Guerra all’Is: la coalizione, i problemi, i punti oscuri

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L’Is ha diffuso sabato sera un nuovo video, che mostra la decapitazione di David Cawthorne Haines, cooperante inglese, mostrando alla fine dello stesso video un altro cittadino britannico, Alan Henning, annunciando che anche lui verrà giustiziato se il Regno Unito non si ritirerà dalla coalizione contro l’Is messa in piedi da Obama. Coalizione che rientra in un piano che mostra diverse falle e diversi punti oscuri.

Problemi che Il Post elenca molto bene dividendoli in quattro punti. Di base, si prevede di effettuare dei bombardamenti in Iraq e in Siria, creare centri di addestramento per i ribelli siriani moderati in Arabia Saudita, il tutto con l’appoggio e la cooperazione dei paesi arabi della regione. Questo, in aggiunta ai rifornimenti di armi ai peshmerga curdi voluti dall’Unione Europea, è il piano per contrastare l’Is, che parte però da un problema non indifferente rappresentato dalla Siria. Assad ha già avuto modo di dichiarare di essere d’accordo a eventuali bombardamenti sul proprio territorio, a patto di collaborare attivamente con l’alleanza che dovrebbe farli, il che vorrebbe dire vedere Assad alleato con Obama. Come giustificare un’eventuale alleanza del genere, dopo che Obama per anni ha tuonato contro il dittatore Assad? E infatti questi bombardamenti verrebbero fatti senza alleanza, cosa che ha portato sia Assad che Lavrov, ministro degli esteri russo, a dichiarare che questa eventualità sarà ritenuta come un atto di aggressione ai danni della stessa Siria.
Tornando ai quattro punti elencati da Il Post, essi sono:

Ribelli siriani moderati

Esistono, o sono piuttosto delle entità ormai mitiche? Probabilmente all’inizio della guerra civile siriana esistevano ma oggi, dopo anni di combattimenti e innumerevoli contaminazioni da parte di tantissimi gruppi più o meno estremisti, è praticamente impossibile individuare dei ribelli moderati. Aron Lund, esperto di politica siriana, afferma che questa è una guerra sporca, dove gruppi del genere non esistono, e l’analista Hassan Hassan rincara la dose, affermando che anche qualora esistessero, avrebbero paura a combattere l’Is, perché se i bombardamenti non dovessero funzionare sarebbero esposti a rappresaglie sanguinose. Da segnalare anche un altro problema: i leader dell’Esercito Libero Siriano hanno avanzato richieste agli Usa per far parte della coalizione, affermando che ”Se vogliono l’esercito libero siriano dalla loro parte, devono darci garanzie sulla deposizione del regime di Assad e su un piano che includa i principi della rivoluzione”. Di contro Faisal Mekdad, viceministro degli Esteri di Assad, ha affermato che in Siria l’unico alleato naturale per gli Stati Uniti è (appunto) la Siria, e non i ribelli.

I Paesi arabi

Altro tasto dolente. A parole molti sembrano essere decisi a voler fermare l’Is, ma in pratica i distinguo sono molti. È vero che Egitto e Emirati Arabi hanno già attacco l’Is, ma restano assai scettici sulla coalizione voluta da Obama. L’Egitto indica come prioritaria la risoluzione della questione palestinese, l’Arabia Saudita teme reazioni interne delle frange sunnite più estremiste e, in generale, l’appeal degli Usa si è molto deteriorato dopo la stagione delle fallite primavere arabe, che gli Stati Uniti hanno provato indirettamente a controllare. Senza contare poi la Turchia, ma qui rimando a dopo.

Iran

Uno dei timori che hanno diversi paesi arabi è l’eventuale vantaggio che può trarne l’Iran dalla distruzione dell’Is: le milizie sciite iraniane potrebbero infatti essere usate per combattere lo Stato Islamico, e questo potrebbe dare al regime di Teheran non solo un vantaggio in termini militari, ma potrebbero assicurare anche un vantaggio in termini politici, aumentando ed estendendo la propria influenza su Siria e Iraq, ottenendo al contempo più peso politico al tavolo delle trattative sul programma nucleare iraniano, dato che l’eventualità di un Iran con armi nucleari non piace a molti paesi arabi.

Congresso Usa

Obama deve affrontare anche dei problemi di politica interna, con le obiezioni di diversi senatori che non concordano su questo piano. Soprattutto non concordano che non serva un voto del Congresso per i bombardamenti, ma invece serva per avviare il programma di addestramento dei ribelli siriani, necessità smentita addirittura dal portavoce del Dipartimento della Difesa John Kirby che ha affermato di non aver mai dichiarato che serva l’approvazione del Congresso per i campi di addestramento. Del resto già in passato è stata fornita loro assistenza, senza interpellare il Congresso.
In più c’è da tenere conto che a novembre ci saranno le elezioni di metà mandato, tutti i deputati e un terzo dei senatori sono già in campagna elettorale, e lo spettro di veder finire le armi in mano a gruppi estremisti è ben presente a tutti, oltre che argomento sensibile per l’opinione pubblica. Oltre a questo si tratta di capire dove verranno presi i fondi per addestrare e armare i ribelli, dato che si parla di una cifra che si aggira attorno ai 500 milioni di dollari.

Ma torniamo un attimo indietro, alla Turchia. La loro posizione rispetto all’Is e alla coalizione è dubbia, molto tentennante. Venerdì scorso John Kerry è stato in Turchia per cercare di convincere Erdogan a collaborare con la coalizione, non ottenendo però nulla. Il giorno prima il governo turco si era rifiutato di firmare la dichiarazione di Jedda, il documento con cui Stati Uniti e alcuni paesi arabi (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Iraq, Giordania, Libano) si impegnano a collaborare per combattere l’Is, e il no turco di fatto impedisce di concedere le proprie basi aeree e la propria aviazione, che non parteciperà ai bombardamenti. Da ricordare tra l’altro come il Qatar, ad esempio, fosse tra quelli che inizialmente finanziarono l’Is sperando di controllarli.

Ufficialmente i turchi vogliono restare ancora alla finestra a causa dei 46 connazionali ancora prigionieri dello Stato Islamico, ma anche per la concreta paura di eventuali attacchi terroristici islamici sul proprio territorio. L’Is ha esplicitamente minacciato il paese di attentati nel caso aderisse alla coalizione, e bisogna tener conto che vengono stimati circa 3.000 cittadini turchi fra le fila dei combattenti dello Stato Islamico.
Ma va considerato anche altro, ovvero l’aspirazione turca a diventare potenza di riferimento del Medio Oriente: Ankara ha spesso finanziato i gruppi ribelli, soprattutto quelli in Siria, arrivando anche a finanziare i gruppi più estremisti legati a Al Qaida nella vana speranza di poterli controllare, cosa che non è successo. A questo si deve sommare il mercato petrolifero di contrabbando al confine fra Turchia e Siria, che vede proprio i terroristi dell’Is vendere il petrolio dei pozzi che controllano, col risultato che la Turchia diviene indirettamente finanziatrice dello Stato Islamico. Cosa che ad alcuni pare non infastidire, visto che mirano ancora ad abbattere il regime siriano. In ultimo c’è la questione curda: gli armamenti previsti ai peshmerga curdi potrebbero finire anche ai miliziani del PKK, dato che anche loro combattono contro l’Is, ma il PKK è considerato gruppo terrorista dalla Turchia che lo combatte da sempre, e anche per questo con Kerry non si è trovato nessun serio accordo per entrare a far parte della coalizione.

Intanto si registrano alcune prese di posizione contrapposte: da una parte l’Australia entra a far parte della coalizione, dichiarando che invierà militari e aerei da guerra negli Emirati Arabi Uniti, mentre dall’altra il Presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha affermato che tale coalizione non sconfiggerà gli estremisti, anzi contribuirà ad aumentare il livello di odio nella regione e anche verso gli Stati Uniti. E poi c’è l’analisi di Ramzy Mardini, studioso del Rafik Hariri Center for the Middle East, che va decisamente controcorrente.

Secondo lo studioso, la minaccia dell’Is è ampiamente sopravvalutata: afferma che i loro successi sono per lo più legati a diversi fattori locali, con alcuni che addirittura vanno oltre al controllo dello stesso Is, e non sono riconducibili alla forza del loro esercito. Considera l’Is fondamentalmente debole e senza obiettivi realistici, li classifica come una minaccia che viene presa troppo sul serio. Fa l’esempio della conquista di Mosul, dovuta più all’impreparazione dell’esercito iracheno e all’insurrezione della popolazione sunnita, e cita poi i territori persi dallo Stato Islamico fra il 2013 e il 2014 nelle provincie siriane di Aleppo e Idlib, a causa di altri gruppi di ribelli molto più radicati sul territorio. Banalmente rimanda la debolezza dell’Is proprio al suo modo di governare con la paura, piuttosto che cercando la collaborazione e l’appoggio dei vari gruppi ribelli locali.

Insomma, i problemi non mancano: non solo per le continue minacce dello Stato Islamico, ma anche per le eventuali contromosse per combatterli. Sarà interessante vedere quali mosse verranno effettivamente fatte e quali azioni del piano di Obama verranno attuate, tenendo conto che potrebbero esserci delle ripercussioni di non poco conto, soprattutto se la Siria dovesse ritenere i bombardamenti americani come una violazione del proprio spazio e quindi come un atto ostile nei suoi confronti. Come detto anche la Russia lo ha ribadito, e tenendo conto che Putin sta già confrontandosi contro gli Stati Uniti nella crisi in Ucraina i problemi rischiano di moltiplicarsi in modo esponenziale.

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Categorie:Attualità

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2 replies

  1. Una piccola correzione, Robbie: non esiste nessun «Rafik Hariri, studioso del Center for the Middle East di Washington», lo studioso che citi si chiama Ramzi Mardini e lavora per il “Rafik Hariri Center for Middle East”, ufficio dell’Atlantic Council intitolato alla memoria del primo ministro siriano.

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