NonRecensione – 81: Selma, la strada per la libertà

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I film che parlano di storia, o che intrecciano la storia, mi sono sempre interessati, quindi era perfettamente prevedibile che sarei finito a vedere Selma. Se poi ci aggiungiamo che era pure candidato a un discreto numero di premi Oscar (vincendo quello per la miglior canzone), allora il vederlo era praticamente d’obbligo. Iniziamo dai voti: Imdb gli assegna un 7,6/10; Comingsoon un 2,5/5; Mymovies un 3,63/5.

Il film parte dal momento in cui Martin Luther King vince il Premio Nobel per la pace, e racconta delle marce organizzate a Selma, in Alabama, per ribadire il diritto al voto della comunità afroamericana. Verranno raccontati i preparativi, i colloqui fra King e il Presidente Lyndon Jonhson, le tensioni che c’erano in Alabama, la prima marcia terminata in un massacro, le tensioni col governatore Wallace, la seconda marcia che vide i manifestanti tornare indietro e la terza, finalmente arrivata a conclusione a Montgomery, la capitale dell’Alabama, dove King tenne un discorso davanti al Campidoglio.

La decisione di scegliere questo parte per raccontare la battaglia sui diritti civili potrebbe essere casuale, ma in realtà non credo lo sia: la prima marcia, quella terminata con un massacro perpetrato dalla polizia nei confronti dei manifestanti, generò una tale ondata emotiva che alla successiva marcia accorsero persone da ogni partes d’America, compresi molti bianchi ed esponenti delle altre religioni. Una scelta che contribuisce a non raccontare King avvolgendolo nell’aura del mito, ma restituendogli quella immensa dose di umanità di cui era portatore, umanità che si traduceva nei dubbi, nelle paure, nella fatica che ogni uomo deve sopportare, e che lo porta a non cedere quando l’obiettivo che si è prefissato è grande e importante.

È anche un bellissimo film che restituisce al termine politica e al termine negoziazione la loro piena e reale dimensione: il raccontare la capacità di King di non cedere a vittorie temporanee ma di puntare all’obiettivo finale rida senso a quelle parole, alla nobiltà di fare politica e all’utilità della negoziazione ferma ma aperta a ogni possibilità. È la rappresentazione più netta della differenza fra un qualsiasi politicante e un vero leader. Ed è anche meraviglioso nel trasmettere quel pathos che veniva generato durante i discorsi di King, che partivano con tono sommesso per poi alzarsi, divenire potenti e retorici quanto basta per renderli dei perfetti sermoni. Del resto King era un pastore protestante.

Ma il vero tocco di maestria di questo film, come detto, è la smitizzazione di Martin Luthet King, il raccontarne anche la dimensione privata fatta di paure, angosce, dolori, travagli che segneranno sempre la vita di questo incredibile leader. E soprattutto il recare di descrivere, di rendere reale quella “leggera nebbiolina di morte” che accompagnerà sempre lui e la famiglia, una specie di implicita presa di coscienza dei grandi rischi a cui costantemente si esponeva. Un impianto narrativo in cui la regista trascina lo spettatore facendo sentire il peso della Storia, ma senza lasciare che lo schiacci, e accorciando ogni distanza emotiva facendo in modo che il dolore e il senso di disgusto per le violenze siano qualcosa che ti rimane appiccicato addosso anche una volta usciti dalla sala.

Ottimo e validissimo tutto il cast: David Oyelowo è Martin Luther King; Tom Wilkinson è il Presidente Lyndon Johnson; Carmen Ejogo è Coretta Scott King, moglie di MLK; Tim Roth è George Wallace, governatore dell’Alabama; Giovanni Ribisi è Lee White, consigliere presidenziale; Wendell Pierce è il reverendo Hosea Williams; Cuba Gooding Jr è Fred Gray; Alessandro Nivola è John Doar, procuratore generale da sempre sostenitore dei diritti civili; Dylan Baker è J. Edgar Hoover; Oprah Winfrey è Annie Lee Cooper, l’anziana signora che nelle scene iniziali prova inutilmente a registrarsi per poter votare.

Un film che non manipola i sentimenti dello spettatore ma li mette al suo cospetto, a distanza ravvicinata, in un confronto che mira a risvegliare chi guarda dal suo torpore interno. Un film che fonde sapientemente Storia e dimensione umana, che racconta egregiamente quello che serve, umanamente e politicamente, per cambiare un sistema, e dei rischi che questo comporta. Il mio voto finale è un 9/10.

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