, guardo le code agli sportelli delle banche, e sento le parole di gente spaventata che non capisce cosa accade, che vorrebbe sapere e capire cosa accadrà da domani, ma a cui nessuno sta spiegando nulla. Li si lascia soli con il compito di decidere del futuro della propria nazione, ma lasciandoli disinformati.

Si dovrebbe decidere su piani miopi. Come scrive Mario Seminerio su Il Sole 24 Ore, sia quello greco che quello europeo sono piani di tagli o aumenti di tasse utili sul breve periodo, ma che non contengono nessuna reale riforma che vada a cambiare l’anima corrotta e distorta imposta alla Grecia dai tanti governi passati che hanno truccato i conti. Scrive:

“…Prescindendo dalla situazione economica e dall’impatto ulteriormente recessivo delle misure adottate, serve tenere a mente che la Grecia è un paese in cui i cittadini stanno smettendo di pagare le tasse. Segnale inequivocabile di disgregazione civile, sociale ed istituzionale che porta al fallimento dello stato come entità organizzativa suprema di una comunità umana. Un sistema fiscale come quello greco era già di suo un colabrodo, caratterizzato da corruzione endemica e pervasiva che porta alla caratteristica dinamica di evasione altissima ed aliquote nominali legali altrettanto elevate.

[…]


Ma il punto vero, ed unico, di tutta questa vicenda dolorosa e grottesca è che per anni la Troika si è “accontentata” di manovre correttive contabili, che finivano col lasciare intatta l’”anima” dello stato greco, le sue inefficienze e la sua disfunzionalità esistenziale. Si sono chiamate “riforme strutturali” quelle che erano in realtà solo inique spremute fiscali. Nulla è mai stato attuato, in termini di liberalizzazione dei mercati del lavoro e dei prodotti. Nulla in termini di riforma della pubblica amministrazione. Ma occorre chiamare le cose col loro nome: queste non sarebbero state “riforme strutturali” ma un vero e proprio nation building. Per attuare il quale, in assenza di cooperazione del paese interessato, sarebbero servite delle truppe di occupazione, e nessuno si scandalizzi per l’iperbole…”

Intanto Primikiris, di Syriza, dice una cosa molto importante riguardo al referendum. Si chiederà alla popolazione se vogliono accettare le politiche di austerità dell’Eurogruppo, e ovviamente Syriza darà come indicazione di voto il no. Ma, avverte Primikiris, se invece dovesse vincere il si a Syriza non resterà altro da fare che accettate il risultato e fare l’unica mossa possibile, rassegnare le dimissioni e portare la Grecia a nuove elezioni. Una prospettiva che si innesta in una situazione in cui le code davanti agli sportelli aumentano e in cui non si sa nemmeno se domani, lunedì 28 giugno, le banche apriranno. Si mormora che potrebbero restare chiuse perché altrimenti si ritroverebbero senza liquidità, col rischio di gettare tutti nel panico.

Dovrebbero essere l’Eurogruppo e la Grecia a capire che stanno portandoci tutti quanti contro un muro. L’Eurogruppo dovrebbe capire che la sola austerity non serve, che è assurdo imporre una cura pensando sia buona per qualunque malato. È pura follia. Ci troviamo in una situazione in cui servirebbe più un nuovo Piano Marshall, ma chi potrebbe farlo? Da noi intanto Padoan si affretta a dire che in caso di turbolenze la Bce ha gli strumenti per evitare il peggio e che l’Italia è al sicuro, ma qui la questione non è se il nostro paese è o no al sicuro, la questione è che se cade un tassello rischia di venir giù tutto il quadro. Sono davvero pronti, tutti quanti, a buttarsi giù dal precipizio senza paracadute, solo per vedere se si è abbastanza resistenti e fortunati da non morire?

Qui in gioco ci sono i fondamenti dell’Europa Unita, così come fu ideata dai padri fondatori. Si tratta di capire se sappiamo veramente essere una comunità europea, se abbiamo le capacità di diventare veramente quella comunità pensata oltre cinquant’anni fa, oppure se siamo solo un’insiene di regole e codici poco comprensibili e per nulla identitari. Lo dice giustamente anche Enrico Mentana: siamo in un gioco in cui rischiamo di perdere tutti.

  

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Categorie:Politica

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4 replies

  1. Non sono un politicante. Ho fatto il medico… e ho cercato di farlo onestamente.
    Amo l’Italia e amo l’Europa e l’idea europea.
    Considero dei “criminali” o dei “mentecatti” tutti quelli che per anni e anni maltrattano un popolo inerme… e per giunta: “SOLO PER QUESTIONE DI SOLDI”.
    Buon pomeriggio.
    Quarc

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    • Il problema è che il popolo greco è stato prima illuso da chi lo ha governato con scelte folli, e poi bastonato da chi lo ha inchiodato alle colpe dei suoi governanti. Tsipras si è trovato tutto questo bagaglio da dover gestire, decenni di storture incancrenite da dover sbrogliare e piani di risanamento che non sono riforme ma banalmente tagli e nuove tassazioni.

      La posta in gioco reale non è più tanto il tenere o meno la Grecia nella moneta unica, quanto il senso e il significato dell’Europa.

      Mi piace

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