NonRecensione – 74: American Sniper

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Sergio Leone diceva sempre che Clint Eastwood aveva due espressioni: col cappello e senza il cappello. Ecco: come regista riesce a dare ai suoi film un ventaglio maggiore di espressioni ed emozioni, spesso scegliendo storie complesse e per nulla facili. È il caso di American Sniper, film basato sulla vita di Chris Kyle, tiratore scelto dei Navy Seal. Intanto i voti: Comingsoon gli assegna un 7,3/10; Mymovies un 3,92/5; Imdb un 7,6/10.

Dicevamo che il film ripercorre la storia di Chris Kyle: un texano che cavalca tori per vivere, che dopo gli attentati alle ambasciate statunitensi del 1999 sente la spinta di diversi arruolare per servire il proprio Paese. Diventa un Seal, un cecchino per la precisione, diventando operativo nel 2003 sullo scenario iracheno. In sei anni di servizio diverrà un cecchino infallibile, praticamente una leggenda tanto che i nemici lo chiameranno “Il diavolo di Ramadi”, con un (triste) record di centosessanta nemici uccisi. Colpito dal disturbo post-traumatico da stress (PTSD) deciderà di abbandonare il servizio per la famiglia iniziando ad aiutare i reduci a reinserirsi, un lavoro utile anche per lui, per superare i suoi problemi. E sarà proprio aiutando un giovane reduce che troverà la morte, ucciso dal ragazzo che voleva aiutare.

Un film complesso e complicato che, partendo dal solitario punto di vista di un cecchino appostato sui tetti, racconta tutte le assurdità della guerra, le assurdità di scelte a volte disumane, come il trovarsi a pregare sottovoce che quel bambino inquadrato dal mirino del fucile di precisione getti a terra il lanciarazzi che ha raccolto. Si descrive non un soldato esaltato, ma uno che ci crede davvero, coscienzioso nella sua fedeltà alla causa, intimamente convinto di essere fra i buoni che combattono i cattivi, speranzoso nell’utopia di un mondo perfetto.

Ma Kyle non è solo questo, non è solo limpida devozione alla causa militare, è anche capacità di ammettere i propri limiti di sopportazione, come testimonia la telefonata alla moglie in piena azione bellica in cui annuncia di essere pronto per tornare a casa da loro. Una figura complessa, ben tratteggiata in questo articolo de Il Post.

Notevole il cast: Bradley Cooper è Chris Kyle; Sienna Miller è Taya, moglie di Chris; Keir O’Donnell è Jeff Kyle, fratello di Chris; Jake McDorman è Ryan Job, commilitone di Chris; Luke Grimes è Marc Lee, altro commilitone di Chris; Sam Jaeger è il capitano Martens, capitano di Chris in Iraq.

La regia è di Clint Eastwood e come spesso gli capita è una regia azzeccata, che non scade nell’idolatria per l’eroe americano pur senza scivolare in una retorica pacifista che in un racconto simile sarebbe stata fuori luogo. Un film che mette a nudo le contraddizioni della guerra manche quelle del dopo guerra, dell’abbandono dei reduci, dei loro problemi, delle loro disillusioni. Un bel film che per me merita un rotondo 8,5/10.

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