Dieci Domande a: Luca Bolognini

Luca Bolognini

Luca Bolognini, 35 anni, avvocato e socio fondatore dello studio ICT Legal Consulting, è tra gli ideatori di Italia Unica, il partito di Corrado Passera, in cui ricopre il ruolo di Responsabile Nazionale del Programma. Se volete seguirlo questo è il suo sito internet, questo il suo profilo Twitter e questo il suo profilo Facebook.

Inizio col ringraziarla per il tempo concessomi e le do il benvenuto su questo blog. Lei è il responsabile nazionale del programma di Italia Unica, il nuovo movimento politico di Corrado Passera: com’è nato il programma di questo partito? Quali sono le priorità che vi siete prefissati?

Tutto è nato parecchi mesi fa, da un “bi-sogno” sincero e condiviso tra molti di noi, quello di rivoluzionare la politica italiana all’insegna dell’anti-populismo, del vero rilancio economico-sociale e della competenza-responsabilità dei rappresentanti politici. Con Corrado Passera abbiamo lavorato intensamente, esplorando e ricercando soluzioni programmatiche che potessero veramente dare uno shock positivo all’Italia. Ideare il programma con Corrado è stata un’esperienza di vita straordinaria: ha visione globale, precisione, severità con se stesso e coraggio di scardinare sistemi, sono “montagne russe” tra creatività, fattibilità e verificabilità di ogni proposta. Naturalmente, in questi due anni abbiamo coinvolto tante persone capaci ed esperte ai massimi livelli nazionali e internazionali, ascoltando al contempo i cittadini e gli amministratori sui territori e le associazioni di categoria, andando alla scoperta di buone idee in giro per il mondo: credo che, in tutti i nostri incontri, la sorpresa degli interlocutori sia stata il fatto che entravamo nel merito, nei dettagli, dialetticamente, non cercando facile e finto consenso. Le priorità del nostro programma sono di due diversi tipi: prima di tutto, siamo partiti dall’anima, i valori, se vuole possiamo parlare di nuove ideologie in senso buono. E’ un programma fondato sul merito solidale, un ideale che trasforma e mette al passo coi tempi la cosiddetta economia sociale di mercato cara agli “ordoliberali”. Merito significa concorrenza, competenza, competitività, crescita, valutazione, trasparenza, risultati, onore. Solidarietà vuol dire ascensore sociale, inclusione, rappresentanza degli outsider, aiuto a chi non ce la fa, scommessa su chi ce la può fare (penso a una giovane coppia che voglia un bambino). Sono valori che possono camminare insieme.

Una delle proposte più interessanti e controverse è quella della cura shock da 400 miliardi: una mossa che attinge a piene mani dai fondi della Cassa Depositi e Prestiti. Non le sembra un po’ azzardato questo svuotamento dei soldi della CDP che, nella parte di gestione separata, deriva dal risparmio postale? O si punterebbe più alla gestione ordinaria, ovvero all’emissione di obbligazioni?

Proponiamo che da Cassa Depositi e Prestiti arrivino da 100 a 200 miliardi facendo leva sia sulla liquidità esistente sia sulla ricapitalizzazione di CDP mediante conferimento di asset pubblici – ma non di beni culturali! – per 30-50 miliardi(che con la leva significa raccogliere risorse aggiuntive sul mercato per almeno un centinaio di miliardi, stando molto prudenti rispetto al leverage ratio normalmente accettato). Quindi, sarebbero risorse in massima parte nuove. Faremmo quello che in Germania già fanno da anni – compatibilmente con le regole europee ex ESA95 aggiornate – con l’equivalente della CDP, la loro KFW. A proposito, trovai tempo fa un post su un blog grillino nel quale si diceva che anche loro si erano accorti di questo sistema tedesco: saltai sulla sedia quando lessi ciò che scrivevano indignati, esigendo che si impedisse alla Germania di attuare questo meccanismo su di sé… in pratica lì chiedevano di stare tutti peggio, anziché proporre, come facciamo sensatamente con Italia Unica, di avvantaggiarcene pure noi! Ordinaria e autolesionista distruttività. Quando diciamo 100-200 miliardi di euro intendiamo una cosa molto concreta e d’interesse per i nostri imprenditori: questi soldi sarebbero liquidità vera, prestiti alle piccole e medie imprese, che non dovrebbero quindi passare dalle banche per chiedere finanziamenti con tutti i vincoli restrittivi del caso.

Altra parte di questa mossa shock è quella che prevede di mobilitare 100 miliardi anticipando nella busta paga dei lavoratoti dipendenti il TFR, opportunamente detassato. Un’anticipazione di liquidità che potrebbe spingere molti ad aumentare i consumi, ma disperderebbe un tesoretto utile alle famiglie per affrontare grandi spese. Non è anche questo un rischio? Molti usano quell’accantonamento per comprare casa, o una macchina. Se non fosse più disponibile come farebbero?

Intanto mi lasci dire che ci è dispiaciuto vedere Renzi impossessarsi del titolo superficiale della nostra proposta di TFR in busta paga, per trasformarlo in un qualcosa di sconclusionato e sconveniente: ha super-tassato l’anticipo del TFR, per fare cassa, mentre noi proponevamo e proponiamo di anticiparlo esentasse. Inoltre, la nostra idea prevede un massiccio intervento del Fondo di Garanzia per aiutare quelle PMI che possano avere difficoltà di cassa nell’anticipo del TFR ai lavoratori (con in più la cascata di liquidità di cui alla leva CDP, che dicevo prima). Comunque, la scelta – liberalissima – sta al singolo lavoratore: chi meglio di lui può valutare e decidere per sé? Lo Stato-papà forse? Non credo. In un periodo di crisi, le priorità di sopravvivenza personale le decide il singolo essere umano con la sua famiglia, non il potere pubblico. Ripeto: libertà di scelta consapevole, questa deve essere la regola.

Altra cosa che proponete per valorizzare le risorse statali e contribuire alla diminuzione della pressione fiscale è quella di privatizzare tutte le partecipazioni attualmente detenute dalle amministrazioni centrali, a esclusione delle reti essenziali. Sa che, visti tutti i precedenti, le privatizzazioni non hanno mai fatto guadagnare quanto previsto? Concretamente, quanto pensereste di recuperare da queste privatizzazioni?

Tra i dieci e i venti miliardi di euro possono derivare dalle dismissioni delle partecipazioni pubbliche nazionali non essenziali e strategiche, a seconda delle percentuali di cessione. Si tratta di farlo con competenza e intelligenza, facendo tesoro degli errori (anzi: sempre errori o a volte scelte dolose?) del passato, utilizzando strumenti di valorizzazione degli asset e senza disperdere valore. Non abbiamo paura di parlare di leva finanziaria agevolata dallo Stato, come detto a proposito di CDP, ma siamo terrorizzati all’idea che lo Stato perseveri nel gestire direttamente le imprese: è la ricetta dello spreco e dell’intreccio malsano tra economia e potere.

Capitolo infrastrutture: affermate che serve accelerare sulla realizzazione delle infrastrutture strategiche per il Paese. Siete quindi favorevoli a opere come la Tav e il Ponte sullo Stretto di Messina? Quali altre opere considerate prioritarie da realizzare?

Tav certamente a favore, e siamo stati in Val di Susa con Corrado a fare visita al cantiere portando la nostra solidarietà ai lavoratori e ai Sindaci del luogo. Sul Ponte di Messina lo scetticismo è d’obbligo, parliamone: se dobbiamo indicare delle priorità di grandi infrastrutture, guardiamo subito con urgenza alle ferrovie e alle strade (“ideali ricami del mondo” per citare Guccini) del Sud Italia. Si parla tanto, giustamente, di digital divide, ma al meridione assistiamo ancora a un vergognoso antistorico “rail & road divide”. Salendo al Nord, le cito il nuovo grande porto franco off shore di Marghera, per esempio.

Il Trasporto Pubblico Locale è uno dei talloni d’Achille del nostro Paese: in molte zone il servizio è fra lo scadente e il quasi assente. Dite che è “necessario consolidare le mille piccole aziende inefficienti, coordinare ferro e gomma, mettere a gara i servizi attirando i migliori operatori del mondo”. Ma in concreto cosa significa consolidare queste aziende?

Significa prima accorpare, poi vendere prima possibile quel coacervo di incrostazioni di potere localistico inefficiente. Quindi mettere a gara: che vengano pure gli australiani o i canadesi a far girare il trasporto pubblico dei nostri centri urbani e delle nostre regioni, se questo vuol dire efficienza. E poi: l’obiettivo non è tanto l’introito possibile delle cessioni (qualche miliardo di euro che male non fa), quanto il recupero di efficienza e l’estirpazione della malapianta clientelare, di commistione tra politica e servizi pubblici locali. Una rivoluzione che noi possiamo permetterci di proporre con forza, mentre altri partiti, che vivono di allocazioni di posti e poltrone, non possono nemmeno sognarsi.

Lei è stato portavoce di Coalizione Generazionale, un movimento che nel 2007 aveva come obiettivo la presentazione di liste under 35 nelle elezioni amministrative. Cosa resta oggi di quella esperienza? Quali obiettivi ha raggiunto?

Nel 2007 eravamo nel pieno della Seconda Repubblica inconcludente e ultra-concentrata su beghe tra berlusconiani e anti-berlusconiani, con l’Italia che stava andando alla deriva e le nuove generazioni che si preparavano a un dramma sociale senza precedenti. Vedevamo arrivare la valanga frutto di più di un decennio di imperizia, imprudenza e negligenza della classe politica, che aveva seguito decenni di disonestà e indebitamento. Coalizione Generazionale fu il modo per generare consapevolezza nei nati dopo il 1970: eravamo rane in una pentola piena d’acqua ancora tiepida ma destinata all’ebollizione. Col senno di poi, non ottenemmo altro che quella consapevolezza, ma non riuscimmo – nemmeno qualche anno dopo con il “partito degli Outsider” – a smuovere il legislatore. Ricordo che proponemmo l’obbligo di “valutazione d’impatto generazionale” di ogni nuova legge prima della sua adozione, per esempio: un’idea che resta valida, perché si dovrebbe sempre dichiarare ai cittadini quale sarà il costo economico e sociale prevedibile a 10 e 20 anni di distanza di una nuova norma. Lo facesse Renzi, oggi, con l’incremento incessante del debito pubblico a cui sta sottoponendo l’Italia per annunciare urbi et orbi fantomatici “tesoretti”, allora tutti avremmo contezza del bluff e delle ricadute sulle nuove generazioni di questa allegria (anzi serenità?) finanziaria. Oggi l’ebollizione è arrivata: i dati Istat ci dicono che in marzo 2015 la disoccupazione giovanile è salita al 43,1%, i disoccupati aumentano di 52mila unità, gli occupati calano di 59mila e quindi cresce anche la fetta di scoraggiati che si sono arresi. C’è poco da stare sereni, altro che Jobs Act.

Una domanda personale: cosa l’ha convinta del progetto di Italia Unica? Cosa le ha fatto stabilire che questo nuovo partito fosse la giusta risposta ai problemi del Paese?

Ho 35 anni, di lavoro faccio l’avvocato “digitale”, ho due figlie piccole: vivo di futuro e penso a come farlo “succedere” nel migliore dei modi, per me e per gli altri. Veniamo da un passato di decenni sbagliati, incagliati dal Nulla politico della Seconda Repubblica. Nel 2011 abbiamo toccato il fondo, e il Governo Monti si è preso la responsabilità di salvare l’Italia dal fallimento e dal commissariamento internazionale, in extremis e con misure molto dure. Dopo il salvataggio dei primi mesi, Monti perse smalto e coraggio, tenuto anche sotto scacco politico – non dimentichiamolo – dal Parlamento che era composto da rappresentanti dei vecchi partiti. I vecchi partiti sono riusciti a riprendere appieno le redini di tutto, negli anni successivi, additando manzonianamente i medici curanti come fossero gli untori. La gente ha ricominciato a credere agli stregoni e a disprezzare i dottori, per continuare nella metafora. Oggi i tempi sono cambiati, l’Italia non è a un passo dal baratro grazie a quella dolorosa operazione chirurgica del 2011, è il momento di crescere strutturalmente anche sfruttando la fortunatissima contingenza del quantitative easing di Draghi, del basso costo del petrolio e del cambio euro-dollaro. Purtroppo, Renzi – al quale io stesso avevo creduto anni fa come germe di cambiamento – si è rivelato il degno discepolo politico di Berlusconi: si impossessa di parole e titoli magari anche giusti, prende camaleonticamente i colori di tutti, ma sotto la superficie non c’è niente di sostanziale. Veda il caso del TFR in busta paga che citavo prima: lo sbandiera, lo supertassa. L’altro giorno sorridevo leggendo una sua dichiarazione a proposito dell’Italicum: non sono capilista bloccati, quelli, sono candidati di collegio… ecco, basta cambiare il nome alle cose e il gioco è fatto, si fa credere tutto e il contrario di tutto. E’ un avversario difficilissimo, che fa leva su pulsioni populiste e indossa abiti sempre diversi, politicamente confusivi. Dagli altri lati chi abbiamo? Un centrodestra ormai disintegrato e allo sbando, e poi i grillini che fanno del qualunquismo senza competenze una ricetta politica. Serve una grande alleanza politica del merito, della solidarietà e della libertà: per questo nasce Italia Unica. Se dovessimo costruire oggi un edificio parlamentare, chiederemmo di non farlo ad emiciclo, da destra al centro a sinistra, ma di 360 gradi, e noi staremmo di fronte.

Siamo quasi alla fine, chiedo anche a lei: quali sono i tre personaggi, o le tre persone, che hanno segnato la sua vita?

Se parliamo di persone intime, naturalmente i miei cari. Le mie figlie, i miei fratelli, i miei genitori, i miei nonni e mia moglie. Ma la sua domanda è sicuramente su personaggi “esterni”, e allora le dico dei non politici: Carl Barks con i suoi paperi, Italo Calvino con le Lezioni Americane, e il mio professore di italiano al liceo.

E per chiudere, quale valore per lei è il più importante?

L’umanità.

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Categorie:Interviste

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1 reply

  1. L’ha ribloggato su La diceria dell'Abatee ha commentato:
    Mi pare il caso di sottolineare questa intervista a Luca Bolognini, avvocato e responsabile del programma di Italia Unica, perché è esemplare dell’attitudine politica della parte migliore, tutto sommato, del paese. Una certa qual fattività, il comparativismo con le migliori esperienze dei paesi occidentali, la discreta formazione tecnica, e non solo… Eppure una parte assai lontana sia dalla comprensione della sua stessa nazione nei meccanismi antichi e profondi che la muovono, sia incapace di definire una visione del futuro e dell’uomo, che non sufficit certamente l’uso del termine “anima”, in apertura, ad enucleare e manifestare.
    Anzi, è proprio un certo qual aleggiante sentore di curia a rimanere cifra comune del pensiero liberale italiano contemporaneo (vedi di recente “Fare per fermare il declino”), con l’unica straordinaria eccezione dei Radicali (però quasi estinti). Un pensiero che si poggia sulla distonica ed irragionevole ipotesi che possa davvero darsi liberismo senza libertarismo.
    Un sorta di paternalismo ottocentesco – evidente nell’ipotesi di attingere d’autorità ai conti postali privati, utilizzando a pioggia l’enorme liquidità derivante, quella di Cassa Depositi e Prestiti… e tramite poi quali mani immacolate e meritocratiche? – appena un po’ adattato al 2000, che temo da un lato non ci sposti di chissà quanto, se non per frazioni di decennio, dall’altro non possieda affatto l’ascendente innovatore e d’entusiasmo che risulta vincente in qualsiasi agone democratico.
    Una sorta di “rivoluzione copernicana, ma senza sporcare il tappeto persiano” che, per chi ha presente la situazione reale dell’Italia, ormai ai confini del narcostato in quasi tutta la sua estensione, fa un po’ sorridere.
    E pur tuttavia queste sono persone ed energie indispensabili al processo di rinnovamento del paese… posto che finalmente si comprenda l’aleph e l’omega del gigantesco, ingrato, pericoloso compito che sta per caderci sulle spalle.
    Buona lettura.

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