Renzi, i giudizi, i capibastone locali e la rottamazione mancata

Foto Andreoli Emilio - LaPresse 15 12 2013 - Milano (Italia) Politica Assemblea Nazionale PD Partito Democratico presso MICO Milano Congressi Nella foto: Matteo Renzi

Foto Andreoli Emilio – LaPresse
15 12 2013 – Milano (Italia)
Politica
Assemblea Nazionale PD Partito Democratico presso MICO Milano Congressi
Nella foto: Matteo Renzi

Ogni tanto mi capita di leggere sui social network status che mi fanno riflettere un po’. Nello specifico uno di Cosimo Pacciani, in cui ho trovato una frase che mi ha colpito particolarmente: ”Cosa modifica di più la capacità politica di una nazione, i ruoli di prima linea o quelli di terza, dei ministeri, delle commissioni, delle presidenze di partito?” Allungando lo sguardo alla storia italiana credo che questa riflessione meriti di essere affrontata in modo laico, senza considerare simpatie o antipatie di sorta, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi trent’anni. Anni in cui siamo passati attraverso molti e profondi cambiamenti, che hanno visto protagonisti persone che sono state generalmente indicate come dei leader di potere, carismatici, come generali che tutto comandavano e controllavano.

Lo si diceva negli anni ottanta per Bettino Craxi, lo si disse successivamente per Silvio Berlusconi, lo si ribadì (ma solo in parte) per Massimo D’Alema e Umberto Bossi, lo si riconferma oggi per Matteo Renzi. Come dice Pacciani, le analisi politiche rischiano di essere dirottate soltanto sull’analisi dell’uomo forte al comando tralasciando tutto il resto, un po’ come se tutte le colpe fossero riassumibili in una figura sola, quella del leader. Un esempio lo possiamo vedere in queste settimane nel Pd col caso Campania, sulla candidatura di Vincenzo De Luca. Le analisi sulla possibilità o meno di candidarlo vanno a indicare le responsabilità soltanto in Renzi, variando di volta in volta fra un suo segreto avallo e una sua sostanziale impotenza di fronte al sindaco di Salerno.

Ma chi analizzerà le responsabilità di chi sta sotto il leader? Chi analizzerà ad esempio le responsabilità di chi fa parte del Pd in Campania e non ha fatto in modo che la candidatura di De Luca venisse ritirata? Chi analizzerà la responsabilità di chi in Campania non ha saputo costruire e aiutare una candidatura realmente alternativa a De Luca? Alcune proposte vennero fatte, ma su nessuna vi fu la reale convergenza di tutti quelli che si opponevano al sindaco salernitano. Ma esulando da questo episodio, qualcuno si ricorda di quando Pif tuonava contro Crisafulli dal palco della Leopolda? Ecco, oggi Crisafulli è candidato sindaco a Enna, anche senza l’avallo del Pd. Solito discorso: non lo si poteva impedire? E perché non lo si è fatto? Perché il Pd siciliano, il Pd di Enna non ha proposto una sua candidatura alternativa? Oggi di quel nome non si discute più, di lui non se ne parla più, come non fosse più un problema. Anche qui si darà certamente la colpa al nazionale, a Roma. Colpa loro se Crisafulli è ancora in giro. Ma tutti i piccoli uomini di potere siciliani che continuano imperterriti ad appoggiarlo? Loro colpe non ne hanno mai?

E qui entra di prepotenza un tema centrale nella politica degli ultimi anni: il grande potere locale di cui godono certe persone nel proprio territorio. I famosi capibastone locale, i cosiddetti potentati che tutti vorrebbero sradicare ma che, nei fatti, continuano imperterriti a furoreggiare come sempre. Persone che si nascondono orientando il loro pacchetto di voti verso il leader vincente, cercando di ingraziarselo e di conquistarne la simpatia per poter continuare a esercitare il proprio potere di controllo. Il leader assume potere tramite il potere di queste persone, ma ne diventa anche schiavo, succube, quasi vittima, perché la sua scalata al vertice si basa sul loro favore, e quando il loro favore cambierà orientamento il leader cadrà rovinosamente nella polvere. A meno che non riesca a spezzare questa catena facendo fuori (politicamente eh) il capobastone.

Verona, 13/09/2012 Inizio tour elettorale per le primarie del centrosinistra per il candidato premier Matteo Renzi. Foto Matteini/Infophoto

Verona, 13/09/2012 Inizio tour elettorale per le primarie del centrosinistra per il candidato premier Matteo Renzi.
Foto Matteini/Infophoto

È quello che prometteva la rottamazione renziana, il ricambio totale delle figure di riferimento. Non solo nei vertici romani del partito, ma anche e soprattutto in quelli locali. Invece pare che la rottamazione abbia funzionato a rullo sulle figure apicali nazionali, ma sia rimasta quasi lettera morta nei consessi regionali, provinciali, cittadini. Persone che resistono e persistono, e che non saranno mai menzionate quando si studieranno i motivi per cui un paese, una regione, una provincia o una città sono andato allo sfascio. Si ricorderanno e si metteranno alla berlina i leader, come se fossero novelli dittatori che decidono tutto da soli, e nessuno ricorderà i gestori del potere locale, quelli che nei territori impongono e condizionano scelte e decisioni.

Osservate ad esempio la Liguria dove il Pd ha candidato Raffaella Paita, vista come una prosecuzione del sistema di potere che ha governato la regione negli ultimi 10 anni. Gli elettori chiedevano un reale cambiamento, gli è stata offerta la scelta fra un’esponente dell’attuale sistema di potere e un vecchio riciclato di sistemi passati. Entrambi sostenuti dai propri potentati locali. Ma più in generale osservate i risultati del Pd in queste regionali, dove la rottamazione negli organi locali non è mai arrivata, dove i detentori del potere locale hanno scelto e deciso candidature e alleanze. Guardate attentamente questi dati, e oltre a prendervela con Renzi per la mancata rottamazione prendetevela con chi gestisce il potere nel vostro circolo, nella vostra provincia, nella vostra regione, perché molto spesso lo gestiscono solo per se stessi e non per il bene degli altri.

Anche lo stesso potere esercitato da Berlusconi si basava su capi e capetti locali che poi ebbero la strada spianata per raggiungere il vertice: era il loro prezzo d’acquisto, quello per cui misero a disposizione il loro consenso. Salire la scala gerarchica del potere per acquisirne ancora. Berlusconi lo fece con tanti, cercò di accontentare tutti ma non su tutto, li teneva sempre un po’ sulla corda, senza portarli mai al punto da farsi girare le spalle. Li comandava ma allo stesso tempo sapeva di non poterli perdere, o avrebbe compromesso il suo consenso, e quindi il suo potere. Alcuni sono diventati nomi famosi, sono diventati ministri, leader di correnti interne, molti altri sono rimasti dietro le quinte, coperti dall’anonimato di chi non vuole apparire mai ma soltanto gestire il proprio piccolo potere.

Di un potere politico si analizza sempre il leader, la figura più esposta, quasi mai il ceto politico e sociale che si coagula nascosto dietro di lui. O lo si fa in modo superficiale, indicando certe persone come impresentabili o come sconvenienti, ma senza scavare nelle conoscenze, nel sistema di influenze che si ramifica ovunque. Spesso i nomi di queste persone ci sono sconosciuti, o se li conosciamo ci risultato quasi anonimi, apparentemente insignificanti. Eppure contano tanto quanto il leader, se non a volte anche di più. Anime scure che attraversano senza troppi danni il giudizio storico del proprio tempo, libere di fare danno perché sicure che nessuno andrà da loro a chiedere dazio.

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Categorie:Politica

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