Guardarsi e non riconoscersi

 

Matteo Renzi inizia ad avere qualche problema nel riconoscersi. Del rottamatore che voleva fare tabula rasa di tutto pare non si veda più traccia, soppiantato da un mediatore di governo intento a gestire mille equilibri mentre cerca di correre a mille all’ora. Forse oggi gli saranno più chiari i rischi di cui alcuni parlavano all’epica dell’Enrico stai sereno, primo passo della sua scalata al governo.

Se ne rende conto anche lui di aver perso smalto e credibilità all’interno del Pd. Lo si intuisce in questa intervista a La Stampa, in cui parla di un Renzi1 (il rottamatore) e di un Renzi2 (l’istituzionale). Il problema è che il secondo ha molto meno appeal del primo, e quindi raccoglie meno consensi. Soprattutto se ha perso tempo non occupandosi del suo partito, convinto che probabilmente tutto sarebbe cambiato magicamente col suo governo. Speranza illusoria.

“Devo tornare a fare il Renzi pure lì [nel partito]. E farlo davvero. Infischiandomene delle reazioni per aprire una discussione dentro il mio partito”

Buongiorno principessa, forse il bello addormentato s’è svegliato. Ha dato avvio alla rottamazione a Roma, senza per altro completarla neanche li, e si è completamente dimenticato di avviarla sui territori, in cui ognuno ha fatto come ha sempre voluto, gestendo il proprio potere locale indipendentemente dal leader. In tanti però gli avevano dato quel mandato: svecchiare, rinnovare il partito, rilanciarlo, farlo tornare competitivo attrattivo. Invece l’ha mezzo abbandonato.

E già che c’è vuole rottamare tutto. Pure le primarie, quelle stesse primarie che gli consentirono di diventare sindaco di Firenze da outsider, che gli permisero di sfidare prima Bersani per la leadership alle elezioni 2013, e poi Cuperlo e Civati per la segreteria.

“Una cosa è certa: le primarie sono in crisi. Dipendesse da me, la loro stagione sarebbe finita”

È dura da comprendere questa posizione. Lo è perché, come ricorda Gilioli, due anni fa la sua idea era diametralmente opposta. Diceva, “Primarie sempre e comunque, questa è la nuova politica che ci chiedono i cittadini per dare un vero segnale di cambiamento e partecipazione nel rapporto con le istituzioni”. Era il Renzi1, quello rimpianto dal Renzi2.

“Non ho messo bocca perché pensavo che astenermi fosse un presupposto per stare tutti insieme”

Così prova a giustificarsi, un attacco di timidezza, di tatto. Lui che era considerato il panzer della sinistra, quello intenzionato a passeggiare sui resti della vecchia classe dirigente del Pd. Glie lo si chiedeva dallo scorso anno di occuparsi del partito, di curare la crescita di una nuova classe dirigente non solo a Roma, ma ovunque. Più che i risultati di governo è per questo che potrà essere davvero ricordato: l’aver sventrato un vecchio partito e ricostruitolo nuovo, migliore, con contenuti aggiornati e persone più competenti e appassionate. Se vuole che il suo nome sia davvero ricordato, la sfida da vincere è questa.

Post Scriptum:


Ho già letto di “riscossa dei renziani della prima ora”,
così come lo stesso Renzi dice di aver sbagliato a non mettere i suoi ai vertici del partito. Ecco, no: non serve mettere “i propri”, è un giocare alle figurine che Renzi stesso a parole ha sempre allontanato da se. Servono persone competenti, capaci, appassionate, in grado di fare squadra, indipendentemente dalla carta d’identità politica di corrente. Pretoriani con le palle, come dice Claudio Velardi, ma in grado di pensare con la propria testa. Troppo difficile da fare?

E non serve neanche prendersela con le primarie: sono uno strumento, non sono buone o cattive per definizione, al massimo si possono usare bene o male. Allora, piuttosto che abolirle, perché non pensare di applicarle per bene (magari regolamentandole per legge)?

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Categorie:Politica

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