Fatelo durare

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“Fatelo durare” è un grido di speranza, o meglio un’accorata richiesta alle personalità politiche presenti ieri a Parigi. “Fatelo durare” è il tweet scritto da Luca Sofri, e che mi sento di condividere in pieno.

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In questa domenica di gennaio si è scritto un pezzo di storia: mai si erano visti tanti capi di stato e tanti importanti politici tutti assieme, abbracciati, marciare per la pace e per la libertà d’espressione. Tutti in marcia a dire “Je suis Charlie” per sostenere il giornale satirico Charlie Ebdo, anche se a tratti fa specie vedere questa immensa fetta politica sotto questa frase a difesa di un giornale che ha da sempre sbeffeggiato e dileggiato la politica. Una politica che spesso non è stata Charlie, perseguendo, arrestando o isolando giornalisti o comici: tanto per restare in Italia, il nome di Daniele Luttazzi dovrebbe dirvi qualche cosa.

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Ed è per questo che assumono una primaria importanza quelle due parole, quel “fatelo durare”. Cari politici, fatelo durare al vostro ritorno a casa nei vostri paesi, fatelo durare nelle scelte politiche che farete, fatelo durare smettendo di perseguire le persone per le loro idee o per un loro disegno. Che questa marcia, tutti uniti, rappresenti davvero un cambio di passo che apra le porte a un’epoca davvero nuova, davvero diversa.

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Perché veder sfilare assieme cristiani, ebrei, musulmani, atei, politici, poliziotti, giornalisti, gente comune di ogni tipo, credo politico e religioso, è stata una cosa grandissima. Emotivamente incredibile e mediaticamente potentissima. Vedere, come nella foto sopra, Abu Mazen e Netanyahu sfilare assieme genera un senso di speranza che si vorrebbe veder vivere e prosperare, un senso di speranza che si vorrebbe veder sfociare in evoluzioni positive per la situazione fra Israele e Palestina. Una speranza corroborata anche da queste due foto:

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La prima è di una manifestazione in sostegno di quelle svolte in Francia che si tiene a Ramallah, in Palestina. Una foto dal forte impatto, soprattutto se si ripensa che gli attentatori di Parigi dissero, tra l’altro, di aver compiuto queste azioni anche per vendicare il popolo oppresso della Palestina.
La seconda foto è di una ragazza siriana, di Aleppo, che manifesta anche lei la vicinanza ai francesi per questo attentato terroristico. Pensando ai due fratelli Kouachi, uno dei quali sarebbe stato in Siria per combattere coi ribelli, si può capire quanto l’atto di questa ragazza sia grande e forte. Quanto rappresenti una speranza pura, forte, sincera.

Da oggi spero di vedere nella politica questo cambiamento, spero di vederlo in ogni persona, perché non vorrei più dover leggere di persone felici se chiude un giornale o che si augurano che chiuda al più presto, non vorrei più dover leggere di persone che si augurano che qualcuno venga zittito. L’insegnamento principale che deve lasciarci Charlie Ebdo, che ci deve lasciare quel Je Suis Charlie, è la libertà di poter dire quello che si vuole. E dire Je Suis Charlie non significa essere fan o sostenitori di quello specifico giornale, quanto essere fan e sostenitori della libertà d’espressione e di critica, anche se quello che viene pubblicato non ci piace e non lo condividiamo.

Magari questo cambiamento potrebbe iniziare riflettendo sulle contraddizioni di molti leader politici presenti alla manifestazione, in questo articolo in cui Fabio Chiusi raccoglie i tweet di Daniel Wickhan, giornalista della MiddleEast Society della LSE. Magari potrebbero iniziare a rifletterci proprio i politici direttamente interessati. Per ora si sente parlare soltanto della volontà di rivedere Schengen, rivedendo quell’apertura delle frontiere che dovrebbe essere alla base di una maggiore integrazione fra Paesi europei, e si sente parlare della necessità di rinunciare a un po’ di privacy in nome della sicurezza.

Un copione, quello sulla diminuzione della privacy, già visto e vissuto da alcuni Paesi in passato, portato alla ribalta da Snowden con l’ammissione dell’esistenza di programmi per la sorveglianza di massa delle persone. Sembra uno scandalo ormai lontano nel tempo, ma è vivo e scottante ancora oggi. Chiedere di rinunciare a un pezzettino della propria libertà dopo una manifestazione per difendere la libertà nella sua accezione più ampia, è quasi ironico. Lontano sembra il tempo in cui nel 2011 l’allora primo ministro Jens Stoltenberg disse, dopo l’attentato terroristico compiuto da Anders Breivik “Reagiremo con più democrazia e più umanità, la parola d’ordine resterà apertura”.

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Forse ieri si è fatto un passo importante per “fare” l’Europa, per dare lo slancio a quell’Europa dei popoli che possa essere preludio a quell’utopia chiamata Stati Uniti d’Europa. Come ne La libertà che guida il popolo di Delacroix, spero che questa marcia francese possa essere quel simbolo di libertà che potrà guidare tutti verso un futuro migliore. La speranza c’è tutta, speriamo nessuno la soffochi di nuovo. Io vi lascio con altre fotografie della manifestazione di ieri, immagini che parlano da sole.

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Categorie:Attualità, Politica

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