La carota e il bastone di Israele sulla questione palestinese

Netanyahu

L’annosa e infinita questione fra Israele e Palestina è cosa nota a cui non servono nuove ulteriori spiegazioni. Già molte ne sono state fatte, di ogni tipo, e sono facilmente reperibili in rete. Alcuni sostengono che una soluzione condivisa non si troverà mai, altri più fiduciosi pensano che invece prima o poi si dovrà arrivare a un punto di accordo. Sicuramente, e questo credo sia una di quelle poche cose inequivocabili, con Benjamin Netanyahu alla guida di Israele trovare un accordo è sempre apparso molto complicato.

Non che il Primo Ministro israeliano sia cattivo, ma la composizione dei sui governi e le sue scelte politiche vanno in una direzione opposta. Nella presentazione del nuovo governo alcune settimane fa, ad esempio, si possono notare alcuni nomi: tipo che al Ministero della Giustizia è stata messa Ayelet Shaqed, parlamentare di La Casa Ebraica, partito che sostiene il movimento dei coloni e che si prefigge di limitare le prerogative della Corte suprema israeliana. Una estremista di destra, potremmo dire, che non vuol trattare coi palestinesi. Un governo che, nonostante la netta affermazione del Likud (partito di Netanyahu) alle ultime elezioni, nel vito di fiducia ha ottenuto solo 61 voti favorevoli e 59 contrari, nonostante l’appoggio di altre quattro liste parlamentari, tutte di destra (o estrema destra).

E forse è stato anche per questa maggioranza risicata che Netanyahu si è recentemente lasciato andare ad una dichiarazione inedita. Durante un incontro con Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea, dice: “Io voglio la pace. Io non sono favorevole alla soluzione di un solo Stato. Io appoggio l’idea di due Stati”, e l’effetto è quello dirompente di una dichiarazione inaspettata. Ma come: il suo governo che occupa i territori della Cisgiordania, che risponde ai razzi di Hamas bombardando la Striscia di Gaza, è favorevole alla soluzione dei due stati? E perché allora non lo è mai stato prima?

Fra le motivazioni di questa dichiarazione c’è anche un altro aspetto da considerare: l’Iran. Non è un mistero che a Netanyahu non siano mai andati giù i colloqui sul nucleare iraniano, e che osteggi con ogni forza l’accordo trovato qualche mese fa. Infatti, leggendo più attentamente tutta la dichiarazione fatta alla Mogherini, questo dettaglio risulta più chiaro:

“Colgo l’occasione per ribadire l’impegno di Israele per la pace e il mio impegno per la pace. Nelle ultime settimane abbiamo compiuto passi concreti a beneficio della popolazione palestinese. Abbiamo preso misure economiche e misure per la ricostruzione, lo sviluppo e gli aiuti umanitari. Continueremo questi passi concreti e allo stesso tempo continueremo il lavoro verso la pace. Israele vuole la pace. Io voglio la pace. Vogliamo una pace che ponga fine al conflitto una volta per tutte. La mia posizione non è cambiata. Io non appoggio una soluzione con un solo Stato. Io non credo che questa sia una soluzione. Io sostengo una visione di due Stati per due popoli, una Palestina demilitarizzata che riconosca lo Stato ebraico

[…]

Ma se guardo alla mia regione e al mondo, il piu’ pericoloso nemico per la pace è l’Iran. L’Iran sta armando e addestrando i terroristi Hezbollah in Libano e i terroristi di Hamas a Gaza. L’Iran sta aprendo un terzo fronte del terrore contro Israele nel Golan e sta perseguendo il suo programma nucelare, che io penso sia la più grande minaccia alla regione e al mondo. Io temo che il programma di Losanna non bloccherà il cammino dell’Iran verso la bomba.

L’accordo che si va profilando facilita e legittima il continuo sviluppo iraniano verso la possibilità di creare armi nucleari. Allentando prematuramente le sanzioni, l’accordo darà all’Iran molti miliardi di dollari per finanziare la sua campagna di aggressione e di terrore. A causa di Losanna, le sanzioni si stanno già riducendo. Nelle ultime settimane un aereo della Airbus è stato venduto all’Iran in aperta violazione delle sanzioni. Se oggi si allenta la pressione, quale leva rimarrà perchè l’Iran ottemperi agli impegni domani? La risposta vera è: nessuna.

Niente rimarrà per assicurare che l’Iran rispetti gli accordi e cessi con l’aggressione e il terrore. Per sapere cosa accadrà con l’Iran, guardiamo a ciò che accadde con la Nord Corea dopo l’accordo. A dispetto delle ispezioni e degli impegni, la Corea del Nord è diventata una potenza nucleare. Proprio questa settimana la Corea del Nord ha annunciato di avere un’arma nucleare miniaturizzata. Io penso che la comunità internazionale stia facendo lo stesso errore con l’Iran come lo fece con la Nordcorea. Io temo che Losanna sia proprio questo. La pace e la sicurezza della regione chiedono che noi insistiamo per un accordo migliore. Non è troppo tardi per realizzarlo.”

tzipi hotovely

Non è quindi più centrale combattere Hamas e i missili che lancia ogni giorno dalla Striscia di Gaza, con Israele che è comunque ben protetta dall’Iron Dome, ma opporsi all’Iran. È quindi un allentamento verso Hamas? Una totale apertura verso una collaborazione? Leggendo la parole di Tzipi Hotovely, giovane viceministra agli Affari Esteri, pare di no:

“Questa terra è nostra. È tutta nostra. Non siamo venuti qui a chiedere scusa. Rashi [un commentatore della Bibbia] ci dice che la Torah si apre con la creazione e ci insegna che se il mondo ci nega il diritto di abitare su questa terra, noi dobbiamo rispondere che questa terra appartiene solo a Dio e che solo Lui ha deciso di offrircela”

Alla carota mostrata da Netanyahu fa seguito una bastonata di un ministero importante. Anzi, la Hotovely ha rincarato affermando che Israele non deve chiedere scusa per le sue politiche adottate fino ad ora con la Palestina, e che vorrebbe cercare un riconoscimento internazionale per le Colonie in Cisgiordania. Le reazioni a queste sue esternazioni sono state abbastanza incredule: “Le persone erano in stato di shock: è la prima volta che ci viene chiesto di utilizzare un commento alla Torah ai fini della diplomazia”, avrebbe detto un diplomatico al corrispondente di Haaretz.

In fondo, forse, Netanyahu non ha davvero intenzione di aprire alla Palestina. Molto più probabilmente le sue dichiarazioni sono strumentali, utili per diminuire la pressione sulla questione palestinese, mostrarsi più benevolo e cercare consenso per la sua battaglia contro l’Iran. Certo, gli alleati occidentali potrebbero inchiodarlo alle sue dichiarazioni mettendolo alle strette per costringerlo a dimostrare che le sue non sono soltanto vuote parole di circostanza. Questo però presupporrebbe una forte azione diplomatica sul governo israeliano, tale da mettere a dura prova le decennali alleanze con Stati Uniti e Unione Europea. Obama pare già aver intaccato quel saldo rapporto che portava Usa e Israele a spalleggiarsi a vicenda, ma la presidenza americana è in scadenza l’anno prossimo, e il suo successore potrebbe avere idee diametralmente opposte.

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Categorie:Attualità

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