Riflessioni a caldo sulle elezioni regionali 2015 del Pd

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Rapido post sulle elezioni regionali appena concluse. Molti si stupiscono di alcuni risultati, ma io al massimo mi stupisco del loro stupore. Leggo persone incazzate perché il Partito Democratico ha perso in Veneto, quando vincere in Veneto era praticamente una missione impossibile, con buona pace della previsione del 7-0 di Alessandra Moretti. Leggo persone incazzate perché la Paita ha perso in Liguria, quando era evidente che candidare una persona legata al sistema di potere di Burlando, dominus della regione Liguria degli ultimi 10 anni, sarebbe stato un azzardo troppo grosso. Leggo persone furiose perché il Pd è crollato dal 40% delle scorse europee a più modeste e abituali percentuali del 23, o 25%. Molti si stupiscono, e a me viene da scuotere il capo.

Intanto parto linkandovi un’analisi scritta a caldo che condivido molto. È quella di Marco Damilano per L’Espresso, di cui riporto uno stralcio significativo:

”Si può dimenticare questa nottata poco felice con una considerazione rassicurante. Non si votava per Renzi, quando sarà personalmente in capo la musica cambierà. Ma con Salvini in sfondamento, Berlusconi redivivo, il 5 Stelle senza Grillo stabile sul 20% ovunque e una sinistra in movimento si può, al contrario, cominciare a costruire un partito nuovo, con una classe dirigente non replicante e non cortigiana, una cultura politica, un’organizzazione. Tutto quello che il Pd di Renzi finora non ha”

Eccolo il punto, indicato da molti ma ignorato da Renzi: serve occuparsi del Pd, serve far consolidare il partito non solo numericamente, ma qualitativamente. Se il Pd nelle elezioni regionali soffre così tanto, se i suoi candidati non piacciono, serve fermarsi un attimo a chiedersi il perché. Serve fermarsi un attimo e rendersi conto che la tanto promessa rottamazione sui territori non c’è mai stata. Semmai c’è stato il riciclo, che è ben diverso. Anche per questo sui territori, a parte alcune eccezioni, il partito è sempre rimasto sulle solite percentuali. Osserviamo i dati di queste regionali:

Veneto: Pd al 16,6%
Liguria: Pd al 25,6%
Umbria: Pd al 35,7%
Campania: Pd al 19,7%
Toscana: Pd al 46%
Marche: Pd al 35%
Puglia: Pd al 19,4%

Colpisce il dato molto basso di alcune regioni dove il Pd ha vinto, tipo Campania e Puglia. Vittorie conquistate grazie al supporto delle liste civiche collegate. Altissimo in Toscana, ma era prevedibile. In linea con le medie passate quello ligure. Come detto, in molti hanno confrontato questi dati col dato delle Europee 2014. C’era Renzi, si dice, è un benchmark di riferimento. Ma confrontare tipologie di elezioni differenti non è mai un test probante, a mio modo di vedere. Possiamo semmai controllare i risultati ottenuti dal Pd alle regionali del 2014, sempre in era Renzi:

Abruzzo: Pd al 25%
Sardegna: Pd al 22%
Piemonte: Pd al 36%
Calabria: Pd al 23%
Emilia-Romagna: Pd al 44%

Ora, a parte Piemonte e Emilia il dato mi pare chiaro: medie che potremmo definire da vecchia gestione Bersani. E, sottolineo, in tutte queste regioni si è comunque vinto, anche dove i risultati di partito sono stati bassi, grazie alla coalizione. Percentuali che nelle elezioni locali sono rimaste sempre li, ferme al palo. Il nazionale si arrampicava su fino al 40%, e nei territori si continuava ad arrancare su percentuali inferiori, a sopravvivere e vincere grazie agli alleati di coalizione. Ma perché succedeva questo? Perché è continuato a succede questo? La risposta sta sopra, l’ha fornita Damilano: serviva costruire un partito qualitativamente solido, una leadership vera, un gruppo dirigente tosto e una filosofia politica ben precisa. Tutte cose che sono state fatte a metà, iniziate a Roma ma mai arrivate negli organi regionali, provinciali, comunali.

Ora per il Pd è il momento di curarsi un po’ la delusione derivata da risultati non brillantissimi, o almeno non quanto sperato. Ed è il momento per Matteo Renzi di cominciare ad occuparsi seriamente del partito, perché la sua vittoria alle primarie del 2013 consisteva anche in questa promessa, nell’occuparsi del Pd per svecchiarlo, riformarlo, rilanciarlo, irrobustirlo di modo che fosse in grado di diventare un partito forte anche quando Renzi avrà concluso il suo percorso politico. Ma oggi il Pd non è nessuna di queste cose, e i risultati purtroppo sono sotto gli occhi di tutti.

Edit

Copio da Alessandro Gilioli il confronto fra i voti assoluti del Pd nelle regionali del 2010 e in quelle del 2015:

Toscana:
2010: 641 mila
2015: 614 mila

Liguria:
2010: 211 mila
2015: 138 mila

Campania:
2010: 590 mila
2015: 443 mila

Veneto:
2010: 456 mila
2015: 308 mila

Umbria:
2010: 149 mila
2015: 125 mila

Marche:
2010: 224 mila
2015: 186 mila

Puglia:
2010: 410 mila
2015: 316 mila

Ecco, più che scaricare la colpa sulla sinistra o su chi se n’è andato, servirebbe analizzare questa continua moria di voti. Richiedo ancora: si renderà conto Matteo Renzi di doversi occupare del partito?

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Categorie:Politica

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