Capitalismo 3.0

…Fino a ora ho sostenuto che il Capitalismo 2.0, o capitalismo dell’abbondanza. ha tre difetti drammatici: divora la natura, acuisce l’ineguaglianza e in fin dei conti non riesce a renderci felici. Si comporta così perché è programmato per farlo. Deve creare nonbisogni, remunerare i proprietari in modo sproporzionato e distrarci da altre strade, più concrete, verso la felicità perché i suoi algoritmi lo condizionano in questo senso. Né dirigenti illuminati né un occasionale legislatore zelante possono spingerlo a comportarsi in modo diverso.

In questa parte del libro propongo una soluzione. Essenzialmente si tratta di riparare il sistema operativo del capitalismo aggiungendo n settore dei beni comuni che bilanci il settore delle aziende. Il nuovo settore porterebbe effetti di feedback virtuosi e darebbe rappresentanza a portatori d’interesse dimenticati: generazioni future, vittime dell’inquinamento e specie non umane. Inoltre bilancerebbe le esternalità negative del settore delle corporation con esternalità positive di analoga entità. Se il settore delle imprese divora la natura, quello dei commons dovrà proteggerla. Se le imprese aumentano l’ineguaglianza, i commons la ridurranno. Se le imprese ci trasformano in consumatori ossessivi, i commons ci rimetteranno in rapporto con la natura, la comunità e la cultura. E una volta avviato il loro sistema, tutto ciò avverrà automaticamente. Il risultato sarebbe un’economia equilibrata, che ci dia il meglio di entrambi i settori e ne elimini gli aspetti peggiori.

Bisogna riconoscere che costruire da zero un nuovo settore economico è un compito formidabile. Fortunatamente, però, il settore dei commons non deve essere creato dal nulla. Ha un enorme patrimonio potenziale che aspetta soltanto di essere reclamato: i beni comuni, i doni della natura e della società che ereditiamo e creiamo collettivamente. Come vedremo, questi doni valgono più di tutti i beni privati. Il compito del settore dei commons è quello di organizzarli e difenderli, e quindi di salvare il capitalismo da se stesso.

La nostra ricchezza comune

Chiunque sa cos’è la ricchezza privata, anche se non ne ha molta. È la proprietà che ereditiamo o accumuliamo individualmente, incluse le quote di aziende o fondi. Nel 2005 negli Stati Uniti la ricchezza privata (esclusi i mutui e altre passività) ammontava a 48.500 miliardi di dollari. Come ho sottolineato sopra, il 5% più ricco possiede, in questo tesoro, una parte maggiore di quella posseduta dal restante 95%.
Ma c’è un altro scrigno di tesori che non è altrettanto noto: la ricchezza comune. Ognuno di noi è l’immenso beneficiario di un’immensa eredità che include aria e acqua, habitat e ecosistemi, lingue e culture, scienza e tecnologie, sistemi sociali e politici e un sacco di altre cose.
La ricchezza comune è la materia oscura dell’universo economico: è dappertutto, ma noi non la vediamo. In parte perché è letteralmente invisibile: come si fa a “vedere” l’aria, una falda acquifera o la fiducia sociale che sottostà ai mercati finanziari? Ma la ragione principale è la nostra cecità:ci accorgiamo soltanto delle questioni economiche sulle quali brilla il simbolo del dollaro. Ignoriamo la ricchezza comune perché non ha etichette con il prezzo o i diritti di proprietà.

Io ho cominciato a apprezzare la ricchezza comune quando la Working Assets ha lanciato il suo fondo monetario etico. Il mio lavoro consisteva nello scrivere annunci che spronassero la gente a mandarci grosse somme di denaro. Promettevamo che lo avremmo fatto crescere senza investire in aziende cattive e che lo avremmo restituito (inclusi i guadagni e tolta la nostra parcella manageriale) non appena l’investitore ce lo avesse chiesto. Sono rimasto impressionato dal fatto che anche chi non aveva mai sentito parlare di noi volesse mandarci quote sostanziose dei propri risparmi. Perché si fidano di noi, mi chiedevo?
La risposta, ovviamente, è che non si fidavano di noi, ma del sistema in cui operavamo. Non credevano che avremmo gestito con attenzione i loro risparmi perché ci eravamo conquistati personalmente la loro fiducia, ma perché sapevano che se non l’avessimo fatto, la Securities and Exchange Commission o qualche pubblico ministero ci avrebbe scovati. Inoltre si fidavano del fatto che le corporation nelle quali investivamo sarebbero state oneste nel calcolare i propri introiti e affidabili nell’onorare i propri impegni. Questa fiducia e il sistema più ampio sul quale si basa sono stati costruiti nell’arco di generazioni, e noi non c’entravamo niente. In breve, sebbene la Working Assets fornisse un servizio che la gente pagava volentieri, stavamo utilizzando un sistema che avevamo semplicemente ereditato.

Un’altra ventata di ricchezza comune mi raggiunse quando la Working Assets prese in considerazione la possibilità di quotarsi in borsa, cioè di vendere quote della società a estranei tramite un’asta pubblica di partenza. Il nostro consigliere finanziario ci informò che in questo modo avremmo aumentato del 30% il valore della società, e chiamo questa magia “premio di liquidità”. Quello che voleva dire era che uno stock di azioni che può essere venduto in un mercato di milioni di persone vale di più di uno che non ha quasi mercato. Questo valore extra non sarebbe derivato da qualcosa che noi avessimo fatto, ma da un bonus di liquidità che aveva un’origine sociale. Avremmo raccolto ciò che altri avevano seminato. Alla fine comunque non ci quotammo perché non volevamo soggiacere ai calcoli di Wall Street.

Così realizzai che credito e liquidità non sono che due piccoli rivoli in un enorme fiume di ricchezza comune che circonda natura, comunità e cultura. I doni della natura sono tutte quelle cose meravigliose, viventi e non viventi, che ereditiamo dalla creazione. La comunità include una miriade di fili, tangibili e intangibili, che ci connettono con gli altri esseri umani. La cultura incorpora le nostre grandi scorte di scienza, invenzioni, arte.

Nonostante la sua invisibilità, il valore della ricchezza comune è immenso. Ma grosso modo quanto vale? Dare un valore monetario ai beni privati è facile: sono scambiati regolarmente, quindi il loro valore di scambio – se non il lavoro intrinseco – è agevolmente calcolabile. Per la ricchezza comune è diverso. Molti patrimoni condivisi hanno un valore incalcolabile. Altri sono potenzialmente quantificabili, ma non hanno mercato.
Per fortuna gli economisti non si perdono d’animo e hanno sviluppato metodologie per stimare il valore di cose che non sono oggetto di scambio. Usando queste metodologie è possibile ottenere un ordine di grandezza da applicare al valore della ricchezza comune. La conclusione che emerge da numerosi studi è che, anche se a gran parte della ricchezza comune non è possibile attribuire un valore monetario, le parti che possono essere calcolate valgono più dell’insieme di tutti i beni privati (Fig. 5.1).

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Vale la pena di notare che la Fig. 5.1 minimizza il gap tra ricchezza comune e privata, dato che omette molte ricchezze comuni che non possono essere quantificate, e in parte anche perché una quota del valore attribuito alla ricchezza privata è, di fatto, un’appropriazione di ricchezza comune. Se si sottrae questa frazione alla ricchezza privata e la si aggiunge a quella comune, il gap si allarga ancora di più.

Un esempio può essere utile per capire meglio: supponiamo che voi compriate una casa da 300.000 dollari, e la vendiate un paio di anni dopo per 400.000 dollari, senza ristrutturarla. Estinguete il mutuo e vi ritrovate con un sacco di soldi. La vostra ricchezza privata è aumentata. Ma pensiamo a ciò che ha causato l’aumento di valore. Non è qualcosa che avete fatto voi, ma il fatto che il vostro quartiere è diventato più appetibile. Ciò, a sua volta, è il risultato di cambiamenti della popolazione residente, forse di una nuova tangenziale, di una scuola migliore o degli sforzi fatti dagli abitanti per abbellirlo. In altre parole, l’aumento della vostra ricchezza corrisponde all’appropriazione di un valore creato socialmente. Si presenta come ricchezza privata, ma in realtà è un dono della società.

Queste cifre, nude e crude come sono, ci dicono una cosa importante. Nonostante la nostra ossessione per la ricchezza privata, cui spesso siamo così affezionati, noi condividiamo. Pensarla diversamente è come credere che la bellezza di un fiore non abbia niente a che vedere con le sostanza nutrienti del suolo, l’energia del sole o l’attività delle api. È ora di accorgersi dei doni che condividiamo. Non solo: è anche ora di dar loro un nome, proteggerli e organizzarli. Il problema è: come?

Anche la proprietà comune è proprietà

In The Lorax del Dr. Seuss, il personaggio eponimo parla a nome delle piante, mentre il suo antagonista, l’Once-Ler, rappresenta l’industria, il lavoro e la crescita. Anche se entrambi sono svelti di lingua, nn si tratta di un match equilibrato. L’Once-Ler ha dei diritti di proprietà, mentre il Lorax ha solo le parole. Verso la fine della storia l’Once-Ler ha tagliato tutte le piante. Le proteste del Lorax sono argute ma inutili. La morale è scontata: anche le piante hanno bisogno di diritti di proprietà.
Perché no? I diritti di proprietà sono un’invenzione utile. Sono accordi previsti dalla legge attraverso i quali la società garantisce ai proprietari alcuni privilegi specifici. Tra di essi ci sono i diritti a usare, escludere, vendere, affittare, commerciare o lasciare in eredità un bene. Tutti questi privilegi possono essere assortiti praticamente in qualunque modo possibile.

La forma assunta dalle diverse economie dipende in gran parte dai diritti di proprietà. Le economie feudali si basavano su possedimenti passati dai nobili ai loro primogeniti, a fianco dei beni comuni che sostentavano i semplici cittadini, ai quali veniva richiesto, in un modo o nell’altro, di lavorare per i loro signori, che vivevano di quel lavoro e della generosità delle loro terre. L’intero edificio era sorretto dal cosiddetto diritto divino di cui godeva il re.
Anche il capitalismo è plasmato dai diritti di proprietà che creiamo e rispettiamo ai giorni nostri. La sua più grande invenzione è stata la rete di diritti proprietari che chiamiamo joint stock corporation. Questa entità fittizia gode di vita perpetua, responsabilità limitata e – proprio come le tenute feudali di un tempo – di sovranità quasi illimitata. La sua proprietà è stata suddivisa in quote scambiabili, che sono esse stesse una forma di proprietà. Nulla obbliga a concentrare i diritti di proprietà nelle mani di chi ne massimizza i profitti.

Potremmo, per esempio, istituire un trust che possieda una foresta, o alcuni diritti relativi alla foresta, per conto delle generazioni future. Questi diritti di proprietà sarebbero importanti come le quote della Pacific Lumber, ma il loro scopo sarebbe molto diverso: preservare le foreste, anziché sfruttarle. Se il Lorax avesse posseduto qualcuno di quei diritti, la storia del Dr. Seuss (e della Pacific Lumber) avrebbe avuto un finale più allegro.

Immaginiamo un intero insieme di diritti di proprietà come questi. Chiamiamoli genericamente “diritti di proprietà comune”. Se non esistessero, bisognerebbe inventarli. Ma per fortuna esistono in molte forme, per esempio il possesso in affidamento fiduciario perenne di terreni o servitù, come avviene per Nature Conservancy, o i beni gestiti per conto di una vasta comunità, come nel caso dell’Alaska Permanent Fund.
Alcune forme di proprietà comune prevedono quote individuali – anche sui possiamo usare l’esempio dell’Alaska Permanent Fund. Non si tratta di titoli che possono essere scambiati sul mercato, ma che dipendono dall’appartenenza a una certa comunità. Chi emigra o muore perde la sua quota. A chi nasce all’interno della comunità, invece, la quota spetta di diritto.

Mi rendo conto che per qualcuno trasformare la ricchezza comune in “qualsiasi” tipo di proprietà equivale a un sacrilegio. Come disse Capo Seattle della tribù Suquamish, “Come si può comprare o vendere il cielo o il calore della terra?”. Mi riconosco moltissimo nel sentimento che ispira queste parole. Tuttavia, sono arrivato a credere che nei confronti del cielo sia meno rispettoso inquinarlo senza limiti o senza pagare che non trasformarlo in una proprietà comune affidata a un trust per le generazioni future. Per questo sono a favore della “proprietizzazione” ma non della privatizzazione.

Principi organizzativi del settore dei commons

I diritti di proprietà, specialmente nel campo dei commons, devono essere gestiti da istituzioni competenti. Quello di cui abbiamo bisogno oggi, insieme a una percentuale maggiore di proprietà comune, è un set di istituzioni, diverse da imprese e Stato, la cui unica e esplicita missione sia gestire la proprietà comune.
Se parlo di un set di istituzioni è perché dovranno essere molto varie. Il settore dei commons non dovrebbe essere una monocoltura come quello delle aziende. Ogni istituzione dovrebbe essere adattata alla sua risorsa e al suo specifico territorio. In parte questa varietà dipenderà dalla limitatezza o dall’inesauribilità del bene da gestire.

Di solito i doni della natura hanno una produttività limitata: l’aria può assorbire solo una certa quantità di anidride carbonica e gli oceani accogliere solo un certo numero di reti da pesca a strascico, quindi le istituzioni che gestiscono le risorse naturali devono essere in grado di limitarne l’uso. Al contrario, le idee e la cultura hanno un potenziale di elaborazione e di riutilizzo infinito. Nel loro caso, le istituzioni dovrebbero massimizzare l’accesso pubblico e minimizzare i pedaggi privati.
Comunque, nonostante la sua variabilità, il settore dei beni comuni dovrebbe avere alcuni principi organizzativi condivisi. Ecco quelli principali.

Lasciare abbastanza beni in comune

Come sosteneva Locke, privatizzare parte dei commons è giusto fintantoché ne restano “abbastanza e di buona qualità” per tutti e per sempre. Nel caso di un ecosistema, abbastanza significa abbastanza perché esso resti vivo e in buona salute. Questa quantità, o anche una quantità maggiore, deve far parte dei commons, anche se una parte dell’ecosistema è privata. Nel caso della cultura e della scienza, abbastanza significa abbastanza da assicurare la vitalità del dominio pubblico. Le licenze esclusive, come brevetti e copyright, dovrebbero essere usate il meno possibile.

Mettere al primo posto le generazioni future

Le corporation mettono al primo posto gli interessi degli azionisti, mentre i governi vi mettono gli interessi di chi finanzia i partiti e di chi vota. Al momento, nessuno da la precedenza alle generazione future. Questo è il Compito Numero Uno del settore dei commons.
In pratica significa che i trust di proprietà comune dovrebbero essere penalmente responsabili per conto delle generazioni future (e nel capitolo 6 vedremo come ciò potrebbero funzionare). E dovrebbero anche essere legati al principio di precauzione: in caso di dubbio, meglio sbagliare per eccesso di sicurezza.
Infine, quando si trovassero di fronte a un conflitto tra guadagni a breve termine e conservazione a lungo termine, dovrebbero scegliere la seconda opzione.

Più siamo meglio è

Mentre la proprietà privata è intrinsecamente esclusiva, la proprietà comune si sforza di essere inclusiva: vuole aumentare i comproprietari o partecipanti, se ciò non confligge con la necessità di conservare una risorsa.
Questo principio organizzativo vale molto chiaramente per i commons come la cultura o internet, che non hanno limiti fisici e in cui l’aumento dell’utilizzo scatena un sacco di sinergie. Ma vale anche per le convenzioni sociali come la Social Security e MediCare, che si basano sulla partecipazione universale. In questi casi i meccanismi finanziari sono l’espressione della solidarietà tra i membri di una comunità nazionale. Sono efficienti e equi perché includono tutti. Dove operano con principi diretti alla massimizzazione dei profitti, essi escludono inevitabilmente i poveri (che non possono permettersi di partecipare) e chiunque venga giudicato troppo a rischio dalle compagnie assicurative.

Una persona, una quota

La democrazia moderna si basa sul principio “Una persona, un voto”. Allo stesso modo, un settore dei beni comuni moderno dovrebbe fondarsi sul principio “Una persona, una quota”. Nel caso di risorse naturali scarse, occorrerà distinguere tra diritti d’uso e diritti monetari. Infatti è impossibile che tutti possano usare un bene comune in modo equo, ma tutti possono ricevere vuote eguali del reddito derivante dalla vendita di diritti d’uso limitati.

Includere un po’ di contanti

Attualmente i proprietari godono praticamente di una condizione di monopolio sulla possibilità di ricavare reddito dalla proprietà privata. Ma l’Alaska Permanent Fund mostra che anche i comproprietari di un bene comune possono ricavarne un guadagno.
La condivisione delle entrate eliminerebbe il monopolio della proprietà privata sul denaro, ma anche sull’attenzione. Se ne ricavasse un utile, la gente si accorgerebbe della proprietà comune. Se ne preoccuperebbe, ci penserebbe e ne parlerebbe. L’attenzione per i beni comuni invisibili spiccherebbe il volo.
Ma i ricavi provenienti dalla proprietà comune devono essere pianificati con attenzione. Dato che i diritti proprietari sono ereditari, non è possibile scambiarli allo stesso modo in cui vengono scambiate le quote di una società. Questo significa che i proprietari di beni comuni non potrebbero raccogliere redditi di capitale, ma godrebbero delle loro entrate per tutta la vita, e per mezzo delle quote condividerebbero reddito, royalties, interessi e dividendi.

Uno sguardo in avanti

A differenza del sistema operativo di un computer, il Capitalismo 3.0 non sarà stampato su un Cd. E non si potrà nemmeno scaricarlo. Dovrà essere costruito nel mondo reale, risorsa dopo risorsa e common dopo common. Il processo è riassunto nella Fig. 5.2 e verrà descritto più in profondità nel Capitolo 9.

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Sotto il Capitalismo 2.0 le imprese private, con l’aiuto dello Stato, divorano beni comuni disorganizzati. Si gioca su un campo inclinato tutto da una parte. Durante la fase di transizione lo Stato assegna dei diritti a istituzioni comuni, proprio come fa con le corporation, e il campo comincia a livellarsi. Infine, in regime di Capitalismo 3.0, le aziende private e i commons organizzati si potenziano e si limitano a vicenda. Lo Stato mantiene equilibrato il campo di gioco…

Peter Barnes

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