In Commissione chi si rappresenta?

 

Sulla questione della sostituzione dei deputati in Commissione nutro qualche perplessità. Sgombro immediatamente il campo da ogni dubbio: il modo di agire di Matteo Renzi non è piaciuto molto neanche a me, e questo lo dico al di là di ogni considerazione sulla legittimità o meno di questa azione. Forse si poteva agire diversamente, forse no, resta una prova muscolare di forza che certamente non rafforza l’immagine del Partito Democratico. Premesso questo, credo che la discussione in merito debba affrontare e chiarire definitivamente un punto.

I deputati di una Commissione chi o cosa rappresentano? Rappresentano solo loro stessi, in ossequio alla mancanza di mandato imperativo sancita dall’articolo 67 della Costituzione, oppure rappresentano il proprio partito/gruppo parlamentare, e quindi soggiacciono non al volere proprio ma a quello stabilito a maggioranza dal proprio partito/gruppo parlamentare? Può sembrare una questione di lana caprina, lo comprendo, ma nel concreto non lo è visto le innumerevoli interpretazioni che vengono date.

  

  

Come vedete sopra, le interpretazioni divergono. E non aiuta nemmeno molto il regolamento della Camera, che non esplicita chiaramente se esista o meno un vincolo che obblighi i componenti della Commissione a seguire le direttive del proprio partito/gruppo parlamentare. Si cita l’articolo 19 del Regolamento della Camera, che al comma 1 recita:

“Ciascun Gruppo parlamentare, subito dopo la costituzione, designa i propri componenti nelle Commissioni permanenti, ripartendoli in numero uguale in ciascuna Commissione e dandone comunicazione immediata al Segretario generale della Camera.”

Per far parte di una Commissione si deve essere designati dal proprio gruppo parlamentare. Messa così, parrebbe che la designazione implichi che la presenza in Commissione sia in rappresentanza del proprio gruppo parlamentare, e che quindi le idee da sostenere siano quelle scelte a maggioranza dal proprio gruppo parlamentare. Abbastanza lineare come ragionamento. Eppure la mancanza di esplicita chiarezza in merito genera confusione.

Forse si dovrebbe partire da qui, dal chiarire definitivamente ed inequivocabilmente questo punto. Sgombrerebbe il campo da eventuali future nuove incomprensioni su ulteriori potenziali sostituzioni in Commissione. Sostituzioni, come dice bene Iacoboni, previste dal regolamento ai commi 3 e 4:

“Nessun deputato può essere designato a far parte di più di una Commissione. Ogni Gruppo sostituisce però i propri deputati che facciano parte del Governo in carica con altri appartenenti a diversa Commissione. Inoltre ogni Gruppo può, per un determinato progetto di legge, sostituire un commissario con altro di diversa Commissione, previa comunicazione al presidente della Commissione.”

“Un deputato che non possa intervenire ad una seduta della propria Commissione può essere sostituito per l’intero corso della seduta, da un collega del suo stesso Gruppo appartenente ad altra Commissione ovvero facente parte del Governo in carica. La sostituzione deve essere preceduta da una comunicazione del deputato interessato o, in mancanza, del Gruppo di appartenenza, diretta al presidente della Commissione.”

Il caso di sostituzione per un determinato disegno di legge mi pare calzante. Quindi formalmente la sostituzione mi parrebbe corretta, sebbene sostanzialmente antipatica. Questo mi pare l’unico aspetto estremamente chiaro e non discutibile della questione, tanto che ritengo un po’ comico doverne discutere. Diverso è lo stabilire definitivamente la questione del chi/cosa si rappresenta in Commissione: a seconda dei casi, le polemiche di questi giorni rischiano di apparire come strumentali.

Ci ricordiamo tutti, credo, i richiami che faceva la precedente leadership del Pd al rispetto delle decisioni prese in modo comune. Erano i famosi richiami al rispetto della ditta, al fatto che se il partito sceglieva a maggioranza di seguire una linea, una strategia, allora la minoranza vi si doveva (giustamente) adeguare. Del resto è proprio un principio democratico: si parla, si discute, ci si confronta, ma poi dopo che si vota e si compie una scelta, tutti rispettano e sostengono quella scelta. Citando le parole del professor Salvatore Curreri, riportate da Davide Ragone:

“Il confronto in commissione è confronto non tra singoli parlamentari ma tra rappresentanti dei gruppi (e non a caso, come detto, il regolamento qualifica così i componenti delle commissioni). Il che non significa reprimere il dissenso ma evitare che, per circostanze fortuite (il fatto ad esempio che i senatori dissenzienti nel gruppo si ritrovino in maggioranza in commissione) questo possa pesare politicamente di più in commissione di quanto effettivamente valga in Assemblea, con la conseguenza che si possa respingere in sede referente un progetto che invece riscuote il consenso della maggioranza del gruppo in Assemblea”.

Il nodo della discussione continua a restare lì. E sarebbe necessario, come detto, venisse meglio specificato per evitare nuovi fraintendimenti in futuro, magari quando in discussione ci potrebbero essere non la legge elettorale, ma magari altre leggi che potrebbero godere per assurdo di un consenso più vasto e magari trasversale.

  

Ad esempio, nel caso indicato da Anna Paola Concia grideremmo allo scandalo? O ci complimenteremmo per la scelta di sostituire quei rappresentanti che definiremmo retrogradi e che vogliono continuare a negare a qualcuno dei diritti? Non possiamo stabilire due pesi e due misure come già accaduto in passato, altrimenti si finisce per essere parziali, creando favoritismi a seconda delle norme in discussione. E questo si che sarebbe un vero comportamento poco democratico.

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Categorie:Politica

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