Le regioni e il pianto delle cicale

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In tema di tagli e riforme proseguo quella che ormai è una campagna che condivido da parecchio tempo, ovvero l’abolizione delle regioni. E lo faccio rilanciando un articolo di Sergio Rizzo apparso alcune settimane fa sul Corriere della Sera: un buon punto di partenza per far fronte alle lamentele delle regioni riguardo ai tagli imposti dal governo.

Col titolo “Non è un delitto tagliare del 2%”, Rizzo fa un’analisi sui tagli richiesti alle regioni osservando quelli che sono i loro bilanci. E offre da subito un dato interessante: da quando nel 2001 fu approvata la riforma del Titolo V della Costituzione, il cosiddetto federalismo, la spesa pubblica regionale è cresciuta del 45%. Una cosa pazzesca. Ma non è tutto.

Prima della riforma citata sopra, la sanità aveva un costo annuo di 70 miliardi. Nel 2015 il costo si attesterà sui 115 miliardi. Si potrà obiettare che la sanità italiana è fra le migliori al mondo, sebbene sul nostro territorio esistano differenze e discriminazioni a seconda del territorio che rendono non omogeneo il servizio. Ma sorge una domanda: questo aumento è giustificato da un analogo aumento della qualità dal 2001 a oggi?

Altri esempi nella sanità: la Consip, società statale che gestisce gli acquisti della pubblica amministrazione, ha creato un risparmio di 100 milioni su 320 soltanto con la fornitura centralizzata delle strisce per la misurazione della glicemia, comprate a un prezzo unitario di 0,19 euro mentre prima si andava da un minimo di 0,45 euro a un massimo di 1,10 euro. Pensate a quale abbattimento dei costi, e solo per l’acquisto di una cosa. Immaginate ad applicarlo a tutto, dalle siringhe al cotone, dai guanti monouso alle mascherine.

Qualche altro dato: su 78.679 dipendenti regionali, sanità esclusa, la Confartigianato ha calcolato esuberi teorici per 24.396 unità, ovvero il 31% degli impiegati, con un teorico risparmio annuo di 2,5 miliardi. Per fare qualche altro esempio, il commissario spedito in Calabria dal Ministero del Tesoro ha rilevato 1.969 promozioni ritenute illegittime, tutte fatte nel 2005, anno di elezioni. Lo stesso commissario che ha rilevato anche 85 aumenti salariali retroattivi per per impiegati dei gruppi parlamentari. Regali, regali per tutti.

Nel Lazio si è calcolato che nel 2009 il personale dei parchi ammontava a 1.271 unità, di cui ben 99 erano dirigenti. In Sicilia nelle partecipate ci sono 7.300 persone, per una spesa di 1,9 miliardi nel quadriennio 2009/2012 per le sole buste paga. Regione che versa comunque nelle loro casse ulteriori 1,9 miliardi, cosa che secondo i revisori comprende un “…ricorso reiterato e improprio a interventi di mero soccorso finanziario a società prive di valide prospettive di risanamento…”.

Tornando alla Regione Lazio, si osserva come in 40 anni si siano fatte 40 leggi tutte rivolte ad aumentare i privilegi contributivi e pensionistici dei consiglieri, col risultato che oggi un terzo del bilancio regionale è impiegato per pagare i vecchi vitalizi. Vitalizi che, in generale, alle regioni costano 173 milioni annui, ma che il rapporto di Cottarelli prevedeva di poter tagliare di almeno 50 milioni senza lasciare nessuno sul lastrico. Che fine avrà fatto questa idea? Ma anche chi taglio spesso lo fa solo di facciata, come la Regione Lombardia: taglio della diaria base dei consiglieri ma aumento del tetto dei rimborsi. Praticamente ti tolgo con una mano ma ti restituisco (magari un po’ maggiorato) con l’altra.

Sulla genesi del potere accumulato dalle regioni è interessante anche quest’altra intervista a Silvio Boccalatte dell’Istituto Bruno Leoni. Possiamo leggere che “…Le Regioni hanno acquisito una capacità di spesa enorme, e non parlo solo di sanità, ci sono quelle che, utilizzando in modo molto estensivo l’articolo 117, sono attive nella protezione sociale e in mille altre attività, anche di promozione turistica ed economica…”.

E proprio in merito ai tagli alle regioni afferma che “…Diranno: mi tagliate un miliardo quando posso recuperare solo 700 milioni dalle manovre sulle addizionali, ergo darò 300 milioni di servizi in meno. Ma sarà falso. […] Dovranno spiegare ai cittadini perché aumenteranno l’addizionale Irpef o l’aliquota base Irap, anziché chiudere questa o quella partecipata inutile; anziché sponsorizzare festival e feste ovunque. Anche perché prima o poi in quelle regioni si voterà…”.

Tutto questo non fa altro che confermarmi ulteriormente l’immagine delle regioni come idrovore mangiasoldi, enti ormai appesantiti da pachidermiche amministrazioni ed elefantiache spese che rendono tutto poco efficiente. E rafforza in me l’idea che sarebbe stato meglio eliminare loro e non le provincie: non possiamo più permetterci delle regioni cicale che dilapidano le proprie risorse come se niente fosse.

Vi lascio con questo articolo di Panorama dove si elencano altri sprechi, come i costi per le sedi regionali distaccate a Roma e Bruxelles o come il calcolo delle perdite delle partecipate, che secondo la Corte dei Conti pare si aggiri sui 26 miliardi annui. Alla faccia dell’autonomia.

Chiudo con questa inchiesta realizzata da Federico Fubini e Roberto Mania per Repubblica, in cui sempre la Corte dei Conti accusa le regioni di usare espedienti per truccare i bilanci. Ormai dal comico siano caduti nel tragico.

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Categorie:Attualità, Politica

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