Hemingway e la crudeltà della guerra

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A volte le cose da scrivere di arrivano davanti, improvvise e inaspettate. Sono storie che provengono dal passato, che scopri per caso mentre stai facendo altro. Io questa l’ho scoperta mentre stavo aiutando degli amici a montare delle scenografie per uno spettacolo teatrale. Loro sono gli “Amis del Giuedì”, una compagnia teatrale di Bollate, in provincia di Milano, che si preoccupa di fare spettacoli per raccogliere soldi da devolvere in beneficienza ad associazioni del territorio. E la storia che ho scoperto, mentre ascoltavo alcune loro prove, è stata quella di un giovane crocerossino statunitense, chiamato Ernest Hemingway.

Correva l’anno 1917 e la Prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, era ancora in pieno svolgimento. Il 6 aprile gli Stati Uniti entrarono in guerra, e il giovane Hemingway lasciò il suo lavoro per arruolarsi come volontario per combattere in Europa. Era quasi una moda fra i giovani aspiranti scrittori: la medesima scelta venne fatta da gente come Dos Passos, come Cummings, come Faulkner o Scott Fitzgerald. Il giovane Enest però aveva un difetto alla vista, e venne quindi assegnato alla Croce Rossa. Si imbarcò il 23 maggio del 1918 destinazione Bordeaux, dove arrivò il 29 maggio. Una rapida capatina a Parigi e poi via, verso il fronte italiano, dove era stato assegnato.

E qui la storia di questo giovane scrittore si interseca con la storia portata in scena da questa piccola compagnia teatrale. Qui questa storia si intreccia anche con la mia, che ne vengo a conoscenza fra il posizionare un cavo elettrico o il sistemare una luce. Una storia forse piccola, forse insignificante nel quadro dei combattimenti bellici, ma esemplare per raccontare quello che è la tragedia della guerra. Lo spettacolo vuole parlare della guerra, e lo fa tramite il racconto di un alpino di Castellazzo e di un carabiniere di Posillipo. Due persone, due mondi differenti che condividono tutto durante la durezza della guerra, sotto il fuoco nemico, nei combattimenti che scoppiavano ovunque. Due mondi attraversati anche dal giovane Hemingway, accorso per soccorrere dei feriti.

Era scoppiata una fabbrica di munizioni, la Sutter & Thevenot, che provocò una sessantina di morti: erano donne, erano le operaie della fabbrica. La vista di questa tragedia segnò profondamente lo scrittore, gli mostrò subito il volto cattivo e crudele della guerra, tanto che anni dopo ne scrisse in un racconto, Una storia naturale dei defunti, contenuto nell’antologia I quarantanove racconti. E sono proprio le sue parole a rivelare quel misto di sorpresa e raccapriccio che sconvolgerebbe chiunque.

“Quanto al sesso dei defunti, è un dato di fatto che ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente. La prima volta che sperimentai quest’inversione fu dopo lo scoppio di una fabbrica di munizioni che sorgeva nelle campagne intorno a Milano, in Italia. Arrivammo sul luogo del disastro in autocarro, lungo strade ombreggiate da pioppi e fiancheggiate da fossi formicolanti di animaletti che non potei osservare chiaramente a causa delle grandi nuvole di polvere sollevate dai camion. Arrivando nel luogo dove sorgeva lo stabilimento, alcuni di noi furono messi a piantonare quei grossi depositi di munizioni che, chissà perché, non erano saltati in aria, mentre altri venivano mandati a spegnere un incendio divampato in mezzo all’erba di un campo adiacente; una volta conclusa tale operazione ci ordinarono di perlustrare gli immediati dintorni e i campi circostanti per vedere se ci fossero dei corpi. Ne trovammo parecchi e li portammo in una camera mortuaria improvvisata e, devo ammetterlo francamente, la sorpresa fu di scoprire che questi morti non erano uomini ma donne.

A quei tempi le donne non avevano ancora cominciato a portare i capelli alla maschietta, come fecero per per molti anni in America e in Europa, e la cosa più inquietante, forse perché era la più insolita, era la presenza e, cosa ancor più inquietante, l’assenza occasionale di queste lunghe capigliature.”

La guerra è brutta, drammatica, unica. Ancor più lo era ciò che si osservava: mi viene in mente il film Valzer con Bashir, col racconto di un giornalista ormai abituato a vedere scene di morte fra le persone, ma che impazzisce quando vede delle scuderie bombardate, coi purosangue morti o agonizzanti. In quel caso la tragedia, la morte colpiva inermi animali, la cui unica colpa era trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. L’atroce conto della guerra con la morte che non risparmia mai nessuno.

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Categorie:Riflessioni

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