Ma perdiamoci di vista

 

Potrei dire che l’uscita di Stefano Fassina sia arrivata come un fulmine a ciel sereno, ma mentirei. È ormai da molto tempo che la sua insofferenza è talmente palese da non passare inosservata, una condizione esplosa con l’arrivo alla segreteria di Matteo Renzi e col successivo approdo del toscano alla Presidenza del Consiglio. Fino allo strappo finale dell’altro giorno: l’addio al Partito Democratico.

Le reazioni di militanti ed elettori si sono sostanzialmente divise a metà. Da una parte quelli che chiedevano rispetto per la scelta, che sottolineavano il momento di tribolazione per questo passo, dall’altra parte quelli felici di questa nuova defezione nel partito. Un’uscita raccontata in questa intervista in cui Fassina prova a dare qualche spiegazione.

“La scelta è stata segnata dalla svolta libe­ri­sta sul lavoro, da quella ple­bi­sci­ta­ria sulla demo­cra­zia, e ora da quella regres­siva sulla scuola.”

Sostanzialmente Fassina non ha mai condiviso nulla di questo governo. Nonostante abbia riconosciuto in passato l’importanza dell’azione riformatrice di Renzi, nei contenuti si è sempre posto in posizioni antitetiche a quelle uscite dalla maggioranza del suo stesso partito, a volte sfociando in polemiche puramente strumentali e inutili. Qualcuno gli ricorda però il posto da sottosegretario all’Economia sotto il ministro Saccomanni, noto aderente alle politiche europee di austerity e flessibilità. Ma risponde:

“Un governo in cui non abbiamo cancel­lato l’articolo 18 né attuato il modello di scuola azienda. Dicia­moci le cose cose stanno: la svolta libe­ri­sta sul lavoro e sulla scuola non sono state impo­ste da Alfano: sono scelte volute dal Pd.”

Detto alla Fassina, se dobbiamo dirla tutta la riforma del lavoro in senso liberista era nell’agenda anche del governo Letta. Non la fecero perché quel governo cadde sotto le spinte della scalata di Renzi, ma la strada tracciata era quella, uguale uguale. Sarebbe stato divertente, in quel caso, vedere le reazioni di Fassina con una riforma simile approvata (e benedetta) dal ministero per cui lavorava. Ma la parte migliore, il buon Fassina, la riserva al Pd.

“Anche altri oggi pen­sano che il Pd si è ripo­si­zio­nato, che ha dei limiti di fondo, che Renzi non è un intruso o un usur­pa­tore ma la sua migliore guida. Renzi non ha dirot­tato un auto­bus che andava nella dire­zione giu­sta: è l’interprete più abile della subal­ter­nità cul­turale e poli­tica della sini­stra ita­liana, sia di matrice comu­ni­sta sia cat­to­lica, negli ultimi tre decenni. Una subal­ter­nità subli­mata nella carta d’identità del Pd: un non-partito, rego­lato dalla demo­cra­zia ple­bi­sci­ta­ria dello sta­tuto e segnato nei cro­mo­somi dall’europeismo libe­ri­sta del Lin­gotto. Renzi non è una paren­tesi alla quale opporre resi­stenza interna per ricon­qui­stare il Pd delle ori­gini. Renzi è l’essenza del Pd. Ma chi ci cono­sce lo sa: veniamo da una sto­ria che rende le sepa­ra­zioni molto dolo­rose anche sul piano per­so­nale. […] Ci siamo illusi che un’interpretazione del Pd, che pure c’era fin dalla nascita, quella di Rei­chlin e di Scop­pola, potesse essere domi­nante. Abbiamo sba­gliato. È stata la segre­te­ria Ber­sani ad essere un’anomalia, tant’è che non è riu­scita a rag­giun­gere gli obiet­tivi che si era pre­fissa per­ché la cul­tura poli­tica pre­va­lente nel Pd aveva un segno diverso.”

Praticamente Fassina sputa nel piatto in cui ha mangiato per tutti questi anni. Anzi, non solo ci sputa sopra, ma afferma che quello stesso piatto ha sempre fatto schifo fino dall’inizio. Curioso accusi ora il Pd di essere sempre stato favorevole all’Europa liberista, quando da responsabile economico sotto la segreteria Bersani condivideva proprio la linea europeista del partito. Dovrei quindi dedurre che allora fingeva? O forse questo suo antieuropeismo ha più che altro una base prettamente politica dovuta alla contrapposizione a Renzi?

Quanto alla segreteria Bersani, non fallì perché andava contro al disegno fondativo del Pd. Fallì perché la gestione “aziendale” di Bersani, unita ai goffi tentativi di amalgamare le varie anime del partito tramite accordi e accordicchi di potere, risultò fragilissima e delicata, completamente inadatta al ruolo di partito plurale e maggioritario pensato e voluto da Prodi. Purtroppo, pensare di accontentare sempre tutti è puramente utopico, oltre che autolesionistico, e Bersani questo faceva, cercava di accontentare tutti (e bastonare solo e sempre alcuni).

Queste esternazioni di Fassina mi lasciano molto l’amaro in bocca. Non mi sconvolge che lui abbia voluto lasciare il Pd, se qualcuno pensa che il suo percorso politico vada altrove è giusto che lo segua, ma andarsene gettando disprezzo su quella che era anche la sua casa fino al giorno prima, sulla quella casa che ha sempre difeso, è qualcosa di meschino, arrogante, intellettualmente misero. Lasciare intendere che il tempo passato nel Pd è stato tempo perso perché il Pd è stato “sbagliato” fin dall’inizio, fa di lui un piccolo opportunista. Uno di quelli che tendono ad accettare qualsiasi cosa pur di poter stare al centro della scena.

È anche per questo che non piango la sua uscita dal Pd. Non la piango neanche ricordando il modo schifoso con cui trattò Ichino, speculare a quello che molti oggi riservano a lui, e su come lui si sentì sollevato quando il professore passò a Scelta Civica, dopo le primarie del 2012. Allora gli appelli al rispetto delle scelte altrui parevano non esistere, allora gli appelli a non infierire sembravano fuori luogo. Come non ricordare che allora era il periodo in cui la minoranza composta da chi seguiva Renzi poteva essere insultata liberamente senza grosse preoccupazioni.

Sono stato elettore del Pd, e Stefano Fassina non mi mancherà. A differenza di Pippo Civati, cui auguro tutte le fortune del caso per il suo nuovo progetto, a Fassina non auguro niente. Del resto, cosa augurare a qualcuno che se ne va sputandoti in faccia? Probabilmente l’indifferenza è la risposta migliore.

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Categorie:Politica

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