Salvataggi, blocchi navali e immigrazione di massa

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La tragedia avvenuta nel Canale di Sicilia lascia senza parole. Si parla di tante vite umane perse, di un conto che oscilla drammaticamente fra i 700 e i 900 morti, tutte persone stipate su un barcone che si è rovesciato a pochi chilometri dalle coste libiche, lasciando scampo a pochissime persone. Un’ecatombe che ha smosso moti di sdegno un po’ da tutti, soprattutto dal mondo politico nazionale ed europeo.

Tutti ora vogliono una soluzione che eviti queste stragi. La vuole anche l’Unione Europea, quella stessa Unione che caldeggiò l’introduzione dell’operazione Triton, quella oggi in vigore, indicandola come miglior soluzione possibile. Un’operazione congiunta composta da più stati europei, che rimpiazzava l’operazione italiana Mare Nostrum.

E oggi c’è chi rimpiange proprio Mare Nostrum. In tanti chiedono di riattivare subito questo piano, perché indicato come migliore soluzione rispetto a Triton, mentre altri sposano sempre più la teoria dei blocchi navali e dei respingimenti. Si pensa cioè di risolvere un problema semplicemente mandandolo indietro, al punto di partenza: una specie di tira e molla che rischia di essere perpetuo.

Ma io mi chiedo: esiste davvero una soluzione “miracolosa”, come viene descritta l’operazione Mare Nostrum? Temo di no. Temo che nessuna soluzione, fra quelle proposte o in discussione, sia buona abbastanza da risultare risolutiva. Anche la citata e tanto decantata operazione Mare Nostrum non era esente da pecche. Ne parlava il ministro Alfano di come andò quella missione: in un anno circa sono stati fatti 558 interventi, 100.250 le persone soccorse, 728 gli scafisti arrestati, 6 le navi sequestrate. Ma anche 499 morti e 1.446 corpi dispersi. Chiedere a gran forza il ritorno di Mare Nostrum rischia di creare un mito e un’aspettativa abnormi rispetto al reale impatto che potrà avere, visti i numeri che ha avuto.

Vale lo stesso per i blocchi navali. Io mi chiedo: ma concretamente, con questi blocchi navali, come si intendono fermare i barconi? Facendo loro davanti uno zigzag o un accerchiamento a cerchi concentrici, come si faceva durante l’operazione Bandiere Bianche nel 1997 nel Mare Adriatico, per respingere le navi cariche di albanesi in fuga? Ricordiamolo cosa accadde: lo sfortunato speronamento della Katër i Radës, ad opera di una Corvetta italiana. 81 morti, 25 dispersi, solo 34 i sopravvissuti. Vogliamo attuare un blocco navale simile? E se i barconi non si fermano alle intimidazioni, come si reagisce? Quale sarebbe lo step successivo nelle operazioni: speronarli? Abbordarli? Sparargli contro?

Su una cosa hanno ragione alcuni scafisti arrestati: i flussi migratori non si potranno mai fermare. Tutte queste operazioni di blocco, respingimento, mi sembrano soltanto un palliativo, un respingere proprio il problema più che le persone. Un non voler risolvere nulla ma semplicemente fregarsene, pensare solo a se stessi. Ma allo stesso tempo anche Mare Nostrum mi sembra una soluzione a metà, buona solo per salvare chi in mare sta rischiando la vita, ma sostanzialmente inutile per fronteggiare la questione immigrazione nella sua interezza.

Perché la vera sfida, la vera battaglia è questa: fronteggiare l’immigrazione clandestina nella sua intera complessità, non solo per il salvataggio di chi rischia il naufragio. Ma leggere Dimitri Avramopoulos, Commissario Europeo per l’Immigrazione, che afferma di non avere né i fondi né il sostegno politico per una reale politica di salvataggio europea, fa capire come sia proprio l’Europa a non rendersi conto del costante e progressivo peggioramento della situazione, proprio a partire dalle politiche di salvataggio dei migranti.

Magari si potrebbe partire rivedendo il Regolamento Dublino II, che l’UNHCR afferma non essere un sistema equo, efficiente e efficace per far funzionare le procedure di richiesta di asilo. Un sistema che mette eccessivamente sotto pressione gli Stati di confine, scaricando invece le responsabilità di quegli Stati che non sono lungo i confini dell’Unione Europea. Occorre iniziare a pensare di affrontare la questione con visioni complessive, che riguardino più cose: salvataggio naufragi, accoglienza profughi, gestione richieste asilo, contrasto agli scafisti, interventi sugli Stati di partenza sia dei barconi che dei profughi. È ora di cominciare a guardare in faccia, e a fare i conti, con le cause dell’immigrazione di massa. Ce l’abbiamo questo coraggio?

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Categorie:Attualità

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