Dieci Domande a: Roberto Della Rovere

 

Roberto Della Rovere, classe 1959, è stato sindaco al comune di Cesate, in provincia di Milano, e oggi è Presidente dell’Ente Parco delle Groane. Se volete seguirlo questo è il suo profilo Facebook.

Intanto benvenuto su questo blog e grazie del tempo concesso per questa intervista. Lei è Presidente dell’ente Parco delle Groane, un’area di 3.800 ettari che si estende nella zone nord di Milano, un vasto ambiente scampato all’urbanizzazione della metropoli. Ma come sta oggi il parco? Quali problemi presenta?

Prima di tutto, grazie a lei per l’attenzione concessami e ai lettori del Blog per la pazienza che avranno nel leggere le mie risposte. Per poter entrare nel merito di questa domando dobbiamo partire dal presupposto che il Parco delle Groane è l’unica area significativa, a Nord di Milano, ad aver mantenuto caratteristiche di naturalità ambientale. Diciamo che dal punto di vista della sua evoluzione in termini di espansione, va più che bene.

Nel corso degli ultimi anni, le Amministrazioni della Comunità, hanno incrementato le aree poste sotto tutela e altre se ne aggiungeranno (Limbiate, Garbagnate Mil.se, Arese). Contemporaneamente le infrastrutture, quali la rete delle piste ciclabili, si sono potenziate e, con gli ultimi interventi legati a EXPO e con il progetto che è in via di definizione con Trenord e Comuni di Saronno, Solaro e Ceriano Laghetto, costituiranno la rete più estesa di tutto il Nord Milano. Certo, tutti questi potenziamenti e ampliamenti pongono dei seri problemi di gestione, sia sotto il profilo economico che sotto quello della sicurezza e del decoro. Purtroppo devo constatare che all’innalzamento di attenzione e interesse dimostrato dalle varie Amministrazioni, non sempre è corrisposta una pari attenzione e cura da parte dei cittadini. I fenomeni di abbandono dei rifiuti sono ancora un problema endemico e il tema dello spaccio di sostanze stupefacenti è divenuto centrale in termini di sicurezza e fruibilità di certe aree.

Ad esempio, una cosa che mi ha sempre colpito è la progressiva mancanza di manutenzione ai boschi, cosa che ho riscontrato girando per alcune zone appartenenti all’area del parco. Pensa che in passato si sia peccato eccessivamente d’incuria nella manutenzione di bosco e sottobosco?

Il Parco è una struttura complessa, sia in termini di differenziazione tipologica delle aree che in termini di proprietà. Vedo di spiegarmi meglio. All’interno dei circa 4.000 ha, esistono diversi tipi di aree che sono assoggettate a differenti tipi di tutela. Ad esempio, se parliamo delle aree di SIC (Siti di Interesse Comunitario) inserite nella rete Natura 2000 (boschi di Cesate, Ceriano Laghetto, Sant’Andrea, etc.), queste, data la loro rilevanza dal punto di vista naturalistico/botanico/faunistico, hanno un regime di vincolo pressoché totale nel quale si deve tendere alla ricostruzione di un habitat pressoché naturale. Spesso, quello che a noi appare come un caos disordinato, in natura è il normale habitat per animali, uccelli, insetti, piante, specie fungine, etc. A ciò va aggiunto il fatto che, percentualmente, è solo una piccola parte quella di proprietà dell’Ente Parco mentre, nella maggioranza dei casi, i terreni e i boschi sono di proprietà private e, a questi ultimi, non può essere imposto un regime manutentivo obbligatorio. Avrà altresì notato che, nel corso degli ultimi anni, si è intensificata l’attività di rinnovamento forestale e piantumazione di nuove aree. Dobbiamo però, noi tutti, fare le sforzo di accettare che la Natura ha i suoi tempi e deve fare il suo corso anche se, a noi “umani”, possono apparire troppo lunghi e/o caotici.

Leggevo che fra i punti principali del suo programma da Presidente c’è quello di aprire il parco e la sede alle associazioni, cosa che ha iniziato subito a fare favorendo la nascita del nuovo circolo Legambiente Groane. Ma in cosa consiste esattamente questa apertura alle associazioni? Quali obiettivi si prefissa di raggiungere?

Il Parco delle Groane e la sua sede sono una risorsa per l’intero territorio e, in quanto tale, deve essere punto di riferimento e di aggregazione per tutte quelle forme di cittadinanza attiva che operano per la valorizzazione del territorio, delle sue peculiarità ambientali, storiche e culturali. Mi piacerebbe che la “Polveriera” venisse fruita in modo continuativo dai cittadini. Al mio insediamento ho detto al Direttore Generale e a tutti i responsabili tecnici del Parco, che il mio sogno è quello di vedere il cancello di ingresso al pubblico alla sede (quello che dà sulla ciclabile), aperto 365 giorni all’anno. Abbiamo il compito di promuovere l’immagine e la conoscenza del Parco e, questo, lo possiamo ottenere solo con l’aiuto e la partecipazione di tutti.

Il suo mandato ha una durata di due anni, ed è stato eletto lo scorso fine dicembre: cosa vorrebbe lasciare nel 2016, alla fine dei suoi primi due anni di presidenza? Quali progetti vorrebbe veder realizzati?

Due anni non sono molto tempo ma credo che si possa fare un buon lavoro. Per sommi capi:

a) rilanciare l’immagine del Parco e farlo diventare un punto di attrazione sia per le comunità del Parco che per la comunità di Milano;

b) Rilanciare le attività agricole, recettive e di ristorazione insistenti nel Parco;

c) Riattivare e potenziare il servizio erogato dal Bici Point del Parco cercando, in collaborazione con i soggetti privati, di costituire una vera rete di Bici Point per sviluppare un vero e proprio servizio di BikeSharing;

d) Recuperare, in collaborazione con le Amministrazioni comunali, le Associazioni Locali, le GEV e i volontari del Parco, le aree degradate dallo scarico indiscriminato di rifiuti. La battaglia sul decoro deve sempre essere mantenuta elevata;

e) Definire il progetto di fusione con il PLIS della Brughiera Briantea.

Fra meno di un mese partirà Expo 2015, evento che ha visto coinvolte alcune zone del parco per la costruzione di alcune infrastrutture, come ad esempio le tanto chiacchierate vie d’acqua, o il piccolo porto fluviale a cavallo fra Garbagnate e Castellazzo. Cosa pensa di questi progetti? Che funzione potranno avere una volta terminato Expo?

Partiamo da un presupposto: personalmente sono un “Exposcettico” e, questo, nel senso che credo poco agli eventi effimeri che bruciano la loro funzione nel giro di un “battito d’ali”. Certo, è innegabile che il valore mediatico dell’evento possa fungere da forte richiamo di attenzione e presenze sul nostro territorio. Quello che non so è se siamo veramente preparati, culturalmente e infrastrutturalmente, al cambiamento che ciò potrebbe apportare. Per il momento quello che vedo sono interventi viari e di occupazione di suolo ad alto impatto ambientale. Non riesco ancora ad intravedere un pensiero organico di rilancio socio/economico della zona che passi attraverso la valorizzazione delle particolarità ambientali, storiche e culturali del nostro territorio. Sono anni che, personalmente, ritengo che se vogliamo valorizzare e rilanciare questo pezzo del Nord Milano, che per troppi anni ha vissuto l’insulto di interventi speculativi che ne hanno devastato la fisionomia e le radici storiche, dobbiamo ripensarne la funzione e la vocazione. Siamo in profondo ritardo e, in tutto questo periodo, non si è stati in grado di sfruttare la grande opportunità dataci dal polo fieristico di Pero-Rho. Spero che questo nuovo evento dimostri le opportunità e le pontenzialità che questo territorio può sviluppare.

Concretamente, sulle opere a cui fa riferimento, mi limiterei a dire che, anche in questo caso, possono rappresentare una opportunità o l’ennesima spesa inutile. Dal punto di vista ambientale hanno recuperato alcuni manufatti rendendoli più visibili e fruibili, comprese le nuove ciclabili di collegamento al sito EXPO. Dall’altro, forse, i lavori si sono “un po’ troppo allargati” senza tenere conto che si sviluppavano su un territorio ad alta vulnerabilità. Ora tocca a noi vigilare affinché i ripristini siano coerenti con quanto progettato e indicato. Una cosa è certa… Non molleremo anche perché gradirei evitare l’effetto “Mondiali di calcio ‘90”.

Parlando sempre di opere, un altro progetto che vede coinvolti alcuni territori del Parco è quello delle vasche di laminazione del fiume Seveso, che verranno costruite a Senago. Un progetto di grande impatto e molto osteggiato dalla comunità locale, che ha sottolineato tutta una serie di concreti rischi per l’ambiente. Qual è la posizione dell’Ente Parco di fronte alla prospettiva della loro costruzione?

In questo caso mi piacerebbe essere il più chiaro possibile e scindere quelle che sono le mie funzioni come Presidente del Parco da quelli che sono i miei convincimenti personali e di ambientalista. Nel primo caso io sono, e mi sento, vincolato da quanto deliberato dall’Assemblea di Comunità. L’Assemblea è l’organo di indirizzo che raggruppa in se tutte le sensibilità territoriali presenti nel Parco. In questo senso l’Assemblea ha preso atto del progetto, approvandolo, e, nel contempo, ha espresso una serie di preoccupazioni che si sono concretizzate in indirizzi rivolti ai progettisti che, per quella che è la mia funzione, divengono vincoli non derogabili, se non da un’altra espressione assembleare. Per quanto riguarda il mio punto di vista personale, come ambientalista sono molto critico rispetto alla scelta di “invadere”, in modo permanente e indelebile, un pezzo di territorio agricolo e di alto pregio ambientale e paesaggistico. Essendomi occupato per molti anni del tema della depurazione delle acque e della regimentazione dei fiumi (sono stato per dieci anni responsabile regionale di Lega per L’ambiente del settore acque superficiali e profonde e per i successivi dieci componente del Comitato Tecnico Scientifico Nazionale della stessa associazione) sono convinto che il problema della laminazione dei corsi d’acqua sia inderogabile. Da Sindaco, per la protezione della mia comunità, mi sono fatto parte attiva per l’insediamento di un’area golenale a tutela delle possibili esondazioni del Guisa e, quindi, comprendo le legittime preoccupazioni del Comune di Milano. La comunità di Niguarda non può, e non deve, più vivere con l’incubo di piene e esondazioni devastanti.

Sono altresì convinto che, troppo spesso, i progettisti si innamorino dei loro progetti e, a seguito di questo innamoramento, divengano ciechi e sordi (muti… mai). Mi spiace che, altrettanto, alcuni amministratori e politici sposino acriticamente queste scelte e non sentano la necessità, direi l’esigenza fisica e intellettuale, di ascoltare in modo reale le, altrettante, legittime obiezioni che possono arrivare. Su temi come questi non possono esistere barriccate o steccati ideologici ma solo un sano e costruttivo confronto tra i vari portatori di interesse. Tutti, e quando dico tutti intendo tutti, devono essere chiamati ad uno sforzo comune per risolvere un problema che ha radici storiche profonde nel tempo facendo anche conto dello sforzo solidaristico e di auto mutuo aiuto tra le varie comunità. Questo è quello che ho sempre sostenuto e che continuerò a sostenere.

Concludendo su questo tema. Ora siamo in una fase avanzata del progetto e quello che vedo concretizzarsi nel progetto definitivo di AIPO ritengo non tenga in considerazione nessuna delle indicazioni poste dall’Assemblea di Comunità. Se così fosse, e auspico di no, si aprirebbe una ulteriore fase molto delicata tra l’Amministrazione del Parco e i soggetti in causa. Spero ci siano ancora spazi di dialogo e confronto di miglioramento del progetto.

In un recente articolo apparso sul Cittadino Monza Brianza si fa esplicito riferimento alla possibilità di aggregazione fra Parco delle Groane, Parco del Grugnotorto e Parco della Valle del Lambro, per creare un unico immenso polmone verde. Cosa ne pensa di questa idea? Quali effettivi vantaggi potrebbe portare? Davvero sarebbe così utile per preservare e potenziare la difesa idraulica della città di Milano?

Non nascondo che, da quando mi sono insediato, molto del mio tempo l’ho impegnato a discutere e confrontarmi a livello Regionale e sovralocale sul grande tema della riorganizzazione delle Aree Protette in Lombardia. A momento attuale si è ancora in fase di studio e riflessione. È certo che entro Luglio vi è un impegno assunto dai Presidenti dei Parchi regionali di presentare, all’Assessore regionale Terzi, un quadro di ipotesi di possibili riorganizzazioni territoriali. Vedremo cosa saremo in grado produrre. Per il resto, al momento attuale, abbiamo in corso un progetto di fusione con il PLIS della Brughiera Briantea. Entro Maggio presenteremo, all’Assemblea della Comunità del nostro Parco, uno studio di fattibilità. Abbiamo già avuto un incontro con il Comitato di Gestione del PLIS e, una volta acquisito il parere definitivo dell’Assemblea, procederemo nel senso indicatoci. Anche in questo caso non nego le preoccupazioni di carattere economico che sottendono a una operazione di questo genere. Gestire un Parco di 4000 ha e uno di quasi 10000 ha sono due cose ben diverse specialmente se non verrà sciolto il problema dei finanziamenti che dovrebbero essere versati dalle ex Province e che, allo stato attuale, paiono non essere per nulla certi. Sull’ultima parte della domanda posso solo dire che non è ancora stato oggetto della discussione.

Una domanda un po’ personale: quali motivazioni l’hanno spinta a scegliere di candidarsi per diventare Presidente del Parco delle Groane?

Diciamo così: “È stata l’evoluzione normale della malattia”. La malattia, come avrò modo di specificare nella risposta successiva, è quella trasmessami da mio padre (fortunatamente sono risultato almeno immune al calcio) e, per il resto, si è trattato di un “normale decorso”. Dico questo perché le mie radici di impegno sociale nascono dal seme dell’ambientalismo scientifico nel quale, per oltre un decennio, ho avuto modo di prestare il mio servizio volontario. Si tenga presente, inoltre, che ho fatto dell’ambiente e della natura, anche un interesse di tipo professionale optando, sin dall’inizio della mia attività lavorativa, per un lavoro, in ambito pubblico, che mi permettesse di tutelare l’ambiente e il territorio. L’impegno amministrativo in Comune, prima come Assessore e poi come Sindaco, è venuto dopo e mi ha arricchito di conoscenze e nuovi spunti di riflessione che solo l’impegno diretto nell’amministrazione di una comunità può darti; inizi a vedere le cose da un’altra angolazione.

A ciò va aggiunto il fatto che, da migrante metropolitano, sono divenuto cittadino di una comunità, quella di Cesate, che ha sempre avuto a cuore l’attenzione alla conservazione della natura e alla sua trasmissione alle generazioni future. Non è un caso che il Comune di Cesate sia stato tra i soci fondatori del Consorzio Parco delle Groane e tra i maggiori “donatori” di aree al Parco stesso. Credo che Cesate si meritasse questo riconoscimento e, quando mi è stata fatta la proposta, mi sono sentito particolarmente onorato di poter fornire il mio piccolo contributo.

Siamo arrivati alle ultime due domande: quali sono i tre personaggi, o le tre persone, che hanno segnato la sua vita?

Mio Padre è la prima. Forse un po’ scontata e banale come risposta ma è la verità. È da lui che ho imparato l’amore per l’impegno sociale, la politica e l’onestà. Le seconde, perché sono due, sono state Ercole Ferrario, grande Medico e primo Assessore all’ambiente e all’Ecologia del Comune di Milano, e Laura Conti, anch’essa medico, partigiana e fondatrice del movimento ambientalista. Entrambe, purtroppo, passati all’oblio della memoria. Loro mi hanno insegnato cosa era e cosa dovrebbe essere l’ambientalismo scientifico. Per la terza… Ci penso su!

E per finire, quale valore per lei è il più importante?

Sicuramente l’ONESTÀ, in tutte le sue forme.

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Categorie:Interviste

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