Fine vita

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A volte basta una semplice notizia per riportarti alla mente tante cose, tante situazione magari semplicemente seguite sulla stampa, che portano con se un carico emotivo e dirompente che ha effetto su tutte le persone. Notizie che riguardano temi delicati, controversi, come può essere il tema del fine vita.

Tutto parte da questa notizia che parla di Brittany Maynard, giovane ragazza statunitense di 29 anni, malata terminale di cancro al cervello. La malattia le fu diagnosticata a gennaio, al rientro da una vacanza passata con suo marito, un matrimonio celebrato neanche un anno prima. Poco dopo la diagnosi le dissero che le restavano circa 14 mesi di vita, poco più di un anno. Un anno in cui le sue capacità intellettive scemeranno piano piano, in cui vedrà il suo corpo disfarsi tra dolori e sofferenze.

Così ha deciso di farla finita. Ha scelto il giorno in cui morire, il 1 novembre, in cui prendere il cocktail di farmaci prescritti dal suo medico, circondata soltanto dall’abbraccio del marito, di sua madre e del suo cane. Dice, ”…Essere in grado di scegliere di andare con dignità è meno terrificante…”, e ha terribilmente ragione. Ha ragione perché ridursi in stati vegetali, in una condizione che non è vita, è atroce sia dal punto di vista personale che da quello familiare. Un’opportunità che in Italia non è possibile per la mancanza di una legislazione che consenta di scegliere anticipatamente se accettare o meno eventuali trattamenti sanitari, e di scegliere, in determinate condizioni, di ricorrere all’eutanasia. Esiste un dibattito che si rincorre da anni, ma che non sopraggiunge mai a nessuno punto. Resta tutto sospeso.

Eppure ogni tanto qualche segnale di movimento si registra. Come quello raccontato in questo articolo di Mente Politica, dove vengono riportate le parole del teologo cattolico svizzero Hans Küng, autore del libro “Morire felicemente?” dove affronta proprio queste tematiche. Il teologo, che soffre del morbo di Parkinson, afferma che (cito dall’articolo) ”…secondo lui la rinuncia al dono della vita potrebbe anche rappresentare una scelta responsabile di fronte a Dio e all’umanità: la definisce un diritto e fornisce le giustificazioni teologiche che, a suo parere, sostengono la tesi. Dovrebbe essere un morire consapevole, nella pace interiore, come uomini e donne e non come vegetali…”. Una presa di posizione importante che non è quella della Chiesa, ma che sarebbe auspicabile spingesse anche la Chiesa ad avviare un percorso di confronto su questi problemi.

Confronto richiesto con forza anche dai Giovani Democratici della Federazione Metropolitana Milanese, che hanno rilanciato la campagna di Eutanasia Legale, a cui partecipano anche l’associazione Luca Coscioni e il professor Umberto Veronesi. Come dice il professore, “…Di fronte a un dolore incontrollabile, il diritto di ognuno di decidere come concludere la propria esperienza umana è anche una necessità biologica…”. Il fine non sarà, come obietta qualcuno, di imporre qualcosa, ma di lasciare la libertà di poter scegliere questa opportunità, di poter decidere nel pieno delle proprie facoltà mentali di rifiutare le cure e porre fine alla propria condizione di sofferenza. Nessuna imposizione, solo possibilità di scelta.

Personalmente spero che questo dibattito si avvii il più presto possibile, e che possa avvenire nella maniera più estesa e meno ideologica possibile. Troppo spesso la politica italiana si è fatta dettare l’agenda sui diritti civili da pulsioni di pancia o da pressioni extrapolitiche, sarebbe decisamente ora di mostrare una matura consapevolezza del problema, anche alla luce di situazioni simili del passato, come il caso di Piergiorgo Welby o di Eluana Englaro. Alla fine, oltre che di diritti è questione di dignità, un qualcosa che non dovrebbe mai essere svenduto per nessun motivo o credo al mondo.

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Categorie:Riflessioni

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