Ercole Incalza, fra potere e corruzione



La nuova ondata di arresti per le tangenti sulle Grandi Opere stavolta colpisce duro anche l’attuale governo con l’arresto di Ercole Incalza, già Capo della Struttura Tecnica di Missione al Ministero delle Infrastrutture, Ministero che fa capo a Maurizio Lupi. Un merdone, passatemi il francesismo, da cui nessuno può dirsi fuori, data la trasversalità di Incalza nei governi degli ultimi decenni.

Incalza, considerato il dominus totale, dirigeva ogni Grande Opera predisponendo le bozze della legge obiettivo e individuando di anno in anno quelle da finanziare e quelle da bloccare. Secondo l’accusa, sceglieva gli appaltatori amici suggerendo poi loro il nome dei direttori dei lavori, sempre persone riferibili a Stefano Perotti, imprenditore, anche lui arrestato insieme al dirigente. Incalza in cambio riceveva compensi per consulenze, come i 500.000 euro per la tratta Alta Velocità fra Bologna e Firenze, oppure 700.000 euro girati a Alberto Donati, genero di Incalza.

Ai domiciliari sono finiti poi anche l’imprenditore Francesco Cavallo e Sandro Pacella, collaboratore di Incalza. E poi fra quelli non arrestati immediatamente ci sono gli ex sottosegretari ai trasporti Rocco Girlanda e Antonio Bargone; l’ex deputato Stefano Saglia, poi nel cda di Terna; Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe; e poi l’ex manager di Expo, Antonio Acerbo. Una lista di personaggi che, visti i ruoli ricoperti, fa veramente impressione.

Ma torniamo a Incalza. Ieri sera Oscar Giannino a Piazza Pulita diceva una cosa interessante: il ruolo di Incalza viene solitamente ricoperto a discrezione del ministro, ovvero, la persona che ricopre il ruolo di Capo Struttura viene nominata discrezionalmente dal ministro quando si insedia. E quando arriva un ministro nuovo è sua facoltà confermare il Capo Struttura o cambiarlo. Ecco, tutti negli ultimi governi lo hanno confermato, pure Lupi, nonostante da inizio 2014 Incalza fosse già chiacchierato per via di favori e regali poco chiari.

E l’orologio da 10.000 euro regalato al figlio di Lupi, e la sua assunzione presso uno dei cantieri, e la sponsorizzazione di Nencini come sottosegretario (sponsorizzazione smentita dall’interessato), e il merito di aver scritto il programma dell’Ncd. Incalza appare proprio come l’uomo di potere che tiene in pugno molti grazie a tutto ciò che conosce, a tutta la sua rete di amicizie affaristiche. Per far capire il giro d’affari, in una intercettazione Stefano Perotti afferma che in 10 anni le sue aziende hanno ricevuto appalti per 25 miliardi di euro. Cifre da capogiro.



Solo Di Pietro nel 1996 lo allontanò dal ministero: “…Quando arrivai si occupava della Struttura tecnica di missione per le Grandi opere, che erano state tolte al controllo delle singole direzioni”, racconta Di Pietro al Fatto Quotidiano. “Era una sorta di superconsulente esterno, dato che era stato allontanato in seguito al suo coinvolgimento nelle inchieste di Tangentopoli, in particolare per i rapporti con Lorenzo Necci (amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, morto in un incidente stradale nel 2006) e con il finanziere Francesco Pacini Battaglia. Gli revocai quell’incarico di grande potere, a cui teneva molto, perché aveva dimostrato una scarsa limpidezza di rapporti, al di là dell’esito giudiziario…”. Questa le descrizione che ne viene tracciata:

“…Appare nel mondo dei lavori pubblici alla fine degli anni ’70 alla Cassa per il Mezzogiorno, della quale diventa dirigente nel 1978, assumendo nel marzo 1980 la responsabilità del Progetto Speciale dell’Area Metropolitana di Palermo. Giovane socialista, approda al ministero dei Trasporti con Claudio Signorile, anche lui pugliese, all’epoca definito la “sinistra ferroviaria” del Psi di Bettino Craxi. Nel 1983 è consigliere del ministro dei Trasporti, poi nel giugno 1984 assume la responsabilità di Capo della Segreteria Tecnica del Piano Generale dei Trasporti. Dal gennaio 1985 Dirigente Generale della Direzione Generale della Motorizzazione Civile e dei Trasporti in Concessione, passa alle Ferrovie dello Stato nell’agosto 1991, per diventare amministratore delegato della Treno Alta Velocità Tav spa, dal settembre 1991 al novembre 1996. Nel 1998 finisce ai domiciliari insieme all’ex presidente di Italferr Maraini. Dopo la bufera di Tangentopoli, Incalza torna alla ribalta al ministero con Lunardi e diventa poi il braccio destro del ministro Altero Matteoli con l’incarico di capo della struttura tecnica di missione. Resta poi anche nei governi Prodi II, nel successivo governo Berlusconi, con Monti con il ministro Corrado Passera, e poi con Letta e Renzi, con gli ultimi due sempre sotto lo stesso ministro, Maurizio Lupi. Negli ultimi anni sempre più numerose le inchieste: a febbraio i pm fiorentini Giulio Monferini e Gianni Tei ne avevano chiesto il rinvio a giudizio insieme ad altre 31 persone nell’inchiesta sul sottoattraversamento fiorentino della Tav…”

Come detto, un merdone da cui nessuno può dirsi fuori. E se è vero che colpe non ne sono state ancora accertate e che vige la presunzione d’innocenza, è altrettanto vero che opportunità politica vorrebbero che il ministero prendesse le dovute decisioni, con le dimissioni di Lupi. Ma già è scattata la corsa a “evitare cacce alle streghe”, per blindare una maggioranza di governo che rischierebbe di saltare nel caso dovesse essere colpito troppo duramente l’Ncd. Niente di nuovo sotto il sole, viene tristemente da dire.

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Categorie:Politica

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