Le leadership mancanti

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Dall’insediamento del governo Renzi pare passata un’eternità. Un lasso di tempo molto lungo anche a causa dei tanti progetti avviati, fra riforme costituzionali, riforme del fisco, legge elettorale, liberalizzazioni, spending review e altro ancora. Alcuni portati a termine, altri in corso d’opera, altri ancora solamente accennati. Ecco, sebbene il tempo passato non sia poi così tanto, una prima valutazione la si possa anche dare.

Ma la valutazione che vorrei fare non riguarda l’operato del governo, quanto un aspetto che coinvolge anche il governo, ma non soltanto esso. Riguarda e coinvolge in primis tutti i partiti e movimenti italiani, per espandersi successivamente alla classe dirigente delle aziende pubbliche e private. Una valutazione già emersa in passato, ma che con l’avvento di Matteo Renzi pareva destinata a essere messa da parte, a essere sorpassata sull’onda del nuovismo e della rottamazione. È la valutazione sulla qualità della classe dirigente italiana: un momento anche critico questo per farlo, ma forse proprio per questo più necessario.

Guardiamo al nuovo gruppo dirigente del Partito Democratico, il nuovo governo targato Renzi: tutto contribuisce a tratteggiare un quadro che parla di valenti e capaci persone, tecnicamente pronte e con il giusto bagaglio di conoscenza, ma senza quelle doti di leadership, di comando e di visione che invece dovrebbero avere. Rischiano di apparire non tanto come futuri leader in grado di proseguire l’opera avviata in questi mesi, ma come validi funzionari che fanno il loro dovere senza alcun particolare guizzo.

Diceva Walter Lippmann, “Un buon leader lascia uomini in grado di proseguire la sua opera”, ma qui pare che nessuno, dietro a Renzi, possa proseguire l’opera di Renzi. Chi potrà raccoglierne il carisma, la capacità comunicativa, il coraggio di osare? E questo vale tanto per il governo quanto per la classe dirigente del partito: dietro a lui pare esserci ancora un nuovo diluvio universale.

A parte la Serrachiani, già formata con una spiccata propria personalità, il resto pare sia ancora combattuto fra la vecchia pratica di compiacere il leader di turno e l’attenzione a non pestare troppo i piedi a nessuno. Per certi versi (ma non vuole essere un’analogia) si rischia di rivivere il dopo Berlinguer: morto lui, dietro la classe dirigente del Pci si dimostrò sostanzialmente inadeguata a portare avanti la sua spinta riformatrice.

La cosa è davvero palese guardando solo al Pd: quanti, durante le primarie, asserivano che per loro Renzi era un “vettore” per raggiungere lo scopo di rifondare e rilanciare il partito? Posso dire che io ero uno di quelli. Non importava Renzi in se, quanto la carica di novità, di freschezza, di voglia di cambiare le cose dal profondo, di voglia di riformare tutto per rilanciare e rilanciarsi. Ma si aveva la chiara percezione che il percorso sarebbe stato lungo, e che (dopo) sarebbe servito qualcuno al posto suo in grado di portare avanti questo rinnovamento. Il problema è che, dietro, la formazione di questa nuova classe dirigente va un bel po’ a rilento. Un po’ troppo a rilento.

Come dice giustamente Simona Bonfante in questo suo articolo (che condivido solo in parte), “…La task di cambiare verso al paese, invece, avrebbe comportato cambiare verso innanzitutto ai criteri di selezione della classe dirigente. Scegliere l’autonomia, l’eterodossia, la non subordinazione intellettuale. Premiare l‘originalità, l’indipendenza, l’intelligenza – non l’omologazione…”

Insomma, scegliere i migliori, scegliere persone che sappiano anche dirti dei no, che abbiano le capacità di darti una (metaforica) bastonata se vedono che stai insistendo sulla strada sbagliata.

Non credo che Renzi abbia scelto le persone di cui contornarsi semplicemente come se dovesse scegliere un mazzo di figurine, come detto sono tutte persone capaci e preparate. Ma le qualità di leadership sono altre, sono cose che non impari neanche col più intensivo dei tirocini o col più avanzato dei master. E, allargando lo sguardo, l’Italia (non più solo il Pd) ha bisogno di buone e rivoluzionarie leadership, piuttosto che nuovi e sempre più preparati burocrati. Il problema è che di queste leadership continuo a non vederne traccia.

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Categorie:Riflessioni

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